L’assegnazione della casa familiare al genitore non comodatario dell’immobile

Di CHIARA CERSOSIMO -

FAMIGLIA Cass. ord. n. 3302_2018

Nell’ordinanza in commento, la Suprema Corte affronta il tema dell’assegnazione della casa familiare a favore dell’ex coniuge affidatario della prole minorenne.

Una coppia di genitori concede al figlio un immobile in comodato gratuito, affinché quest’ultimo lo destini all’esercizio di attività commerciale. Il comodatario, contrariamente a quanto pattuito, lo adibisce a casa coniugale. Intervenuta la sentenza di divorzio, il Tribunale assegna l’immobile all’ex moglie del comodatario, affidataria della figlia minorenne. I comodanti agiscono per ottenere il rilascio del bene, ma la loro istanza viene rigettata dai giudici di merito. La Cassazione conferma la decisione della Corte territoriale, uniformandosi all’orientamento consolidatosi presso la giurisprudenza di legittimità a partire dal 2004.

Il provvedimento di assegnazione della casa familiare, emesso dal Giudice della separazione o del divorzio, a favore del coniuge che non sia titolare di diritti reali o personali sul bene nei confronti del terzo proprietario, non modifica il titolo negoziale sulla base del quale l’immobile, prima della crisi coniugale, veniva utilizzato quale casa familiare (Cass., Sez. Un., n. 13603/2004; Cass., Sez. Un., n. 20448/2014). L’assegnazione della casa al coniuge affidatario trova la sua ratio nella tutela dell’interesse della prole minorenne e postula una previa indagine che permetta di identificare il bene suddetto quale luogo di affetti e abitudini familiari, in cui si è svolta, con continuità, e sino al venir meno dell’affectio tra i genitori, l’attività domestica della famiglia.

L’esercizio dei diritti e delle obbligazioni nascenti dal rapporto di comodato si concentrano esclusivamente in capo all’assegnatario, a favore del quale, però, non viene costituito alcun nuovo diritto che possa compromettere la preesistente situazione giuridica del dominus. Il comodante, in qualità di proprietario del bene, può esercitare tutti i diritti che gli competono, incluso quello di allegare un «urgente ed impreveduto bisogno» che legittimi la restituzione immediata dell’immobile, ai sensi dell’art. 1809, comma 2, c.c.

Il provvedimento de quo, pertanto, consente di qualificare, in via preventiva, come pregiudizievole qualsiasi condotta del coniuge escluso che, d’accordo con i comodanti, si impegni a sciogliere anzitempo il rapporto di comodato, in violazione dei doveri di solidarietà e assistenza familiare.

Nel caso di specie, i comodanti, sebbene l’immobile fosse stato concesso al figlio per l’esercizio esclusivo di attività commerciale, non potevano disconoscere l’effettiva destinazione del bene, adibito a casa familiare. L’uso prolungato dell’immobile per finalità contrarie a quelle oggetto della pattuizione originaria avrebbe imposto ai comodanti l’onere di contestare, quanto meno, l’inadempimento dell’obbligazione di cui all’art. 1804 c.c. La mancanza di qualsiasi iniziativa da parte di questi ultimi deve essere interpretata come una sorta di autorizzazione tacita alla modifica dell’«uso determinato» del bene, il quale non risulta più destinato all’esercizio di attività lavorativa del figlio, ma, piuttosto, a casa familiare di costui.  I comodanti, inoltre, non avendo allegato alcun urgente e sopravvenuto bisogno, non si troverebbero neanche nella condizione di pretendere il rilascio immediato del bene, ex art. 1809, comma 2, c.c. Per tali ragioni, la Cassazione ha rigettato il ricorso proposto e confermato la decisone dei giudici merito.

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