Assegno di divorzio e onere della prova

Di EMANUELA ANDREOLA -

Cass. sez. I 09.08.2019_n. 21234

La sentenza in commento contribuisce ulteriormente a precisare i presupposti dell’assegno di divorzio nonché la portata dell’onere della prova nel relativo procedimento contenzioso. Il Collegio, riprendendo il proprio orientamento, si sofferma ancora sulla nozione di «adeguatezza dei mezzi» e di «indipendenza economica», intesa come possibilità di vita dignitosa (Cass., n. 11504/2017), chiarendo che la soglia di detta indipendenza del coniuge richiedente non è limitata a quella della pura sopravvivenza, né deve eccedere il livello della normalità (Cass., n. 3015/2018). La Suprema Corte, ripercorrendo le tappe dell’evoluzione giurisprudenziale, ritiene che l’interpretazione delle norme in materia sia stata soltanto in parte corretta e non sovvertita dalle Sezioni Unite (Cass., Sez. Un., n. 18287/2018). In questo panorama di continuità la Cassazione colloca il proprio intervento cogliendo l’occasione per ribadire che: a) il parametro della conservazione del tenore di vita come criterio attributivo deve ritenersi superato; b) l’onere di provare l’esistenza delle condizioni legittimanti l’attribuzione e la quantificazione dell’assegno grava sul coniuge richiedente l’assegno, mentre in passato si poneva l’onere di provare l’insussistenza delle relative condizioni a carico del coniuge potenzialmente obbligato; c) l’assegno svolge una finalità (anche o principalmente) assistenziale.

Con particolare riferimento alla dinamica processuale della domanda di assegno divorzile ed in relazione all’ulteriore e concorrente finalità compensativa o perequativa della contribuzione post-coniugale, si precisa che grava sul coniuge richiedente l’onere di dimostrare, quale fatto costitutivo del diritto azionato, che la sperequazione reddituale (all’epoca del divorzio) è direttamente causata dalle scelte concordate di vita degli ex coniugi, per effetto delle quali uno di essi abbia sacrificato le proprie aspettative professionali e reddituali per dedicarsi interamente alla famiglia. Lo squilibrio economico tra le parti e l’alto livello reddituale del coniuge destinatario della domanda non costituiscono tuttavia, di per sé, elementi decisivi per l’attribuzione e la quantificazione dell’assegno. La mera disparità economica, non giustifica infatti l’idea che il coniuge più facoltoso sia comunque tenuto a corrispondere all’altro tutto quanto sia per lui «sostenibile» o «sopportabile», quasi si trattasse di un prelievo forzoso in misura proporzionale ai suoi redditi. Una tale interpretazione legittimerebbe una imposizione patrimoniale priva di causa, che non troverebbe ragione nella solidarietà post-coniugale.

Nel caso di specie, la Corte chiarisce che se è vero che l’assegno può essere attribuito anche solo per finalità di tipo compensativo, avendo la moglie rinunciato alla sua attività professionale per dedicarsi alla famiglia, è tuttavia da escludere che la quantificazione dell’assegno possa consistere in una percentuale dei redditi del coniuge più abbiente dovendo esso invece parametrarsi al contributo personale dato alla formazione del patrimonio comune e dell’altro coniuge e alle esigenze di vita dignitosa del coniuge richiedente.

La Corte rilevando in ogni caso che il coniuge richiedente non ha dimostrato la mancanza di mezzi adeguati o comunque (l’impossibilità di) procurarseli per ragioni oggettive, non avendo nemmeno allegato di avere cercato di reinserirsi nel mondo del lavoro, né di essere inidonea all’attività lavorativa per motivi di salute, ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che aveva apoditticamente escluso ogni rilevanza all’attribuzione in favore della richiedente di un immobile di ingente valore nonché di ulteriori erogazioni.

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