Assegno divorzile: il nesso necessario tra “sacrificio” sofferto e apporto al patrimonio familiare

Di MARIA PAGLIARA -

Trib. Milano_6665_2019

La sentenza, pronunciata in data 5 luglio 2019 dal Tribunale di Milano, offre interessanti spunti in materia di assegno divorzile, istituto che ancora oggi – nonostante il recente intervento delle Sezioni Unite della Suprema Corte – presenta alcune incertezze, soprattutto in tema di determinazione del quantum.

La fattispecie sottoposta all’esame del Giudice milanese ha ad oggetto il caso di due coniugi lavoratori, con un figlio, richiedenti la cessazione degli effetti civili del matrimonio a seguito della (ininterrotta) separazione personale, avvenuta nel 2012 con accordo omologato dal medesimo Tribunale.

Con il predetto accordo, i coniugi avevano regolamentato le condizioni di separazione unitamente alle modalità di affidamento e mantenimento del figlio minorenne, le quali sono state integralmente richiamate in sede di giudizio divorzile. Le uniche modifiche hanno riguardato la dilatazione dei tempi di permanenza del minore presso il padre e la domanda riconvenzionale di erogazione di un assegno di mantenimento di Euro 1.500,00 proposta dalla resistente.

Con riferimento alla domanda di assegno divorzile, il Giudice di prime cure ha concluso per il rigetto alla luce della mancanza di prova del nesso tra il (presunto) sacrificio sofferto dalla resistente e gli effetti, in termini economici, derivanti da tale sacrificio nell’assetto patrimoniale della famiglia.

In particolare, il Giudice ha fatto corretta applicazione della decisione delle Sezioni Unite n. 18287/2018 in tema di autoresponsabilità e autodeterminazione, superando la concezione secondo cui il riconoscimento dell’assegno di divorzio si fonda principalmente sulla divergenza patrimoniale dei coniugi.

Non è più, dunque, sufficiente che vi sia uno squilibrio reddituale – esistente comunque nel caso di specie – ma è necessario tener conto delle ragioni sottese a tale squilibrio e degli altri criteri dettati dall’art. 5, comma 6, l. div., quali le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi per la conduzione della famiglia nonché per la formazione del patrimonio, in virtù altresì della nuova funzione equilibratrice-perequativa assegnata all’istituto.

Ed è proprio in questo senso che il Giudice di prime cure motiva la propria decisione di rigetto. Pur tenendo conto dello squilibrio patrimoniale dei coniugi a sfavore della richiedente, tuttavia, ritiene che «le condizioni economiche e patrimoniali dei coniugi non costituiscono più il punto di riferimento principale per l’attribuzione del diritto ad un assegno di mantenimento poiché le stesse rilevano solo ove eziologicamente connesse al contributo di ciascuno nel corso della vita matrimoniale».

In altri termini, la circostanza che la ricorrente abbia dovuto svolgere un lavoro part-time a seguito della sopravvenienza del figlio, non prova che tale scelta abbia compromesso effettivamente la propria condizione professionale, invero svolta in maniera continuativa; né tanto meno che questo “sacrificio” professionale abbia portato un conseguente accrescimento del patrimonio del marito o di quello familiare, in quanto non è stata prodotta alcuna prova che la stessa abbia impiegato il resto del tempo per gestire l’attività del marito, fonte di introito per la famiglia; né, infine, che a seguito di tale decisione le aspettative professionali siano state sacrificate.

Nel caso in esame, quindi, il Giudice milanese fornisce un concreto esempio della c.d. funzione “equilibratrice” dell’assegno coerentemente con l’orientamento giurisprudenziale delle Sezioni Unite.

Infine, altrettanto di rilievo è la motivazione offerta sull’insussistenza del sacrificio professionale, tenuto conto della piena capacità lavorativa della resistente, tra l’altro, dimostrata dal fatto che nel periodo successivo alla separazione sia riuscita a ricoprire altre cariche e a svolgere altri lavori che le hanno permesso di incrementare i propri redditi.

Tale circostanza risponde, invece, al principio di autosufficienza «declinata come autonomia od indipendenza economica, od anche capacità idonea a consentire un livello di vita dignitoso» (Cass., Sez. Un., 11 luglio 2018, n. 18287) e supera la condizione di incapacità oggettiva di procurarsi mezzi adeguati, quale esplicazione del principio di solidarietà ex art. 2 Cost., posto alla base dell’erogazione dell’assegno.

Si può concludere, dunque, che la sentenza in esame, in accoglimento del nuovo orientamento, abbia analizzato (e applicato) in maniera chiara e lineare tutti i criteri richiamati sia dall’art. 5, comma 6, l. div., sia dalle Sezioni Unite ai fini della determinazione del quantum dell’assegno di divorzio.

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