R.c. auto e azione diretta promossa dal minore nei confronti della compagnia assicuratrice  

Di FRANCESCO MEZZANOTTE -

MINORI_Cass. civ._ord. 24077_2017

La questione risolta dalla Cassazione con l’ordinanza in commento trae origine da un sinistro stradale che ha visto coinvolta, come passeggera, una persona minore. A seguito dell’incidente, quest’ultima aveva autonomamente proposto, per mezzo di un legale di fiducia, azione di risarcimento del danno nei confronti della compagnia assicurativa del danneggiante, secondo la procedura allora disciplinata dall’art. 22, l. 24 dicembre 1969, n. 990 (e oggi confluita nell’art. 148 cod. ass.).

In entrambi i precedenti gradi di giudizio la domanda era stata giudicata improcedibile per il fatto che la richiesta di risarcimento fosse stata avanzata senza l’intervento di alcuno dei genitori della vittima, ma esclusivamente in forza di un mandato conferito da un soggetto non ancora maggiorenne, e quindi formalmente privo della capacità di agire.

Con le loro argomentazioni, i giudici del merito hanno mostrato di attribuire, quantomeno implicitamente, valenza negoziale alla richiesta di risarcimento attivata dal minore, in ciò ponendosi tuttavia in contrasto con l’orientamento interpretativo frequentemente espresso dalla giurisprudenza di legittimità in tema di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti. Sul punto, la Cassazione ha infatti nel tempo a più riprese statuito che la richiesta di risarcimento formulata dal danneggiato a mezzo di lettera raccomandata, rappresentando una condizione legale di proponibilità dell’azione risarcitoria contro l’assicuratore del danneggiante, deve intendersi come un atto giuridico in senso stretto, e non già un atto negoziale. Conseguentemente, essa deve ritenersi utilmente presentata ancorché proveniente da un minore, anche attraverso un legale (e in tale ultimo caso, pur in assenza di una formale procura scritta: v. tra le altre Cass., 9 febbraio 2000, n. 1444; Cass., 12 ottobre 1998, n. 10090; Cass., 15 luglio 1987, n. 6245; Cass., 15 maggio 1980, n. 3206).

Così impostata la questione, la Corte ribadisce che la validità degli atti giuridici in senso stretto posti in essere dal minore d’età deve incontrare il solo limite del pregiudizio che dal relativo compimento o ricezione possa al medesimo derivargli. Elemento, quello del pregiudizio, che nel caso di specie non può discendere: i) né nella richiesta risarcitoria di cui all’art. 22, l. 990/1969; ii) né dal relativo incarico conferito ad un legale, trattandosi di mandato di carattere sostanziale avente ad oggetto il compimento di atto giuridico stragiudiziale non rientrante tra quelli da effettuarsi necessariamente dal rappresentante legale del medesimo (e a fortiori tra quelli da autorizzarsi dal giudice tutelare ex art. 322 c.c.).

Sulla scorta di queste motivazioni, la Corte ha accolto il ricorso della vittima e rinviato la questione per un nuovo esame nel merito.

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