Maternità surrogata “omologa” e limite dell’ordine pubblico

Di CHIARA FAVILLI -

Trib. Agrigento

Il Tribunale di Agrigento con decreto del 6-12 aprile 2017 affronta la delicata questione della trascrivibilità dell’atto di nascita formato all’estero recante quale madre una donna italiana che aveva proceduto ad un trattamento di procreazione medicalmente assistita mediante surrogazione di maternità con gameti propri e del coniuge. La peculiarità della fattispecie è che il nato presenta un legame genetico con entrambi i committenti, ancorché la gestazione sia stata portata avanti da una donna estranea alla coppia. La questione è quella di stabilire se tale deviazione dal principio in base al quale madre è soltanto colei che partorisce possa essere ammessa nel nostro ordinamento o se, al contrario, il riconoscimento di un atto straniero che attribuisce la maternità ad una donna diversa da colei che ha partorito trovi un ostacolo nel limite dell’ordine pubblico (art. 18, d.P.R. n. 396/2000 e artt. 18 e 65, l. n. 218/1995).

La decisione positiva fa leva sulla declinazione del concetto di ordine pubblico in prospettiva internazionale anziché in ottica nazionale e statalista: non più limite all’ingresso delle disposizioni e dei provvedimenti stranieri che risultino difformi dal diritto interno rappresentativo di uno stabile assetto nazionale, ma solamente di quei principi fondamentali desumibili dalla Costituzione e dai Trattati europei vincolanti lo stesso legislatore nazionale (Cass., n. 19599/2016). Nel caso di specie, la trascrizione dell’atto appare conforme al principio del superiore interesse del minore, anche sotto il profilo della sua identità personale e sociale, tutelato a livello nazionale e sovranazionale e specificato nella conservazione o continuità dello status acquisito sulla base di un atto validamente formato in un altro paese.

Il riconoscimento dell’atto, se contrasta con i principi desumibili dal sistema interno (il divieto della surrogazione di maternità ex art. 12, l. 40/2004 e il principio in base al quale madre è colei che partorisce ai sensi dell’art. 269 c.c.) che rappresentano, però, opzioni non costituzionalmente obbligate del legislatore nazionale, consente, tuttavia, di salvaguardare il superiore interesse del minore in quanto evita, al contempo, l’incertezza giuridica destinata a condizionare l’identità personale del minore nel rapporto con i genitori e la lesione del diritto alla bigenitorialità. Tale conclusione viene ritenuta conforme alla giurisprudenza di legittimità che ha sancito la contrarietà all’ordine pubblico della surrogazione di maternità eterologa e come tale contraria anche alla normativa dello Stato nel quale era stata praticata (Cass., n. 24001/2014) ed ha ammesso il riconoscimento dell’atto che attribuiva la genitorialità ad una coppia di donne delle quali una aveva donato l’ovulo con il quale l’altra aveva portato a termine la gravidanza sulla base dell’assunto secondo il quale le colpe dei genitori non devono ricadere sui figli (Cass., n. 19599/2016).

SCARICA COMMENTO IN PDF.docx