Assegno divorzile e determinazione del quantum

Di GIULIA OREFICE -

Cass. ord. n. 4523_2019

La Corte d’Appello respinge il ricorso proposto avverso la sentenza di primo grado che aveva provveduto, tra l’altro, a liquidare l’assegno divorzile, confermando che nella determinazione del quantum del medesimo dovessero considerarsi le condizioni personali della resistente (in procinto di compiere sessant’anni, priva di una propria attività lavorativa e di fonti di reddito alternative, con una scarsissima potenzialità di potersi inserire in futuro nel mondo del lavoro). Tali considerazioni sarebbero valse a provare che la medesima non avrebbe potuto godere di un tenore di vita analogo a quello matrimoniale, a seguito dello scioglimento del vincolo coniugale.

La Suprema Corte, rigettando il ricorso, non si discosta però dal recente orientamento delle Sezioni Unite in tema di rilevanza del parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio rispetto alla spettanza e alla quantificazione dell’assegno divorzile.

In particolare, come noto, le Sezioni Unite (sentenza 11 luglio 2018, n. 18287), si sono pronunciate al fine di dirimere un contrasto emerso a seguito della pronuncia del 2017 (Cass. n. 11504/2017), la quale, riferendosi al criterio “dell’indipendenza o dell’autosufficienza economica” in luogo di quello del tenore di vita richiamato, aveva stravolto la costante e monolitica giurisprudenza sul punto. Invero, l’orientamento vigente da oltre un trentennio vedeva proprio nel «tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio» l’unico parametro necessario ad orientare il giudice nella commisurazione dell’assegno divorzile.

Il nuovo approccio, invece, volto ad esaltare il principio dell’autoresponsabilità dei coniugi, in relazione alle nuove esigenze sentite dalla collettività sociale, ha abbandonato il pregresso criterio in favore di una valutazione impegnata ad analizzare e ponderare gli aspetti della solidarietà post-matrimoniale. Si supera così la rigida distinzione tra criteri attributivi e determinativi dell’assegno di divorzio, alla luce di una interpretazione dell’art. 5, comma 6, 1. 1° dicembre 1970, n. 898, modificato dall’art. 10 1. 6 marzo 1987, n. 74, più coerente con il quadro costituzionale di riferimento costituito dagli artt. 2, 3 e 29 Cost.

Si è dato rilievo allora all’adeguatezza-inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio e alla possibilità-impossibilità per ragioni oggettive dello stesso di procurarseli, in favore di un criterio fondato sul «raggiungimento dell’indipendenza economica del richiedente».

Il parametro dell’adeguatezza enunciato dall’art. 5 riveste allora carattere intrinsecamente relativo e impone perciò una valutazione comparativa condotta in armonia con i criteri indicatori che figurano nell’incipit della norma («La funzione assistenziale dell’assegno di divorzio si compone di un contenuto perequativo- compensativo che discende direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà e che conduce al riconoscimento di un contributo che, partendo dalla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali dei due coniugi, deve tener conto non soltanto del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da garantire l’autosufficienza, secondo un parametro astratto ma, in concreto, di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente»).

Il parametro su cui fondare il diritto alla percezione dell’assegno divorzile, allora, ha natura composita e multiforme ove l’elemento dell’inadeguatezza dei mezzi o l’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive contribuisce insieme agli altri criteri enunciati nella prima parte dell’art. 5 richiamato.

Pur se allora, nella specie, il giudice di merito aveva richiamato in via preminente il criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio ciò non lo aveva distolto dal compiere anche altre valutazioni inerenti la persona destinataria dell’assegno. Come già accennato, infatti, il giudicante aveva considerato l’età della richiedente, il fatto che la medesima non aveva svolto attività lavorativa durante la convivenza coniugale né dopo, il fatto che fosse non possidente e che non godesse di fonti alternative di reddito, nonché la remota possibilità di inserirsi pro futuro nel mondo del lavoro e di trovare un’occupazione  da  cui  trarre  un  reddito  adeguato.

La Corte d’Appello, quindi, non sembra sfuggire ad un’attenta ponderazione dei valori che la tematica dell’assegno divorzile oggi richiede alla luce dell’innovativa lettura datane dalle Sezioni unite, nonostante il suo percorso argomentativo incentrato sul parametro del tenore di vita non sia più attuale. La Suprema Corte procede, pertanto, al rigetto del ricorso in esame.

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