Inadeguatezza genitoriale e stato di adottabilità

Di TIZIANA DI PALMA -

Cass. civ., sez. I, ord. 17 .07.2019, n. 19156

La Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi su gravame promosso da M.S.Y.J. avverso la sentenza della Corte di merito confermativa dello stato di adottabilità dei due figli minori B.G.M. e M.S.J.A., già espresso dal Tribunale per i minorenni di Roma, rigettava le doglianze formulate in merito alla presunta violazione degli artt. 1, 2, 8, 12 e 15, l. n. 184/1983.

La questione scaturisce da un grave episodio – risultanza, invero, di una sequela di condotte riprovevoli subite dai minori – rappresentato dal fatto che la ricorrente, madre dei minori adottabili, aveva affidato il più piccolo dei figli, di appena quattro mesi, al di lei convivente, il quale, gli aveva inferto gravi lesioni, che avevano inciso sull’area cognitiva e motoria del piccolo.

La genitrice, dal canto suo, non era in alcun modo intervenuta a soccorso del figlio, temporeggiando, anzi, nel portarlo in ospedale affinché ricevesse le cure urgenti del caso, adducendo, a sua giustificazione, l’incomprensibile timore delle istituzioni.

I percorsi “riabilitativi” disposti, dapprima, dal Tribunale per i minorenni non hanno sortito effetti benefici per il recupero e/o ricostruzione di un adeguato rapporto genitoriale, evidenziando, anzi, serie criticità a carico della madre, scarsamente o per nulla collaborativa oltre che refrattaria ed incapace di rispondere alle esigenze del minore.

Per il Tribunale per i minorenni, prima, e per la Corte d’appello, poi, l’interesse superiore di entrambi i piccoli, chiaramente pregiudicati dalle sopra descritte condotte deleganti ed abbandoniche, poteva ristabilirsi esclusivamente con l’adottabilità dei medesimi, atteso altresì che la nonna dei minori, asseritamente disponibile a prendersi cura dei suddetti, invero, non li aveva mai conosciuti, risultando, dunque, inesistenti quei «rapporti significativi» con altri parenti, invocati dall’art. 12, l. n. 184/1983.

Ordunque, in primis, non è suscettibile di sindacato innanzi alla Suprema Corte la doglianza in merito alla presunta erroneità del giudizio di «inadeguatezza genitoriale», formulato dal Tribunale per i minorenni e dalla Corte d’appello, posta la mancata integrazione dei requisiti di cui all’art. 360, n. 5, c.p.c.) che consentono di sottoporre questioni di merito innanzi alla Corte di legittimità soltanto in caso di radicale carenza motivazionale o di insufficiente percorso logico sotteso al pronunciamento finale.

Ad ogni buon conto, il suesposto episodio, di estrema gravità, unitamente alle risultanze dei molteplici percorsi stabiliti dal Tribunale per i minorenni nonché degli infruttuosi tentativi di sostegno (rectius, di recupero) della genitorialità, hanno incontrovertibilmente sancito il perdurare dell’inadeguatezza della genitrice a svolgere il proprio ruolo genitoriale.

Nella situazione de qua appare altresì ragionevole discorrere di «stato di abbandono», giustificativo della dichiarazione di adottabilità, ricorrente allorquando «i genitori non sono in grado di assicurare al minore quel minimo di cure materiali, calore affettivo, aiuto psicologico indispensabile per lo sviluppo e la formazione della sua personalità ed ovviamente la situazione non sia dovuta a motivi di carattere transitorio, secondo una valutazione che, involgendo un accertamento di fatto, spetta al giudice di merito ed è incensurabile in cassazione» (cfr. Cass. civ., sez. I, 23 aprile 2019 n. 11171).

Rettamente ha, dunque, operato il giudice di merito, nel reputare la sussistenza dei requisiti di adottabilità, rilevando – sulla base di elementi obiettivi – la gravità dei limiti della genitrice nella cura e nell’assistenza dei figli i quali, restando in seno a quello che con fatica si definisce nucleo familiare, si troverebbero a crescere in una situazione di «carenza di cure materiali e morali» tali da pregiudicarne e comprometterne l’equilibrio psico-fisico.

Del pari, secondo la Suprema Corte, gli uffici giudiziari minorili hanno ossequiato quanto sancito dall’art. 1, l. 4 maggio 1983, n. 184 (novellata dalla l. 28 marzo 2001, n. 149), che, valorizzando il legame naturale, attribuisce carattere prioritario al diritto del minore di crescere nell’ambito della propria famiglia, costituendo sempre un mezzo preferenziale per garantire una sana crescita del bambino nonché un armonico sviluppo psico-fisico.

Secondo il tenore della disposizione sopra richiamata, solo allorquando i tentativi tesi a rimuovere le situazioni di disagio e di difficoltà si dimostrano senza successo alcuno, sarà legittima la dichiarazione dello stato di adottabilità.

Conseguentemente, tornando alla presente questione, il giudice del merito ha, ancora una volta, legittimamente ritenuto sussistente lo stato di adottabilità dei figli della ricorrente, pur in presenza della dichiarazione di disponibilità manifestata da un parente (nel caso de quo, da parte della nonna materna) a prendersi cura di entrambi i minori, posta la carenza di un precedente rapporto affettivamente significativo tra il parente stesso ed i minori, rilevante ex art. 12 della predetta legge.

È noto, infatti, ai sensi dell’art. 8, l. n. 184/1983, che la valutazione dell’abbandono non riguarda soltanto i genitori ma anche i parenti, in quanto la gravità delle conseguenze dell’adozione – comportante lo scioglimento di ogni legame con tutti i membri della famiglia – implica una valutazione sulla possibilità di stabilire un rapporto adeguato del minore con altri parenti (entro il quarto grado).

Si rammenti che, in tema di dichiarazione di adottabilità, qualora si manifesti da parte di figure parentali sostitutive (quali la nonna materna, nella fattispecie, giammai conosciuta dai minori) la disponibilità a prestare assistenza e cure, essenziale presupposto giuridico per escludere lo stato di abbandono è la presenza di significativi rapporti dello stesso con tali persone, giacché alla parentela la l. n. 184/1983 attribuisce rilievo, ai fini della sopraindicata esclusione, solo se accompagnata dalle relazioni psicologiche ed affettive che normalmente la caratterizzano (cfr. Cass. civ., 27.08.2004, n. 17110; Cass. civ., 09.05.2002, n. 6629).

Anche alla stregua di pronunce della Corte EDU riguardanti l’Italia, (Corte EDU, Grande Chambre, 21.10.2008, Clemeno e altri c./ Italia; Corte EDU, sez. II, 13.01.2009, Todorova c./ Italia; Corte EDU, 27.04.2010, Barelli c./ Italia; Corte EDU, 21.01.2014, Zhou c./ Italia), è stata conferita rilevanza alle figure vicariali dei parenti più stretti, nell’ipotesi di dichiarazione di adottabilità di un minore, allorquando i genitori siano considerati privi delle capacità genitoriali, sulla scorta di un giudizio che deve essere formulato attraverso l’analisi di dati oggettivi, osservazioni e disponibilità rilevate dai Servizi Sociali, che hanno avuto contatti con il minore e monitorato anche il suo stretto ambito familiare, con una valutazione della personalità e della capacità educativa e direttiva del minore posseduta dai componenti dello stesso, con considerazione sia dei diritti personalissimi coinvolti nell’esito del giudizio sia del principio secondo cui l’adozione ultra-familiare debba reputarsi come approdo estremo.

Ne deriva, in definitiva, che la mera disponibilità all’affidamento di un minore, manifestata da un parente entro il quarto grado, tuttavia, non sorretta da rapporti significativi pregressi, non è tale da escludere la situazione di abbandono.

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