Diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza e coabitazione di figli minori o disabili gravi

Di CHIARA FAVILLI -

L’esigenza di garantire le necessità abitative e la stabilità dell’ambiente domestico ha indotto il legislatore a prevedere, in presenza di minori conviventi con la coppia, una dilatazione temporale del diritto del convivente superstite di continuare ad abitare nella casa di comune residenza di proprietà del defunto.

L’art. 1, comma 42, l. n. 76/2016 prevede che, qualora nella casa di comune residenza coabitino figli minori o disabili del convivente superstite, il diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza viene prolungato, in ogni caso, per un periodo non inferiore a tre anni.

Va premesso che il suindicato comma 42 dell’art. 1, l. n. 76/2016, fa salvo quanto previsto dall’art. 337-sexies c.c. sull’assegnazione della casa familiare dopo la crisi della coppia. Pertanto, qualora i conviventi fossero separati e la casa già assegnata al convivente superstite, il diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza sfuggirebbe dai limiti temporali indicati nel comma 42, giacché prevarrebbero le regole più favorevoli previste dall’art. 337-sexies c.c. per il soddisfacimento delle esigenze dei figli.

Dalla lettura sistematica della norma emerge una evidente disparità di trattamento tra i figli a seconda che al momento del decesso i genitori siano o meno separati. Infatti, qualora la casa sia stata precedentemente assegnata al genitore superstite, i figli avrebbero la possibilità di conservare l’habitat domestico fino al raggiungimento dell’indipendenza economica, salvo eventuali decadenze del genitore, nonché di avvalersi della tutela conseguente alla trascrizione; nel caso, invece, di coppia ancora unita e convivente al momento della morte del proprietario della casa, i figli godrebbero del diritto temporaneo riconosciuto al genitore sopravvissuto, esposto peraltro ai rischi connessi alla non trascrivibilità. Un esito applicativo così discriminatorio potrebbe essere evitato adottando, come suggerito in dottrina, un’interpretazione costituzionalmente adeguata, sorretta anche dalla lettera della norma che fa testuale riferimento ai figli minori o ai figli disabili «del convivente superstite», e non della coppia. In tal modo, è possibile circoscrivere lo spettro di riferimento della previsione del comma 42 al caso dei figli non comuni e applicare, invece, in via analogica alla prole generata dalla coppia convivente la regola più favorevole dell’art. 337 sexies c.c., in conformità con il principio generale che vieta le discriminazioni tra figli dovute a circostanze loro estranee.

Ne deriva che, in presenza di figli minori o disabili gravi comuni ai conviventi, l’art. 337-sexies, relativo al godimento della casa, si applica oltre che nelle fattispecie oggetto di riferimento testuale ovverosia nei casi di crisi del rapporto tra i genitori di minori, anche nei casi di decesso del proprietario della casa di comune residenza intervenuto nell’ambito di una convivenza ancora attuale. Il prolungamento previsto dall’ultimo inciso del comma 42 riguarderebbe, pertanto, unicamente il caso della presenza all’interno del nucleo di figli minori o disabili propri del solo convivente superstite e, quindi, varrebbe a valorizzare, ancorché indirettamente, il rapporto di genitorialità sociale instauratosi con la prole del partner per effetto della ricostituzione familiare.

SCARICA DOCUMENTO IN PDF