Delibazione della declaratoria di nullità del matrimonio concordatario e giudizio di separazione

Di EMANUELA ANDREOLA -

Cass. civ. sez. I ord. 11.05.2018 n. 11553

Il caso esaminato dalla Corte di Cassazione riguarda il rapporto tra la declaratoria di nullità del matrimonio canonico con effetti civili e il giudizio di separazione. Più precisamente, nel caso concreto, dopo il passaggio in giudicato della sentenza di separazione, era intervenuta la delibazione della decisione ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario e il marito, tenuto a corrispondere alla moglie l’assegno di mantenimento, ne aveva chiesto la revoca ex art. 710 c.p.c., per fatti nuovi sopravvenuti. Mentre il giudice di primo grado aveva accolto l’istanza, la Corte d’appello di Napoli era giunta alla conclusione opposta secondo cui, una volta formatosi il giudicato sulla sentenza che attribuisce il diritto all’assegno divorzile ovvero il diritto all’assegno di mantenimento a favore del coniuge separato, il sopravvenire della dichiarazione di nullità del matrimonio non può determinare il venir meno del diritto alla percezione dell’assegno. I giudici partenopei, nel riformare la sentenza di primo grado, avevano invocato i principi fissati dalla Cassazione nella sentenza n. 4202/2001.

Il tema posto all’attenzione della Suprema Corte è molto particolare e si riferisce alla sorte da attribuire alle statuizioni economiche e patrimoniali contenute nella pronuncia di separazione personale dei coniugi (e non di divorzio) divenute cosa giudicata, quando  sopraggiunga il provvedimento che attribuisce efficacia civile alla sentenza ecclesiastica di nullità del vincolo. In tale ipotesi, occorre chiarire se l’obbligo di corresponsione dell’assegno di separazione permanga, oppure venga meno, in virtù dell’efficacia retroattiva della dichiarazione di invalidità originaria del matrimonio.

L’ordinanza in esame coglie l’occasione per chiarire l’orientamento della giurisprudenza di legittimità sulla questione, anche alla luce dei principi enunciati nella citata sentenza 23 marzo 2001 n. 4202. Pur riconoscendo che giudizio di divorzio e giudizio di nullità presentano differenti petitum e causa petendi, e che, quindi, la pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio non impedisce la delibazione della sentenza canonica di invalidità del vincolo, si ritiene, secondo il nuovo orientamento, che, per i capi di contenuto economico della pronuncia di  divorzio si applichi la regola secondo cui, accertato il diritto all’assegno divorzile con sentenza passata in giudicato, visti gli effetti sostanziali del giudicato ex art. 2909 c.c., questo non sia più suscettibile di formare oggetto di un nuovo giudizio. Di qui la sua intangibilità nonostante il sopravvenire della dichiarazione di invalidità del vincolo matrimoniale e nonostante il dato incontrovertibile che le sentenze di cessazione degli effetti civili di detto vincolo siano comunque soggette al principio rebus sic stantibus e suscettibili di revisione ai sensi della L. 1° dicembre 1970, n. 898, art. 9,  per  mutamento delle condizioni originarie.

In verità, nell’ipotesi della sopravvenienza della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio dopo il passaggio in giudicato della sentenza di separazione che dispone sull’assegno di separazione, questi principi non sono applicabili, per la sostanziale diversità tra l’assegno di separazione e l’assegno divorzile. La Suprema Corte chiarisce che gli istituti sono  fondati su presupposti del tutto distinti: la separazione personale non elide, anzi presuppone, la permanenza del vincolo coniugale, sicchè il dovere di assistenza materiale, nel quale si estrinseca l’assegno di mantenimento, conserva la sua efficacia in quanto sussista un matrimonio valido. Diversamente, l’assegno divorzile si giustifica con il c.d. dovere di  “solidarietà post coniugale” il cui adempimento non richiede quale necessario ed attuale  presupposto, lo status di coniuge. L’assegno divorzile riguarda anzi ex coniugi, quali persone singole, a tutela della persona economicamente più debole.

In conclusione, attesa la diversità della fattispecie esaminata in confronto all’insegnamento della Cassazione sulla delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio rispetto al giudizio di separazione, secondo una interpretazione coerente e ragionevole, l’assegno di separazione disposto con sentenza passata in giudicato, deve essere travolto venendo meno il presupposto per il riconoscimento di un obbligo di contribuzione e, quindi, le statuizioni accessorie ad esso connesse e da esso dipendenti.

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