Amministrazione di sostegno e prodigalità

Di MARIO RENNA -

Cass._ n. 5492_2018

La Corte di Cassazione, in linea con quanto statuito dalla Corte d’Appello di Bologna, conferma l’adozione dell’amministrazione di sostegno in presenza di una situazione di prodigalità.

La ricorrente lamentava la violazione degli artt. 404 e 407, comma 3, c.c. da parte della Corte d’Appello di Bologna. L’organo giurisdizionale, invero, avrebbe reputato erroneamente sussistenti i presupposti legittimanti l’amministrazione di sostegno (ex art 404 c.c.), esclusivamente in virtù di una presunta e mai provata condotta di prodigalità.

Tale doglianza veniva accompagnata dalla denuncia della mancata ammissione della CTU, rappresentando ciò un vulnus in tema di diritti fondamentali riconosciuti a livello sovranazionale.

La Corte di Cassazione ha raccordato la prodigalità all’amministrazione di sostegno, superando una interpretazione strettamente letterale ai sensi dell’art. 415, comma 2, c.c.. Ha, quindi, aderito al consolidato orientamento giurisprudenziale volto a valorizzare la misura protettiva dell’amministrazione di sostegno, reputandola idonea a non comprimere eccessivamente la signoria del volere del beneficiario e preservando l’autonomia di questi rispetto a misure più penetranti quali l’interdizione giudiziale e l’inabilitazione (Cass., n. 1817/2013; Cass., n. 20664/2017).

Pertanto, pur in presenza di presupposti astrattamente legittimanti l’inabilitazione o l’interdizione, si deve fare ricorso all’amministrazione di sostegno quando tale mezzo di tutela consenta di offrire un’adeguata protezione considerando gli interessi reali e concreti del soggetto da proteggere.

La Corte di Cassazione ha, inoltre, respinto il motivo di ricorso volto a censurare la mancata ammissione della C.T.U., ribadendo come la decisione di ricorrervi costituisca un potere discrezionale del giudice (cui spetterà motivare adeguatamente un eventuale rigetto dell’istanza di parte di ammissione). Nel caso di specie, la prodigalità è stata correttamente intesa dal giudice di secondo grado quale comportamento abituale caratterizzato dalla larghezza nello spendere, nel regalare o rischiare eccessivamente rispetto alle proprie condizioni socio-economiche e al valore oggettivamente attribuibile al denaro, non obbligatoriamente riconducibile ad una malattia o infermità. Tale circostanza ha potuto sufficientemente essere apprezzata tramite lo scrutinio del giudice, non ravvisandosi la necessità di disporre accertamenti d’ufficio.

SCARICA DOCUMENTO IN PDF