Le esigenze probatorie legate all’abbandono del tetto coniugale

Di GLORIA DE CURTIS -

Cass. civ. sez. VI ord. 23.04.2019

Con l’ordinanza n. 11162 del 23 aprile 2019, la Suprema Corte si è espressa sull’impugnazione della sentenza della Corte di Appello di Cagliari (sez. distaccata di Sassari) in cui era stato respinto il gravame dell’attrice la quale, insistendo sulla domanda di addebito proposta già in primo grado a fronte dell’infedeltà e dell’abbandono del domicilio coniugale da parte del marito, lamentava, altresì, la mancata ammissione delle prove testimoniali. Esse, infatti, oltre ad essere state ritenute ‹‹generiche ed insufficienti›› dal Tribunale di Sassari, dovevano ‹‹intendersi rinunciate›› in ragione della mancata riproposizione in sede di precisazione delle conclusioni.

In primo luogo, si segnala come la Cassazione abbia ritenuto infondato il motivo legato a tale ultimo profilo, aderendo al consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui le istanze istruttorie che, non accolte nel giudizio, non siano neppure riproposte in sede di precisazione delle conclusioni, si devono reputare ‹‹tacitamente rinunciate››, senza pregiudizio per il diritto di difesa.

Si segnala, tuttavia, che è il secondo motivo di ricorso a rappresentare il tratto di maggior interesse dell’ordinanza in commento. Nello specifico, la ricorrente deduceva, ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c., l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio e, nello specifico, dell’abbandono del tetto coniugale da parte del marito ai fini della pronuncia di addebito nel giudizio di separazione. L’uomo, infatti, oltre ad aver intrattenuto una relazione adulterina, aveva abbandonato il domicilio coniugale, determinando, così, a detta della donna, l’irreversibilità della crisi matrimoniale. Sul punto la Corte di Appello, con indirizzo condiviso anche dai giudici di legittimità, aveva ritenuto che la mancata proposizione di istanze istruttorie fosse riferita alla domanda di addebito nel suo complesso e, dunque, senza alcuna distinzione tra il profilo dell’infedeltà coniugale e quello dell’abbandono della casa familiare, trattandosi di ‹‹una valutazione logica che si giustifica con l’interrelazione esistente tra i due componenti››.

Occorre osservare, infatti, come la cessazione della convivenza non rappresenti un’autonoma violazione dei doveri coniugali laddove si sia verificata a seguito dell’irrimediabile compromissione dell’affectio coniugalis. Ai fini della pronuncia di addebito della separazione, peraltro, occorre non solo l’inosservanza di un dovere matrimoniale, ma anche la prova del nesso di causalità tra la condotta lesiva e l’irreversibilità della crisi matrimoniale.

È utile evidenziare, inoltre, che, tra i doveri posti in capo ai coniugi ai sensi dell’art. 143 c.c., quello alla coabitazione si estrinseca nella fissazione della residenza e dunque, sostanzialmente, nell’abitare sotto lo stesso tetto (sebbene ciò ammetta deroghe qualora specifiche esigenze della coppia – che mantenga comunque una “comunione di vita” – rendano necessarie soluzioni alternative). È opportuno, infine, chiarire che l’allontanamento dalla casa familiare non assistito da “giusta causa”, assume rilevanza penale ai sensi dell’art. 570 c.p., comportando, peraltro, la sanzione civilistica della sospensione del diritto di assistenza morale e materiale ex art. 146, comma 1°, c.c.

Spetterà, dunque, a chi abbia abbandonato il tetto coniugale ‹‹dare prova della giusta causa›› (cfr. Cass. civ., 15 dicembre 2016, n. 25966), al fine di evitare la pronuncia di addebito nei propri confronti.

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