L’ultrattività della comunione legale dei beni

Di DORIANA DE CRESCENZO -

Cass. 28.02.2018

La sentenza in commento affronta la tematica relativa all’applicabilità o meno delle norme in materia di comunione ordinaria di cui agli artt. 1100 e seguenti del codice civile nel caso in cui su un terreno acquistato durante la vigenza del regime di comunione legale tra i coniugi, uno solo dei due abbia edificato tre fabbricati. Volendo brevemente ripercorrere la vicenda giudiziale, può dirsi che a seguito di separazione consensuale omologata, il marito instaurava giudizio innanzi al Tribunale di Rieti chiedendo lo scioglimento della comunione sui detti immobili e conseguente assegnazione al medesimo degli originari terreni o dei fabbricati edificati, riconoscendo, al massimo, alla moglie una somma commisurata al valore dei terreni oppure l’assegnazione dei terreni anche alla moglie con condanna di questa a pagargli il valore dei fabbricati edificati. La signora si difendeva adducendo che l’edificazione era intervenuta in violazione delle norme in materia di comunione, in particolare dell’art. 1120 c.c., e chiedeva pertanto la demolizione delle dette opere e in via subordinata il dichiararsi per accessione della comproprietà su tutti i manufatti per poi procedere alla divisione giudiziale. Il Tribunale di Rieti accoglieva la domanda riconvenzionale della moglie e disponeva l’ordine di demolizione e successiva divisione; decisione confermata anche all’esito del giudizio di appello innanzi alla Corte di Appello di Roma. Il ricorrente presentava quindi ricorso in Cassazione fondato su sei motivi e, in particolare, con il quarto motivo censurava un’omessa pronuncia nella sentenza di Appello in merito all’inapplicabilità della disciplina generale della comunione ordinaria alla edificazione oggetto della controversia. La Suprema Corte analizzava tale aspetto ripercorrendo cronologicamente gli elementi di fatto dedotti in giudizio ed in particolare precisando che i coniugi avevano acquistato in regime di comunione dei beni i terreni nel 1987 e che l’anno successivo, gli stessi, avevano poi mutato il loro regime in quello della separazione dei beni a mezzo di convenzione matrimoniale. Nel 1990 il marito ha poi iniziato l’edificazione dei contestati fabbricati, utilizzati pacificamente dalla coppia, fino alla separazione avvenuta nel 2003.
Finita l’analisi fattuale, la Suprema Corta affronta il quarto motivo di ricorso e vi procede mediante un particolare parallelismo con una vicenda, a suo dire, diversa ma in parte speculare, avente ad oggetto quanto previsto dall’art. 228 della l. n.151/1975 che non prevede automatismi (per la sorte dei beni acquistati prima del 15 gennaio 1978) ma richiede un atto di volontà delle parti per assoggettare i beni acquistati precedentemente all’istaurarsi del nuovo regime della comunione legale, alla medesima sorte di quelli acquistati successivamente in assenza di un atto di scelta del regime patrimoniale della separazione dei beni. Da qui la Suprema Corte trae il “principio generale” secondo cui in assenza di diversa volontà dei coniugi, per i beni acquistati in un preesistente regime, debbano continuare a trovare applicazione quelle norme e non quelle proprie del regime successivamente scelto. Conseguentemente, applicando tale assunto al caso in esame, la Corte conclude con la cassazione della sentenza di appello e conseguente rinvio, sostenendo che i terreni originari devono essere considerati ancora in regime di comunione dei beni e, pertanto, il mancato diniego manifestato dalla moglie nei termini ridotti di cui all’art. 184 c.c. in merito all’edificazione dei fabbricati, deve intendersi come implicita autorizzazione il detto atto di straordinaria amministrazione, con la conseguenza che i fabbricati edificati devono essere ritenuti, a loro volta, di proprietà di entrambi.
La ricostruzione effettuata dalla Suprema Corte non appare del tutto logica e consequenziale soprattutto nelle sue premesse, contestabili in virtù dell’analisi dei due dati normativi nella stessa sentenza menzionati.
In primis il parallelismo con l’art. 228 della l. n.151/1975 non risulta pertinente. La fattispecie regolata da tale norma era molto diversa e quindi assolutamente non utilizzabile come termine di paragone, andando a disciplinare la sorte dei beni acquistati dai coniugi in vigenza del periodo transitorio antecedente alla entrata in vigore del nuovo regime della comunione legale dei beni. La norma precisava infatti che le famiglie già costituite alla data di entrata in vigore della presente legge, decorso il termine di due anni dalla detta data, sono assoggettate al regime della comunione legale per i beni acquistati successivamente alla data medesima a meno che entro lo stesso termine uno dei coniugi non manifesti volontà contraria in un atto ricevuto da notaio o dall’ufficiale dello stato civile del luogo in cui fu celebrato il matrimonio. Entro lo stesso termine i coniugi possono convenire che i beni acquistati anteriormente alla data indicata nel primo comma siano assoggettati al regime della comunione, salvi i diritti dei terzi. Gli atti di cui al presente articolo compresi i trasferimenti eventuali e conseguenti di diritti sono esenti da imposte e tasse e gli onorari professionali ad essi relativi sono ridotti alla metà. Essi non possono essere opposti a terzi se non sono annotati a margine dell’atto di matrimonio.
La norma si poneva quindi l’obiettivo di mediare tra la irretroattività del nuovo regime e la sua automatica applicazione per il futuro (a meno di dichiarazione contraria) così da consentire la scelta dei coniugi di inglobare nel nuovo regime anche i beni acquistati in precedenza. Situazione del tutto non sovrapponibile con quella all’esame della Corte che non si inserisce in nessun regime transitorio, né è travolta da alcun automatismo.
Ulteriore contestazione al ragionamento effettuato nella sentenza riguarda quanto asserito al punto 3.3. nel quale la Corte in un primo momento precisa (correttamente) che la natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi permane sino al momento del suo scioglimento, per le cause di cui all’art. 191 c.c., allorquando i beni cadono in comunione ordinaria e ciascun coniuge, che abbia conservato il potere di disporre della propria quota, può liberamente e separatamente alienarla… .
E subito dopo al punto 3.4 continua asserendo: ciò determina evidentemente che, in diritto, il regime di comunione legale tra i coniugi, sussistente al momento dell’acquisto del fondo e mantenuto (per il pregresso) nonostante la successiva separazione dei beni… .
Delle due l’una: o la comunione permane sino allo scioglimento per le cause di cui all’art. 191 c.c. (che letteralmente prevede tra la cause di scioglimento il mutamento convenzionale del regime patrimoniale) e successivamente i beni cadono in comunione ordinaria, come affermato al punto 3.3.; o il regime della comunione può essere mantenuto per il pregresso, come asserito al punto 3.4. A voler ragionare in maniera coerente con quanto riportato al punto 3.4, si potrebbe forse ritenere che la Corte abbia presupposto l’esistenza di un atto volontario (sulla falsariga di quanto previsto dal menzionato art. 228) ricevuto con la forma prevista dalle convenzioni matrimoniali, che abbia impedito lo scioglimento del regime della comunione ordinaria per i beni acquistati prima del mutamento del regime tra i coniugi. Atto la cui esistenza non è menzionata nella sentenza e che si inserirebbe, tra l’altro, nella vivace diatriba dottrinale avente ad oggetto la possibile atipicità delle convenzioni matrimoniali.
La ricostruzione logica non appare, per quanto detto, consequenziale e sembra contraddirsi da sola.
Prescindendo però dall’analisi del ragionamento giuridico effettuato dalla Suprema Corte, è indubbio che la stessa abbia preso posizione in merito alla sorte dei beni acquistati in regime di comunione dei beni, al verificarsi dello scioglimento della medesima, seppur non motivando tale scelta. La dottrina si è da sempre divisa sul punto e se per alcuni è pacifico che debba parlarsi di comunione ordinaria, sottoposta alle regole di cui agli artt. 1100 c.c. e seguenti, come del resto asserito anche da larga parte della giurisprudenza ; per altri, potrebbe continuare il regime di comunione legale ma limitatamente ai profili esterni e quindi in tema di opponibilità e di efficacia nei riguardi dei creditori.
Dall’esame dei precedenti e della dottrina in materia, sembra però che l’assoggettamento alla comunione ordinaria dovesse, almeno fino alla sentenza in commento, ritenersi prevalente. Così ragionando, infatti, si darebbe la giusta rilevanza all’atto negoziale di scelta del regime di separazione da parte dei coniugi, che ha sì rilevanza programmatica, ma esprime chiaramente la scelta e la volontà degli stessi di orientarsi verso una diversa modalità di amministrazione e gestione dei beni, abbandonando la stringente normativa legale.
Ove così non fosse, i coniugi potrebbero esprimere la loro volontà di tener ferme per i beni precedentemente acquistati, modalità di gestione e amministrazione più vicine alla comunione legale, mediante la stipula di una convenzione matrimoniale atipica, seguendo la dottrina che la ritiene ammissibile, ma sempre nei limiti del giudizio di meritevolezza che dovrà svolgere l’interprete.
In definitiva, vista la delicatezza della questione e la poca chiarezza e linearità del testo del provvedimento, si può immaginare che la Suprema Corte dovrà necessariamente tornare a pronunciarsi su quanto asserito nella sentenza in esame e potrebbe anzi auspicarsi l’intervento delle Sezioni Unite sull’argomento, non fosse che per l’enorme impatto operativo che quanto affermato ha non solo per gli operatori del diritto, ma anche per tutti quei coniugi (e sono tanti) che hanno optato per il regime di separazione dei beni avendo precedentemente acquistato altri beni e diritti in vigenza della comunione legale.

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