RICONOSCIMENTO DEL FIGLIO NATO FUORI DAL MATRIMONIO: VALENZA PROBATORIA DELL’ESAME GENETICO

Di GIULIA OREFICE -

Cass. civ. n. 18626

La questione sottoposta all’esame del Giudice di legittimità, nella fattispecie in esame, concerne la valenza probatoria da attribuire al rifiuto del presunto padre a sottoporsi all’esame genetico, a seguito di contestazione del riconoscimento di paternità.

La Suprema Corte ritiene che il Giudice del merito avrebbe disatteso il principio secondo cui, in materia di accertamenti afferenti alla paternità, il rifiuto di consentire il compimento dell’esame biologico è sufficiente ad integrare la prova in ordine alla sussistenza ovvero all’insussistenza del rapporto genitoriale.

In particolare, si evidenzia che prima del D.lgs. n. 154/2013, in materia di impugnazione del riconoscimento di figlio nato fuori dal matrimonio per difetto di veridicità, un maggior rigore probatorio era richiesto all’attore che intendeva contestare la paternità, vista l’ampiezza dei soggetti legittimati alla proposizione della relativa azione. Con riferimento alla prova genetica, nello specifico, si riteneva necessaria la previa acquisizione di almeno un principio di prova per poter poi ammettere l’esame biologico.

A seguito della riforma della filiazione, la questione della rilevanza degli aspetti probatori nelle azioni di status si è evoluta. Invero, il rifiuto della parte all’accertamento ematologico deve essere valutato ai sensi dell’art. 116 c.p.c. quale elemento di prova.

L’orientamento giurisprudenziale attuale prevede che l’azione di impugnazione del riconoscimento del figlio naturale per difetto di veridicità comporti, ai sensi dell’art. 263 c.c., «la dimostrazione dell’assoluta impossibilità che il soggetto, autore dell’originario riconoscimento, sia, in realtà, il padre biologico del soggetto riconosciuto come figlio». Di talché l’eventuale rifiuto del figlio riconosciuto a sottoporsi al prelievo non può di per sé comportare la piena prova della non paternità in capo al presunto genitore che lo ha riconosciuto.

La Suprema Corte, dunque, specifica come l’azione di impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità è accoglibile non solo se è provata l’“impotentia generandi” del presunto padre, ma anche nel diverso caso in cui l’attore che contesti il riconoscimento dia la prova certa di essere il vero genitore.

In quest’ottica il rifiuto di sottoporsi all’esame genetico, oltre a costituire sicuro argomento di prova è stato considerato e deve essere considerato quale elemento sufficiente a fondare il convincimento del giudice, al ricorrere di determinate circostanze. Invero nei casi in cui tale elemento assuma particolare rilevanza per le circostanze del caso concreto, il medesimo può essere utilizzato dal giudice come fonte esclusiva del convincimento.

Si tratta di una valutazione basata sull’analisi delle condizioni concrete sottoposte all’esame dell’organo giudicante, tanto più considerato l’elevato grado di certezza conseguibile attraverso la prova scientifica biologica in questione.

È evidente, quindi, che al rifiuto ingiustificato della parte di sottoporsi al prelievo deve attribuirsi comunque «un elevato grado di significatività», tale da permettere che il convincimento del giudice in ordine alla non paternità si possa fondare sul solo rifiuto, laddove vi sia un giudizio di impugnazione del riconoscimento di figlio nato fuori dal matrimonio per difetto di veridicità. In questo giudizio, laddove vi sia un’oggettiva situazione di incertezza, il rifiuto assurge a decisiva fonte di convincimento del giudice.

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