Il prelievo di somme da un conto corrente cointestato può costituire accettazione tacita di eredità?

Di ANDREA MARIA GAROFALO -

Successioni Cass. 22.02.2018 n. 4320

Nella decisione in commento la Corte di cassazione si trova, tra l’altro, a decidere sulla seguente questione: se sia qualificabile come accettazione tacita dell’eredità (art. 476 c.c.) una condotta consistente nel prelievo da un conto corrente bancario, intestato al de cuius e alla moglie chiamata all’eredità, di somme di denaro utilizzate poi dalla coniuge per il pagamento di un debito solidale facente capo a lei stessa e al marito defunto.

L’attore, nel caso di specie, chiedeva che fosse accertata la qualità di erede in capo alla moglie chiamata, la quale invece si difendeva contestando l’avvenuta accettazione dell’eredità.

Nella sua motivazione, la Suprema Corte valorizza anzitutto il fatto che l’attore aveva sì dato la prova del prelievo da parte di quest’ultima di somme dal conto corrente cointestato e del loro utilizzo per pagare un debito derivante da un finanziamento concesso al de cuius e alla consorte, ma non aveva poi offerto in giudizio alcuna dimostrazione circa la titolarità sostanziale in capo al defunto delle somme stesse (o di parte di queste somme).

Posto che la fattispecie dell’art. 476 c.c. risulta integrata dal pagamento dei debiti del de cuius solo se l’atto di adempimento è compiuto tramite denaro rientrante nell’eredità (cfr. Cass. civ., sez. II, 27 gennaio 2014, n. 1634), la carenza di una siffatta prova avrebbe impedito, secondo la Corte, di ritenere accettata tacitamente l’eredità; né avrebbe potuto supplire la presunzione di cui all’art. 1298, comma 2, c.c., la cui applicazione non era stata espressamente invocata dall’attore e comunque non aveva rappresentato oggetto di discussione in corso di causa.

D’altro canto, aggiunge il Collegio, nel conto corrente bancario i cointestatari sono, in virtù del disposto dell’art. 1854 c.c., debitori e creditori solidali nei confronti dell’istituto di credito (cfr. Cass. civ., sez. I, 28 febbraio 2017, n. 5071): per cui il prelievo di somme non costituisce un potere riservato al reale titolare, nei rapporti interni, degli importi di denaro, ma una facoltà spettante sulla base del dato formale dell’intestazione del conto, il cui esercizio è del tutto incolore. Esso, infatti, non presuppone la qualità di erede e la volontà di assumere la stessa, non implicando quindi nemmeno, nel suo senso sociale, accettazione di eredità.

Resta non chiarito se, in presenza della prova da parte dell’attore della titolarità sostanziale delle somme in capo al de cuius, si sarebbe dovuti giungere a una soluzione differente, ammettendo dunque la sussistenza di una accettazione tacita ex art. 476 c.c.: l’iter argomentativo seguito dalla Cassazione sembrerebbe, nondimeno, far propendere per una risposta affermativa.

Del resto, il prelievo di somme sostanzialmente altrui finalizzato al pagamento del debito anche del de cuius, ove non costituisse atto di sottrazione di beni ereditari comportante accettazione ex lege (art. 527 c.c.), sarebbe comunque da qualificare come atto di gestione dell’asse fuoriuscente dalla semplice conservazione del patrimonio (artt. 460 e 476 c.c.; in dottrina: U. Natoli, L’amministrazione dei beni ereditari, I, L’amministrazione durante il periodo antecedente all’accettazione dell’eredità2, Milano, 1968, p. 177), con conseguente accettazione tacita dell’eredità.

Qualche dubbio residua, poi, circa l’onere della prova: ipotizzare – come statuisce il Collegio – che chi ha interesse a vedere dichiarata l’accettazione non possa limitarsi a invocare la presunzione dell’art. 1298, comma 2, c.c. vuol dire addossare allo stesso un carico probatorio spesso difficilmente soddisfacibile, mentre più congruo sarebbe forse – a prescindere dalla dinamica processuale del caso a giudizio – ammettere l’operatività della presunzione, che del resto tollera una prova contraria.

Infine, non adeguatamente valorizzata nella decisione appare la circostanza, che emerge solo incidentalmente dalla motivazione, a mente della quale la coniuge superstite non avrebbe davvero compiuto atti di prelievo e di pagamento, ma semmai avrebbe omesso di revocare un ordine di addebito permanente in conto corrente: è probabile, nondimeno, che tale elemento abbia giocato un ruolo non irrilevante nella precomprensione della Corte.

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