La violazione dei doveri di cui agli artt. 147 e 148 c.c. può generare responsabilità aquiliana

Di CHIARA CERSOSIMO -

App. Napoli, 15.05.2019

L’odierna appellante presentava, davanti al Tribunale territorialmente competente, domanda di condanna al risarcimento dei danni, patrimoniali ed esistenziali, provocati dal mancato riconoscimento e dal mancato assolvimento, da parte del padre, degli obblighi di istruzione, educazione e mantenimento. Il giudice di prime cure rigettava la domanda. La soccombente proponeva appello, lamentando che il Tribunale non avesse considerato quanto esposto nell’atto di citazione e quanto emerso nell’istruttoria. Il padre si costituiva in giudizio e chiedeva il rigetto dell’appello, affermando che, dalle testimonianze raccolte nel giudizio di primo grado, non era emersa prova alcuna circa la sua consapevolezza di essere padre.

Secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione, il diritto del figlio ad essere educato e mantenuto è connesso casualmente al mero evento della procreazione, il quale determina automaticamente, e a prescindere dall’eventuale riconoscimento, il sorgere, in capo al genitore, degli obblighi di cui agli artt. 147 e 148 c.c. (Cass., nn. 5562/2012 e 26205/2013). Il diritto del figlio all’educazione e al mantenimento gode, tra l’altro, di rilevanza costituzionale (artt. 2 e 30 Cost.) e acquisisce rilievo centrale anche nell’ambito del diritto dell’Unione Europea (art. 24 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) e del diritto internazionale (Convenzione di New York sui diritti del fanciullo).

L’illecito endofamiliare, che legittima il soggetto danneggiato a chiedere il relativo risarcimento, si configura quando alla procreazione non segua il riconoscimento, né tantomeno l’assolvimento dei relativi obblighi genitoriali.

Pertanto, condotte di tale specie non solo vengono sanzionate con le misure tipiche del diritto di famiglia, ma anche con quelle, lato sensu, di diritto civile, ex artt. 2043 e 2059 c.c. (App. Napoli, n. 5652/2012). In siffatte ipotesi, il presupposto della responsabilità aquiliana risiede nella consapevolezza del concepimento, la quale, però, non corrisponde alla certezza assoluta data dalla prova ematologica, ma piuttosto da una serie di indizi univoci, generati dalla consumazione di rapporti sessuali non protetti all’epoca del concepimento.

Il giudice di primo grado rigettava la domanda risarcitoria sulla base dell’insufficienza di prova circa la consapevolezza, da parte dell’odierno appellato, dell’avvenuto concepimento. La Corte d’Appello, ha, tuttavia, ritenuto che dalle prospettazioni difensive delle parti, dalle prove testimoniali esperite e dai documenti esibiti in giudizio, è evidente che l’appellato avesse piena consapevolezza della sua paternità.

Il giudice di seconde cure ha scorto che i danni patrimoniali allegati (danni da stress postraumatico, da alterazione dei propri progetti lavorativi, da mancanza del tenore di vita che il padre che avrebbe potuto assicurare e danno perdita di chance) non sono stati sufficientemente provati dall’appellante. Con riferimento al danno biologico da stress postraumatico, manca qualsiasi prova del nesso eziologico tra il trauma allegato (assenza e rifiuto del padre) ed una patologia clinicamente rilevante, la quale avrebbe potuto essere accertata soltanto attraverso una c.t.u. (mai richiesta). Allo stesso modo, data la mancanza di prove, le indicate difficoltà ad intraprendere gli studi universitari e a reperire un impiego non risultano causalmente connesse alla condotta illecita del genitore.

Con riguardo, invece, al tenore di vita mancato all’appellante, la Corte d’appello sostiene che quello del nucleo familiare in cui la suddetta vive, composto dalla madre e dal padrigno, non è sostanzialmente dissimile da quello dell’appellato e, pertanto, la condotta di quest’ultimo non ha di certo determinato la perdita di un diverso tenore di vita o di alcuna chance alla giovane.

Il giudice di seconda istanza, al contrario del Tribunale, ritiene sussistere il danno non patrimoniale derivante dal dolore e dal turbamento dell’appellante, la quale ha vissuto l’intera vita senza la figura paterna. Trattandosi di un vulnus a beni immateriali, particolare rilievo assume la prova presuntiva, attraverso la quale il fatto ignoto viene dedotto, secondo il criterio probabilistico, dal quello noto, (Cass., n. 10527/2011). Nel caso di specie il fatto noto, accertato nel corso dell’istruttoria, è la totale assenza del padre nella vita dell’appellante. Considerate le comuni regole dell’esperienza, tale assenza non può che aver generato profonda sofferenza alla figlia, privata delle cure, dell’affetto e dell’amore genitoriale e, pertanto, l’allegato danno non patrimoniale deve ritenersi provato.

La violazione dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione (artt. 147 e 148 c.c.) da parte dell’appellato, nei confronti della figlia, integra gli estremi dell’illecito civile, cagionando la lesione di diritti costituzionalmente protetti e lascia spazio all’autonoma azione risarcitoria ex art. 2059 c.c. In particolare, la causa della responsabilità aquiliana risiede nell’aver privato la figlia della figura paterna, punto di riferimento fondamentale nella fase della crescita.

La voce di danno in questione, sfuggendo a precise quantificazioni monetarie, è liquidata in forma equitativa, ai sensi dell’art. 1226 c.c.

Ciò considerato, la Corte di Appello ha dichiarato la responsabilità civile dell’appellato, condannandolo al risarcimento dei danni non patrimoniali.

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