Le obbligazioni adempiute nell’ambito della convivenza more uxorio non sono tutte obbligazioni naturali

Di CHIARA CERSOSIMO -

FAMIGLIA_Cass. n. 4659_2019

L’attrice conviene, davanti al Tribunale territorialmente competente, l’ex convivente more uxorio, chiedendone, ex art. 2041 c.c., la condanna a corrisponderle la metà del valore di un immobile, intestato al solo convenuto, ma edificato con il rilevante contributo economico dell’attrice o, in alternativa, al pagamento di una somma di denaro pari all’ammontare degli importi investiti dalla donna nella costruzione del bene.

Il giudice di prime cure accoglie la domanda e condanna l’ex convivente al pagamento di 80.000 euro. La decisione viene impugnata e la Corte d’Appello, in parziale accoglimento del gravame principale, riduce la somma dovuta a 25.000 euro. Il condannato ricorre per Cassazione, sostenendo l’inapplicabilità dell’art. 2041 c.c. alla fattispecie della convivenza more uxorio. Secondo il ricorrente, gli esborsi effettuati in costanza di convivenza corrisponderebbero all’adempimento di doveri morali e sociali, di cui all’art. 2034 c.c., pertanto, il giudice d’appello avrebbe erroneamente considerato privi di causa i trasferimenti di denaro effettuati dalla partner in suo favore, in quanto preordinati alla contribuzione nella ristrutturazione della casa familiare.

La Suprema Corte, seguendo l’indirizzo consolidato della giurisprudenza di legittimità, ha ribadito la configurabilità dell’ingiustificato arricchimento di un convivente more uxorio nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo, esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza e travalicanti i limiti di proporzionalità ed adeguatezza (Cass., nn. 14732/2018; 1277/2014; 11330/2009).

L’art. 2041 c.c. costituisce una norma di chiusura della disciplina delle obbligazioni, diretta a conferire uno strumento di tutela ogniqualvolta si verifichi uno spostamento patrimoniale tra due soggetti (utiliter versum), per cui uno subisca un danno e l’altro si arricchisca «senza giusta causa». Al contrario di quanto sostenuto dal ricorrente, la mancanza di una giusta causa non consiste nell’assenza di una ragione atta a giustificare la locupletazione dell’arricchito, ma piuttosto nella carenza di una ragione che legittimi quest’ultimo a trattenere quanto ricevuto.

L’espressione «senza giusta causa», di cui all’art. 2041 c.c., individua tutte le ipotesi di arricchimento/depauperamento prive di una giustificazione secundum ius, fondata su un titolo legale o negoziale idoneo a sorreggere tanto l’incremento patrimoniale dell’arricchito quanto il corrispettivo decremento patrimoniale del depauperato. L’arricchimento risulta, quindi, «senza giusta causa» se corrisponde ad un impoverimento non remunerato, ovvero non conseguente ad un atto di liberalità né ad un’obbligazione naturale; e ciò perché l’ordinamento esige che ogni arricchimento dipenda dalla realizzazione di un interesse meritevole di tutela.

Nel caso di specie, il mero riferimento ad esigenze di tipo morale o solidaristico (contribuzione alla ristrutturazione della casa familiare; soddisfacimento delle esigenze abitative del figlio minorenne) non è sufficiente a prefigurare una giusta causa dello spostamento patrimoniale. Ai sensi dell’art. 2034, comma 1°, c.c., affinché sussista un’obbligazione naturale (e, pertanto, non ripetibile), occorre dimostrare non soltanto l’esistenza di un dovere morale e sociale, ma anche che il dovere suddetto sia stato spontaneamente adempiuto con una prestazione avente carattere di proporzionalità e adeguatezza in relazione a tutte le circostanze del caso (Cass., n. 1007/1980). Ciò detto, le prestazioni rese dai conviventi costituiscono obbligazioni naturali soltanto se trovano giustificazione nel rapporto di convivenza, ovvero se si tratti di prestazioni rese nell’adempimento di doveri di carattere morale e civile di solidarietà e di reciproca assistenza che, avuto riguardo alle condizioni sociali e patrimoniali delle parti, devono presiedere alla famiglia di fatto.

Sotto un profilo logico-giuridico non può, quindi, sostenersi un’inconciliabilità a priori tra la convivenza more uxorio e l’azione di arricchimento senza giusta causa: quando le prestazioni rese da un convivente si convertono in un vantaggio (totale o parziale) dell’altro, esorbitando i limiti di proporzionalità ed adeguatezza, è possibile configurare un’operazione economico-patrimoniale, diversa dall’adempimento di un’obbligazione naturale, implicante un ingiustificato arricchimento di un convivente a scapito dell’altro.

L’azione ex art. 2041 c.c. ha carattere generale, pertanto è esperibile in una serie indeterminata di casi, e sussidiario, in quanto è esercitabile soltanto ove il depauperato non abbia a sua disposizione nessun’altra azione, basata su un contratto, su un fatto illecito o su qualsiasi altro atto o fatto produttivo di obbligazione restitutoria o risarcitoria (art. 2042 c.c.). Di converso, nel caso in cui l’arricchimento sia conseguenza di un contratto o di un rapporto compiutamente regolato (contratto di convivenza; prestazione lavorativa resa nell’ambito dell’impresa familiare ex artt. 230 bis, 230 ter c.c.), la «giusta causa» ricorre, per lo meno, sino a quando il rapporto o il contratto in questione abbiano efficacia obbligatoria (Cass., n. 2312/2008; Cass., n. 14215/2002).

Per tali motivi, la Cassazione ha rigettato il ricorso e confermato la sentenza del giudice d’appello.

Tag:, , , , ,