La “terza opzione” nel disegno di legge tedesco sulla registrazione del sesso nello stato civile

Di FEDERICO AZZARRI -

Nel mese di agosto, il governo tedesco ha approvato un progetto di modifica della legge sullo stato civile destinato a segnare una grande novità – giuridica e culturale – sia nell’ordinamento interno, sia rispetto al panorama europeo (e non solo). L’intervento in questione intende consentire alle persone intersessuali – ossia a quelle che, per una non concordanza di componenti genetiche, gonadiche, ormonali e fenotipiche, presentano caratteri sessuali sia maschili sia femminili – tanto la possibilità di omettere ogni indicazione relativa al sesso all’interno del registro delle nascite, quanto quella di optare, invece, per una terza indicazione – “divers” – che andrà quindi ad affiancare quelle tradizionalmente contemplate, ossia maschile (männlich) e femminile (weiblich).

Il tema non è nuovo all’attenzione del legislatore tedesco. Già nel 2013, infatti, in occasione della riforma dello stato civile, al terzo comma del § 22 del Personenstandsgesetz (PStG) era stato previsto che qualora il neonato non potesse essere associato né al sesso femminile né a quello maschile, il Geburtenregister avrebbe allora potuto essere compilato tralasciando ogni indicazione inerente al sesso (secondo la tecnica del c.d. Offenlassen). La disposizione mirava a sollevare i genitori dall’onere di compiere, subito dopo la nascita del figlio, la difficile scelta concernente il sesso sotto cui registrarlo, soprattutto al fine di distoglierli dall’avviare il bambino verso operazioni chirurgiche magari non indispensabili alla sua salute e volte solo ad adeguarne esteticamente i caratteri biologico-somatici a quelli del sesso dichiarato.

Su tale norma si è poi pronunciata la Corte costituzionale con una decisione del 10 ottobre 2017, la quale ha stabilito che la mancata previsione, nei registri di stato civile, di una “positiva registrazione” del genere di coloro che non appartengono né al sesso maschile né a quello femminile, in un contesto che viceversa richiede normalmente l’obbligatoria menzione del sesso della persona, configura una violazione sia del diritto fondamentale all’identità sessuale, sia del principio di parità di trattamento. Per dar corso a tale decisione, il governo ha allora predisposto il disegno di legge in parola, il quale, oltre alla modifica del terzo comma del § 22 PStG, contempla altresì una procedura, variamente articolata a seconda della maggiore o minore età del richiedente, finalizzata a permettere alla persona che presenti una «Variante der Geschlechtsentwicklung» di ottenere l’adeguamento del proprio stato civile secondo l’alternativa sopra ricordata (v. il Gesetzentwurf der Bundesregierung: Entwurf eines Gesetzes zur Änderung der in das Geburtenregister einzutragenden Angaben).

Il provvedimento è assai più cauto, nei suoi esiti, rispetto a quanto prospettava un’ipotesi di generale revisione legislativa contenuta in uno studio del 2017 elaborato dal Deutsches Institut für Menschenrechte, e commissionato dal Ministero federale per la famiglia, gli anziani, le donne e la gioventù, il cui impianto poggiava su una forte adesione al principio di autodeterminazione (v. il documento Geschlechtervielfalt im Recht. Status quo und Entwicklung von Regelungsmodellen zur Anerkennung und zum Schutz von Geschlechtervielfalt). Tuttavia, sebbene un’evoluzione del diritto positivo nel senso auspicato da quel testo apparisse poco probabile, in mancanza di un approfondito dibattito politico e giuridico sulle grandi implicazioni che essa avrebbe comportato, il provvedimento congegnato dal governo non è apparso comunque, ai commentatori più sensibili, immune da difetti. Tra i rilievi più significativi, in particolare, è stato stigmatizzato il riferimento (all’interno di quello che dovrebbe essere il nuovo § 45b PStG) alla necessità di dimostrare la variante dello sviluppo sessuale attraverso la produzione di una certificazione medica. Tale requisito, che si teme possa peraltro condurre ad una “Pathologisierung” della condizione della persona intersessuale, è sembrato infatti inopportuno, sia perché, per un verso, per il soggetto può essere difficile reperire le cartelle cliniche riguardanti l’infanzia o l’adolescenza, dovendosi così sottoporre, in alternativa, a procedure di accertamento medico che potrebbero essergli costose e gravose, sia perché, per altro verso, ciò si traduce altresì in un obbligo di rivelare, tanto al medico quanto all’ufficiale di stato civile, notizie inerenti alla propria costituzione sessuale, intaccandosi così una sfera di riservatezza che è parte integrante del diritto generale della personalità e che non dovrebbe pertanto essere coartata.

Ciò nondimeno, la prossima approvazione della legge sulla “dritte Option” rappresenta senz’altro un momento di grande importanza: sia perché conferma l’attenzione del sistema tedesco verso la tutela dell’identità sessuale (si rammentino le decisioni del Bundesverfassungsgericht che hanno profondamente inciso sul Transsexuellengesetz), sia perché le novità che si apprestano ad essere introdotte nella normativa sullo stato civile potrebbero indurre anche i legislatori di altri paesi ad affrontare profili problematici ancora trascurati, o sui quali sono state suggerite soluzioni invero fin qui non soddisfacenti (quale ci pare, per esempio, quella avanzata dal nostro Comitato Nazionale per la Bioetica in un parere del 2010).

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