L’attribuzione del cognome al minore riconosciuto in tempi diversi dai genitori

Di MARIA CRISTINA GAETA -

Cass. Civ. ord. n. 17139_2017

Con l’ordinanza n. 17139/2017, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un padre che aveva riconosciuto il figlio minore d’età – nato fuori del matrimonio – in un momento successivo rispetto alla madre e che chiedeva l’attribuzione del suo cognome al figlio.

La pronuncia della Suprema Corte ha ripreso la giurisprudenza di legittimità sui criteri di individuazione del cognome del minore riconosciuto in tempi diversi dai genitori, i quali hanno la funzione di tutelare il diritto del minore alla identità personale, intesa anche come proiezione della sua personalità sociale nell’ambiente in cui è cresciuto. Pertanto, la scelta del giudice risulta ampiamente discrezionale: non è ammessa alcuna automaticità e il giudizio non può essere condizionato «né dal favor per il patronimico né per un prevalente rilievo della prima attribuzione» (ex multis, Cass. nn. 12640/2015 e 2644/2011).

Secondo il Giudice Supremo chiamato a pronunciarsi sul caso in esame, la ratio dell’art. 262 c.c. – che disciplina l’attribuzione del cognome al figlio nato fuori dal matrimonio – è quella di garantire l’interesse del figlio a preservare il cognome originario, qualora questo sia divenuto autonomo segno distintivo della sua identità personale, e la scelta del giudice deve essere funzionale alla tutela degli interessi del minore. Infatti, il diritto al nome costituisce un diritto fondamentale della persona tutelato dalla Costituzione (art. 22 Cost.), in quanto strumento identificativo di ogni individuo che prevale anche sul diritto di eguaglianza morale e giuridica dei genitori (artt. 3 e 29, co. 2, Cost.). Non appare logico, invece, ritenere che la norma abbia lo scopo di equiparare la posizione del figlio nato da una coppia non coniugata a quella del figlio nato in costanza di matrimonio, dato che tale distinzione è stata ormai ampiamente superata dal legislatore (L. n. 219/2012 e d. lgs. n. 154/2013).

Per tali motivi, la Corte di Cassazione ha confermato l’impugnato decreto della Corte d’Appello di Firenze del 21 giugno 2016, che aveva rigettato la domanda volta ad attribuire il cognome paterno al minore, confermando il provvedimento di primo grado. In particolare, la Cassazione ha evidenziato come la decisione della Corte d’Appello sia stata dettata dalla necessità di tutelare gli interessi del minore, con particolare riguardo alla sua identità personale. Invero, all’esito dell’ascolto del minore che aveva compiuto i dodici anni – e che, dunque, doveva essere ascoltato ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 262 c.c. – risultava indubbio che lo stesso non volesse sostiuire né aggiungere il cognome del padre al proprio e una decisione in senso contrario avrebbe arrecato forti turbamenti al minore e accresciuto il sentimento di distacco e astio verso il padre.

SCARICA COMMENTO IN PDF