Sulla prova e la quantificazione del danno non patrimoniale tra coniugi

Di CHIARA FAVILLI -

FAMIGLIA_Cass. civ. sez. VI 16.03.2018 n. 6629

Una donna agisce in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni dal marito, il quale aveva diffuso la notizia della relazione extraconiugale da lei intrapresa e l’aveva aggredita provocandole la frattura delle ossa nasali. In primo grado viene riconosciuto il ristoro del danno morale e biologico mentre in appello viene respinta la riconvenzionale del marito, basata, oltre che su pretese aggressioni subite in precedenza (per una delle quali l’attrice era stata condannata), sull’assunto che la moglie stessa avrebbe ammesso la sua relazione extraconiugale e sarebbe mancato l’elemento psicologico per la diffamazione.

La Cassazione, dal canto suo, con l’ordinanza in commento respinge il ricorso del marito per inammissibilità in ordine alla motivazione del provvedimento impugnato, stante la mancata puntuale individuazione del motivo di critica (alla quale consegue la condanna per lite temeraria ex art. 385, c.p.c. abrogato ma applicabile ratione temporis).  Seppur argomentando brevemente, la Corte non manca, tuttavia, di respingere le censure sollevate: la prima, secondo la quale il giudice d’appello avrebbe trascurato di valutare il danno-conseguenza (l’incidenza della notizia sulla vita di relazione della diffamata e delle sue sofferenze), basandosi sul solo danno-evento (la sola prova del fatto lesivo non dimostrando, secondo il ricorrente, il danno) è infondata perché, a parere della Suprema Corte, la “derisione” e il “pubblico discredito” subiti dalla vittima, raggiungerebbero  l’accertamento dell’esistenza del danno; la seconda ovvero la mancata considerazione, in punto di quantificazione, delle condizioni economiche del ricorrente, da valutare, invece, a suo avviso, per “soddisfare la funzione punitiva”, va respinta per l’assoluta non pertinenza del parametro, che non può non essere oggettivo, id est non variante a seconda del soggetto autore della condotta dannosa.

Le conclusioni alle quali perviene la Cassazione offrono lo spunto per alcune osservazioni: innanzitutto, le conseguenze nella cerchia sociale della diffusione della vicenda del tradimento non sono di per sé sole idonee a dimostrare l’esistenza di conseguenze lesive ma devono essere ponderate dal giudice per inferirne, anche in via presuntiva, l’effettivo impatto sulla sfera individuale; va detto poi che il criterio liquidativo della condizioni economiche del danneggiante è solo in astratto estraneo all’entità del danno, posto che il grado delle conseguenze afflittive patite dalla vittima può ben risentire della circostanza che l’offesa venga perpetrata da un soggetto che, forte delle proprie possibilità economiche, agisca senza alcuna considerazione per l’incidenza della propria condotta sull’altro e potrebbe trovare spazio, in quest’ottica individual-deterrente, nella liquidazione del danno non patrimoniale, senza per questo urtare con il principio di eguaglianza.

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