Anche l’Austria (grazie alla Corte costituzionale) si avvia ad introdurre il matrimonio tra persone dello stesso sesso

Di FEDERICO AZZARRI -

VfGH_Entscheidung_G_258-2017

Con una decisione del 4 dicembre 2017, la Corte costituzionale austriaca ha dichiarato l’illegittimità del § 44 del codice civile nella parte in cui limita la possibilità di concludere il matrimonio solo alle coppie formate da persone di sesso diverso. La caducazione di tale previsione avrà effetto a partire dal 31 dicembre 2018, a meno che il legislatore non intervenga anticipatamente per adeguare il testo codicistico al contenuto della sentenza; diversamente, le coppie omosessuali potranno sposarsi soltanto a partire dalla fine del prossimo anno. Il Verfassungsgerichtshof si è espresso a seguito del ricorso promosso da due donne che già erano unite civilmente e che intendevano tuttavia espletare le pratiche necessarie alla conclusione del matrimonio, imbattendosi a quel punto nel diniego dell’amministrazione municipale di Vienna e in seguito del tribunale amministrativo.

La decisione appare particolarmente significativa – anche agli occhi del lettore italiano – per almeno un paio di ragioni. Anzitutto, perché essa si fonda su un argomento che può – e anzi, dovrebbe – valere anche per il nostro ordinamento, ossia quello che risiede nel principio di eguaglianza. La predisposizione di due istituti diversi – peraltro dal regime giuridico sostanzialmente identico – per la regolamentazione dei rapporti di coppia eterosessuali ed omosessuali appare infatti alla Corte contraria al Gleichheitsgrundsatz, giacché si fonda in via esclusiva su un carattere intimamente connesso alla propria personalità quale quello dell’orientamento sessuale. Tale circostanza, inoltre, ha pure un risvolto pratico, in quanto la diversità di denominazione impiegata per designare lo stato di famiglia della persona unita civilmente rispetto a quella coniugata (“in eingetragener Partnerschaft lebend” anziché “verheiratet”) fa sì che l’orientamento sessuale della prima sia suscettibile di emergere anche in contesti in cui esso non rileva né deve rilevare, esponendo così il soggetto al rischio di essere per tale ragione discriminato. In secondo luogo, la pronuncia austriaca si inserisce in una dinamica per un verso attesa, e, per altro verso, più ampia: attesa perché già con una pronuncia dell’11 dicembre 2014 la Corte costituzionale aveva dichiarato, sempre alla luce del principio di eguaglianza, l’illegittimità del divieto per la coppia stretta in una eingetragene Partnerschaft di accedere all’adozione di un minore estraneo alla stessa (oltre che all’adozione, da parte di un partner, del figlio adottivo dell’altro); e più ampia perché la pronuncia di cui si discorre si inserisce in una linea di sensibilità giuridica assai diffusa negli ordinamenti dell’Europa occidentale (e non solo), seguendo peraltro, di pochi mesi, l’approvazione della legge tedesca sulla “Ehe für alle”, la quale, a partire dal 1° ottobre di quest’anno, ha aperto il matrimonio anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso grazie ad una semplice modifica legislativa del § 1353 BGB.

Attualmente, anche solo considerando il tormentato dibattito parlamentare che ha accompagnato la l. 20 maggio 2016, n. 76, sembra difficile che queste vicende possano avere un’influenza diretta nell’evoluzione del nostro sistema: di certo, però, anch’esse contribuiscono a mettere in luce la problematica convivenza delle unioni civili con il principio di eguaglianza, posto che le tesi, pur diffuse, che teorizzano la costituzionalizzazione, ad opera dell’art. 29 Cost., del requisito della diversità di sesso dei coniugi appaiono, a nostro avviso, tutt’altro che insuperabili.

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