La revoca tacita del testamento

Di CHIARA CERSOSIMO -

Seppure il testamento goda di una sua propria disciplina all’interno del secondo libro del codice civile (artt. 587 e ss. c.c.), si ritiene che, in assenza di regole specifiche, trovino applicazione le norme sui contratti compatibili con la struttura e la funzione dell’atto di ultima volontà. Pertanto, in mancanza di una disciplina autonoma dell’interpretazione del testamento, si applicano, secondo alcuni autori in via analogica e secondo altri direttamente (ai sensi dell’art. 1324 c.c.), le norme in materia di interpretazione dei contratti. L’interpretazione testamentaria si svolge esclusivamente con riferimento alla volontà del testatore, non trovando applicazione il criterio proprio delle dichiarazioni contrattuali, costituito dall’affidamento della controparte. Il criterio che guida l’interprete è, dunque, la reale volontà del de cuius, desumibile in primis dal contesto delle stesse dichiarazioni testamentarie. La Suprema Corte, però, con orientamento consolidato, afferma che, nei casi dubbi, il giudice debba prendere in considerazione anche elementi estrinseci alla scheda, quali la cultura, la mentalità e l’ambiente di vita del testatore. Conseguentemente, l’interprete può attribuire alle parole usate dal testatore un significato diverso da quello strettamente letterale, quando, nella valutazione complessiva dell’atto, sia evidente che esse siano state utilizzate in senso diverso, e in tal senso esprimano la reale intenzione del de cuius.

Le norme sull’interpretazione dei contratti, in via generale, si applicano agli atti mortis causa nei limiti di compatibilità con la loro funzione e le loro caratteristiche, quali specialmente l’unilateralità, l’esclusività, la personalità e la formalità. Si ritengono pacificamente applicabili il principio della globalità dell’interpretazione (art. 1363 c.c.), il principio della conservazione dell’atto, per cui nel dubbio questo deve essere interpretato nel senso in cui abbia qualche effetto (art. 1367 c.c.) e il principio per cui, nell’incertezza, la disposizione che può avere più sensi deve essere interpretata in quello più conveniente alla natura e all’oggetto dell’atto (art. 1369 c.c.).

Il codice riconosce espressamente, quale corollario della libertà testamentaria, il potere del testatore di revocare e modificare il testamento fino al momento della morte (art. 679 c.c.). La revoca (espressa), che si estrinseca in un’apposita dichiarazione del de cuius, è ricostruibile anche nel caso di atti incompatibili in toto o in parte con una precedente disposizione testamentaria: si parla, in tal caso, di revoca tacita. La redazione di un testamento posteriore è pacificamente considerata dalla giurisprudenza un caso di revoca tacita (per contegno concludente). L’art. 682 c.c. stabilisce il principio generale di conservazione delle disposizioni precedenti e di loro coesistenza con quelle nuove, in modo tale da circoscrivere la revoca delle prime per effetto delle seconde soltanto in caso di incompatibilità effettiva, da accertare, secondo la Cassazione, raffrontando ogni singola disposizione contenuta nei due testamenti. Viene, così, applicato alla materia successoria il principio di conservazione del negozio giuridico, che il legislatore ha previsto in generale all’art. 1367 c.c.  nelle disposizioni sull’interpretazione dei contratti.

La giurisprudenza e la dottrina più tradizionale ritengono che si verifica revoca tacita, ai sensi dell’art. 682 c.c., sia in caso di incompatibilità oggettiva che di incompatibilità soggettiva o intenzionale del testamento precedente con quello successivo. La prima ipotesi si configura quando, prescindendo da un intento di revoca del de cuius, sia materialmente impossibile dare contemporanea esecuzione alle disposizioni contenute nei due testamenti; la seconda, invece, quando, esclusa l’incompatibilità oggettiva, dal contenuto del testamento successivo si possa desumere ragionevolmente la volontà del testatore di revocare in toto o in parte il testamento precedente e dal raffronto delle disposizioni contenute nei due atti si evinca un atteggiamento della volontà del testatore incompatibile con quello risultante dal precedente. L’incompatibilità soggettiva si sostanzia, quindi, nella presunzione di volontà del testatore di non confermare le disposizioni precedenti, anche se astrattamente conseguibili. Tale valutazione, secondo la Cassazione, ove sorretta da una congrua e corretta motivazione, implica apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito e non censurabili in sede di legittimità.

Parte della dottrina, tuttavia, ritiene che, a causa del principio formalistico, a presidio della validità della revoca espressa del testamento, l’art. 682 c.c. legittimi la sola incompatibilità “oggettiva”. Pertanto, il giudice non potrebbe dare valore alla volontà del de cuius che non trovasse riscontro in un atto formale.

Alcuni autori ritengono, invece, che si possa prescindere dalla qualificazione dell’incompatibilità come oggettiva o soggettiva e che ricorra revoca tacita ogniqualvolta il testatore rediga un nuovo testamento, disponendo dei suoi beni in maniera differente rispetto al precedente. La revoca, pertanto, sarebbe sempre configurabile, avvalendosi delle regole interpretative in materia di testamento, senza la necessità di distinguere tra le varie forme di incompatibilità.

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