Assenza paterna e risarcimento dei danni

Di MARIO RENNA -

Cass. civ. sez. III, 27 maggio 2019, n. 14382

La Corte di Cassazione ha accertato la responsabilità del padre per omesso esercizio della responsabilità genitoriale, condannandolo al risarcimento dei danni patiti dalla figlia per la prolungata assenza, e rigettato il ricorso del genitore, già soccombente nei giudizi di merito.

La Corte ha ribadito che la responsabilità genitoriale costituisce un dovere personale irriducibile e non delegabile. Il padre, “professatosi” assente, ha violato attraverso la sua condotta omissiva i principi costituzionali e codicistici riguardanti la responsabilità genitoriale, arrecando alla figlia danni meritevoli di essere rifusi. Il ragionamento dei giudici di legittimità poggia sulla considerazione per cui «se gli obblighi di mantenimento, istruzione, educazione ed assistenza gravano addirittura sul genitore naturale che non abbia riconosciuto il figlio, a maggior ragione essi graveranno su quello che sia rimasto semplicemente “assente”, cioè di fatto si sia sottratto all’adempimento dei suddetti obblighi senza alcuna ragione; quest’ultimo risponderà quindi integralmente delle conseguenze del suo inadempimento».

Il mancato sostegno paterno, morale e materiale, ha pregiudicato il diritto ad uno sviluppo armonico della personalità della figlia, ripercuotendosi negativamente anche sulla continuità del percorso d’istruzione della medesima. L’abbandono prematuro degli studi ha arrecato un danno alla figlia in termini di mancata formazione con conseguenze negative, compromettendo la capacità di una adeguata realizzazione professionale: su questo punto, la Corte di Cassazione ha riconosciuto la validità del nesso eziologico tra l’omissione paterna e l’interruzione del percorso didattico, così come accertato nelle sedi di merito.

Circa la determinazione dei danni risarcibili, la Corte ha dapprima riconosciuto che «la liquidazione dei pregiudizi “da perdita di chance” non può che avvenire attraverso il criterio equitativo di cui all’art. 1226 c.c. e che i principi di diritto che giustificano l’applicazione di detto criterio di liquidazione, nel caso di specie, non possono ritenersi violati» e, in seguito, ha precisato che « sussistendo la prova del danno (anche patrimoniale) e mancando la ragionevole possibilità di dimostrare la sua precisa entità, risulta certamente consentita la liquidazione di esso in via equitativa».

In riferimento alla liquidazione dei danni non patrimoniali, la Corte ha contestato una mancata specifica censura rispetto a quanto statuito dalla Corte d’Appello che aveva ritenuto dimostrato il pregiudizio morale e all’integrità psichica subito dalla figlia in conseguenza dell’inadempimento del padre ai propri obblighi di genitore, così come risultante dalla consulenza tecnica di ufficio espletata. Ancora, la Corte di Cassazione ha confermato quanto deciso dal giudice di secondo grado sia circa l’infondatezza dell’esistenza di presunte concause determinanti i disagi psicologici della figlia, sia circa la liquidazione in concreto degli indicati danni (anche non patrimoniali) da parte del tribunale.

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