Non sono sufficienti dei meri sospetti per adottare provvedimenti idonei a minare la relazione tra genitori e figli

Di ELISA CONTU -

CEDU_causa Solarino c. Italia

«Per un genitore e suo figlio, stare insieme costituisce un elemento fondamentale della vita familiare e [le] misure interne che lo impediscano costituiscono una ingerenza nel diritto protetto dall’art. 8 della Convenzione». Con tale riflessione la Corte di Strasburgo apre le proprie considerazioni in merito ad una delicata vicenda concernente l’adozione, da parte delle autorità giudiziarie italiane, di misure limitative del diritto di visita di un padre, sospettato di aver commesso molestie sessuali sulla figlia.

L’iter giudiziario è iniziato nel 2007, quando la madre della bambina, da cui il ricorrente si era separato, ha presentato una denuncia nei confronti di quest’ultimo, chiedendo che ne fosse disposta la decadenza dalla potestà genitoriale.

Come osservato dalla Corte europea, opportuna era stata la decisione iniziale del Tribunale per i minorenni di sospendere gli incontri tra padre e figlia: in attesa della perizia e della conclusione dell’inchiesta penale, tali provvedimenti risultavano coerenti con la «protezione dei diritti e delle libertà altrui», di cui al secondo comma dell’art. 8 CEDU, e la salvaguardia dell’interesse superiore della minore. Gli stessi interessi imponevano tuttavia il ripristino del legame familiare non appena dette misure non fossero state più necessarie. A fronte della richiesta del Giudice per le Indagini Preliminari di archiviare la denuncia e in considerazione di una perizia che escludeva la sussistenza di abusi sessuali, in effetti il Tribunale per i minorenni aveva disposto che potessero riprendere gli incontri con la figlia.

Tale decisione era stata tuttavia messa in discussione a seguito del ricorso in appello della madre della bambina: sebbene una seconda perizia si esprimesse in senso favorevole al ricorrente, alla luce dei sospetti della donna, la Corte d’appello aveva stabilito di limitare nuovamente il diritto di visita, vietando altresì qualsiasi contatto della minore con i nonni e il fratello da parte del padre.

Solo due anni più tardi, dopo aver riesaminato tutte le perizie, il Tribunale ha deciso che potevano riprendere incontri liberi, in ambiente non protetto; nel 2015, quando ormai la bambina aveva più di dieci anni, ha disposto l’affidamento congiunto in capo ai due genitori e ha riconosciuto che la minore aveva subito un grave pregiudizio in ragione dell’alterazione del rapporto con il padre e gli altri famigliari.

I giudici di Strasburgo non escludono che le autorità italiane abbiano agito nell’interesse superiore della minore; sottolineano tuttavia come, a fronte di un’ingerenza nel diritto al rispetto della vita familiare del ricorrente, lo Stato avesse l’obbligo positivo di mantenere le relazioni personali tra i soggetti coinvolti.

Ponendo l’attenzione sull’importanza degli interessi in gioco e sulla rilevanza del fattore temporale rispetto alle misure adottate, la Corte europea ha ritenuto che le autorità nazionali non abbiano esaminato con cura la questione e non abbiano fondato la propria decisione su motivi sufficienti e pertinenti, ma su meri sospetti, oltrepassando così il proprio margine di apprezzamento. Alla luce di tali considerazioni, ha concluso che vi è stata una violazione dell’art. 8 CEDU e ha riconosciuto al ricorrente una somma pari a 7.000,00 euro per danni morali.

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