Il comportamento della madre che contribuisce a determinare la sindrome da alienazione parentale nel figlio non è, di per sé, motivo sufficiente per l’affidamento esclusivo al padre

Di VALERIO BRIZZOLARI -

Cass. 16.05.2019 n. 13274 

La Corte di Cassazione ha ritenuto illegittimo l’affidamento esclusivo del minore al padre per il solo fatto che la madre abbia adottato un comportamento tendente a escludere l’altro genitore, contribuendo a generare nel figlio la sindrome da alienazione parentale (altresì nota come “PAS”).

In termini generali, il Collegio ribadisce che il giudizio prognostico del giudice, nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve vertere sulle capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell’unione e va formulato tenendo conto del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, nonché della personalità del genitore medesimo, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al figlio, fermo restando, in ogni caso, il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune di entrambi i genitori, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi.

A questo proposito – prosegue la Cassazione –, qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una PAS, ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, e a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena.

Nella specie, la sentenza d’appello, come rilevato dal Supremo Collegio,  presenta molteplici profili di criticità: in primo luogo, essa non avrebbe sviluppato adeguate e convincenti argomentazioni sull’inidoneità della madre all’affidamento, in una situazione di forte criticità dei rapporti tra la stessa e i servizi sociali; in secondo luogo, la Corte territoriale avrebbe errato nel respingere la  rinnovata richiesta di una consulenza tecnica, affidandosi, invece, alla sola relazione svolta dai consulenti tecnici nominati e valorizzando unicamente l’atteggiamento non collaborativo tenuto dalla genitrice.

La decisione impugnata, dunque, conclude la Cassazione, non avrebbe spiegato per quale ragione l’affidamento esclusivo al padre, previo collocamento temporaneo del figlio in una comunità o casa-famiglia, avrebbe costituito l’unico strumento utile ad evitare al minore un più grave pregiudizio e ad assicurare al medesimo assistenza e stabilità affettiva, sempre nell’ottica di assicurare l’esercizio del diritto del minore ad una effettiva bigenitorialità.

Sulla scorta di queste motivazioni, il ricorso della madre viene accolto.

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