Separazione coniugale: i figli non si separano!

Di LUCA PEDULLA' -

Cass. civ. sez. I ord. 24.05.2018 n. 12957

Con l’ordinanza in esame, la Corte di Cassazione ha ribadito che in caso di separazione tra i coniugi, i figli, già provati dal dissesto familiare, hanno il diritto di poter crescere insieme e mantenere inalterato (almeno) il loro legame, a meno che non vi siano motivi così gravi da «costringere» il giudice di merito a decidere diversamente. Infatti, «la tutela del diritto fondamentale di sorellanza e fratellanza impone che, in caso di separazione dei genitori, i fratelli e le sorelle debbano essere collocati presso il medesimo genitore».

In buona sostanza, i giudici di legittimità, nella loro funzione anche nomofilattica, hanno inteso sancire, o meglio, esortare i giudici di merito a tenere bene in mente, non solo per il futuro ma anche nei procedimenti già in corso, il principio di non separabilità tra fratelli e sorelle, anche laddove si registri un’alta conflittualità tra i genitori. Anzi, a maggior ragione, in siffatti gravi casi i figli devono mantenere tra loro (ancor più) saldo il legame affettivo, respingendosi così la possibilità di adottare provvedimenti di affidamento che comportino la loro separazione se non per ragioni molto gravi e, comunque, sulla base di una «motivazione rigorosa che evidenzi il contrario interesse del minore alla convivenza». Principio questo, che dovrebbe valere anche quando, ad esempio, venga richiesto al giudice di affidare un figlio ai servizi sociali con collocamento prevalente presso un genitore e il secondo figlio, invece, all’altro genitore.

Insegnamento della Cassazione che, si teme, potrebbe essere potenzialmente vanificato qualora venga aprioristicamente disconosciuto dai nominati consulenti tecnici di ufficio e dagli addetti ai servizi sociali e/o di neuropsichiatria infantile.

Ad ogni modo, anche siffatto condivisibile principio reca con sé profili critici. Ad esempio, come conciliarlo con l’altro (parimenti tutelabile) principio di rispetto della volontà del minore qualora quest’ultimo, in sede di ascolto – anche se di età inferiore ai dodici anni previsti dal codice civile, ma non certo quando ne abbia sei – espressamente dichiari al giudice di voler andare a vivere con il genitore non collocatario degli altri fratelli e/o sorelle? A quale “richiesta” il giudice dovrà dare preminenza? Problema che la stessa ordinanza n. 12957/2018 si prefigura, limitandosi però ad enunciare soltanto che, in linea di massima, il figlio ha il diritto di essere ascoltato e, per quanto possibile, accontentato.

A ben vedere, ciò non solo non risolve la questione ma anzi finisce per spostare il tema sulla successiva verifica della rigorosità della motivazione adottata dal giudice nel proprio provvedimento giudiziale, atteso che il genitore non soddisfatto dalla decisione (immancabilmente) la impugnerà dinanzi al giudice superiore, con tutto ciò che ne conseguirà per i minori che vedranno così allungarsi il tempo di litigiosità (anche giudiziale) dei propri genitori.

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