DDL volti ad introdurre norme in materia di mediazione familiare, tutela dei minori ed affidamento condiviso.

Di TOMMASO AULETTA -

DDL PILLON

Come nella precedente legislatura anche in quella corrente una significativa attività parlamentare è in corso al fine di riformare aspetti della disciplina relativa alla crisi della famiglia e, segnatamente, i rapporti tra genitori e figli. Negli ultimi mesi, infatti, sono stati presentati in Senato quattro progetti di legge (n. 43, 118, 735 e 768) i quali si propongono, in via di prima approssimazione, l’obiettivo di promuovere misure volte ad attenuare la conflittualità nella gestione della crisi di coppia e di introdurre significative modifiche delle norme che disciplinano l’affidamento dei figli.

Nel mese di settembre ha avuto inizio l’esame (contestuale) dei menzionati DDL da parte della Commissione Giustizia ed attualmente sono in corso le audizioni di esperti ed Associazioni che operano in questo settore. Tra i DDL menzionati il n. 735 (primo firmatario Pillon) è quello che può ritenersi maggiormente meritevole di attenzione sia per l’ampio ed articolato contenuto che lo contraddistingue sia perché l’iniziativa proviene dalle forze politiche che sostengono il governo (Lega e Movimento 5 stelle) accrescendone le possibilità di approvazione. Esito peraltro non scontato – almeno dando credito ad alcune dichiarazioni di componenti della maggioranza, riportate dagli organi di informazione – verosimilmente in ragione delle numerose, circostanziate ed incisive critiche mosse da molti studiosi ed operatori del diritto anche attraverso le Associazioni che li rappresentano. Sembra dunque prendere corpo l’idea che il testo andrebbe quantomeno profondamente emendato.

Del DDL in esame meritano di essere posti in rilievo alcuni punti qualificanti (ma spesso criticabili) che proverò brevemente a riassumere:

  1. a) Le coppie con figli minori, che non sono in grado di sciogliere il loro rapporto consensualmente (sia nel caso di separazione, di divorzio crisi della coppia convivente di fatto), devono obbligatoriamente intraprendere un percorso di mediazione familiare, quale condizione di procedibilità dell’azione, che potrà comunque essere interrotto. Ugualmente è a dirsi nel caso di mancato accordo sulla modifica delle prescrizioni volte a regolare i rapporti tra genitori e figli. In tale prospettiva viene introdotta (all’inizio del DDL) un’articolata disciplina riguardante la figura del mediatore ed il percorso che le parti devono seguire nel contesto della procedura di mediazione familiare (artt. 1-4).
  2. b) Al momento del venir meno del rapporto i genitori devono predisporre un piano (indicato appunto come piano genitoriale) mediante il quale stabilire le linee generali da adottare in vista della cura dei figli, il cui contenuto è esemplificativamente indicato dall’art. 337, comma 6 cc. Per superare le eventuali conflittualità essi possono avvalersi (senza alcun obbligo) della collaborazione di un coordinatore familiare, figura terza ed imparziale i cui connotati e la relativa attività sono puntualmente disciplinate dall’art. 5. In caso di disaccordo sui contenuti del piano la decisione viene rimessa al giudice, affidandogli però poteri che, a mio avviso, non dovrebbero essere sottratti ai genitori (a differenza del caso, in cui il giudice è chiamato ad intervenire su una singola questione controversa).

Si profila il rischio che in virtù dell’onerosità del ricorso al mediatore e al coordinatore genitoriale vengano penalizzare le coppie meno abbienti o le si carichino di comunque onerosi.

  1. c) Ė prevista l’abrogazione del 2° comma dell’art. 151 cc. con conseguente eliminazione della pronuncia di addebito della separazione, soluzione questa da alcuni auspicata da tempo ma che affida, forse inopportunamente, solo alle regole della responsabilità civile le conseguenze dell’inosservanza dei doveri coniugali.
  2. d) Dirompenti sono poi gli effetti derivanti dall’introduzione del 3° comma dell’art. 337 septies, in virtù del quale il diritto del figlio maggiorenne di ricevere il mantenimento dai genitori cessa comunque al raggiungimento del venticinquesimo anno di età. La norma sembra ignorare le attuali problematiche occupazionali ed i tempi per lo più richiesti per il completamento del percorso formativo, anche da parte di giovani impegnati e diligenti. Ma anche altri passaggi della norma, che non posso qui prendere in considerazione, sono tutt’altro che convincenti.

Di rilievo non inferiore sono le modifiche introdotte alla disciplina dell’affidamento dei figli:

  1. a) Il novellato art. 337 ter, nel rimarcare la “residualità” dell’affidamento monogenitoriale, e solo in vista della tutela del minore, ne prevede inspiegabilmente la temporaneità, senza formulare eccezioni. Soluzione questa, però, certamente irragionevole almeno in quelle circostanze (non eccezionali) in cui l’altro genitore risulta certamente inidoneo a ricoprire il proprio ruolo senza poterne pronosticare gli sviluppi futuri, ma non essendo nel contempo meritevole di un provvedimento di decadenza dalla responsabilità parentale.
  2. b) Si irrigidiscono i caratteri dell’affidamento condiviso prevedendo obbligatoriamente, salvo il caso di impossibilità materiale, tempi paritetici che il figlio debba trascorrere con ciascun genitore, e comunque non inferiori a 12 giorni al mese. Ove l’obiettivo risulti irrealizzabile (eventualità tutt’altro che remota) il giudice deve predisporre tempi di recupero nel corso delle vacanze. Poiché detta pariteticità e volto a realizzare l’interesse del minore appare incoerente affidarne l’attuazione all’autonomia dei genitori.

Si prevede l’esistenza di un doppio domicilio per il minore (presso ciascun genitore) ma non una doppia residenza (profilo peraltro non chiarissimo).

La rigidità di tali regole – lo esprime a chiare lettere la relazione introduttiva – è volta a sottrarre discrezionalità al giudice, a causa di una presunta contrarietà delle soluzioni giurisprudenziali ad oggi prevalenti rispetto alla ratio della riforma introdotta dalla legge 54/2006. La soluzione che si intenderebbe privilegiare non trova riscontro in ordinamenti a noi vicini (i quali riservano al giudice ampia discrezionalità e lascia fortemente perplessi perché rischia di pregiudicare quell’interesse del minore – la cui rilevanza si intende invece rimarcare, anticipandone la menzione al 1° comma dell’art. 337 ter – per il cui perseguimento è indispensabile una flessibilità che consenta di individuare la soluzione più adeguata in riferimento al caso concreto.

  1. c) Vengono meglio puntualizzate, rispetto al passato, le regole relative all’esercizio della responsabilità genitoriale mediante una formulazione più chiara: le decisioni quotidiane spettano al genitore con cui il figlio attualmente si trova; le più importanti necessitano dell’accordo fra i genitori, ivi comprese quelle volte alla determinazione od al mutamento della residenza del minore.
  2. d) Molto decisa è la scelta, presente nel DDL, a favore del mantenimento diretto (per capitoli di spesa) quale modalità di adempimento, da parte di ciascun genitore, del suo dovere di mantenimento verso il figlio, con accentuata residualità della eventuale liquidazione di un assegno perequativo a carico del genitore più abbiente. Un’opinione ha adombrato il rischio che tale soluzione possa penalizzare pesantemente ed ingiustificatamente le madri, critica che non mi sento di condividere in quanto, ove non sussista inadempimento, non vedo le ragioni per le quali ciascun genitore non possa provvedere direttamente al soddisfacimento delle esigenze del figlio.
  3. e) La nuova formulazione dell’art. 337 sexies tende ad abolire la gratuità del godimento relativo alla casa familiare attribuito al genitore, non esclusivo proprietario, con cui vive prevalentemente il figlio, introducendo il criterio dell’onerosità (pagamento di un canone), soluzione discutibile e peraltro destinata al fallimento quando detto genitore non è in grado di sostenerne il costo.
  4. f) Effetti particolarmente gravi si intendono perseguire mediante l’introduzione di un ultimo comma, nel corpo dell’art. 342 bis, col quale si intende sanzionare, mediante ricorso alle misure caratterizzanti i c.d. ordini di protezione, il genitore verso il quale il figlio manifesti rifiuto, pur in assenza di evidenti condotte a suo carico. Si introduce dunque una sorta di presunzione di colpevolezza del tutto fuori luogo.

In conclusione, diverse sono le opzioni compiute dal DDL che necessitano di ulteriore riflessione e di incisive modifiche. In particolare ritengo che elemento caratterizzante l’affidamento condiviso sia essenzialmente costituito dal coinvolgimento – già presente nella normativa vigente – di entrambi i genitori nell’educazione e nella cura del figlio, garantendo loro la possibilità di intrattenere con quest’ultimo significativi rapporti in vista del raggiungimento degli obiettivi suddetti; nonché di salvaguardare contemporaneamente l’esigenza del minore ad una stabilità di vita che regole troppo rigide potrebbero porre a rischio. La rotta sulla quale si muove il DDL non sembra pertanto quella giusta, almeno con riferimento alla maggior parte delle linee portanti fatta salva qualche (modesta) eccezione.

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