I provvedimenti del giudice in materia di educazione religiosa del figlio minore

Di VALERIO BRIZZOLARI -

Cass. civ. 30.08.2019

Nelle more di un procedimento di separazione personale, un minore viene affidato a entrambi i genitori, ma collocato presso la madre con diritto di visita del padre. Immediatamente sorge il problema dell’educazione religiosa del figlio, poiché il padre è di fede cattolica, contrariamente alla madre che aderisce invece ai Testimoni di Geova.

Essendo il contrasto insanabile, il padre adisce il Tribunale ex art. 337-ter c.c., per domandare che si impedisca alla madre d’impartire un’educazione religiosa geovista al minore. Sia nel primo che nel secondo grado di giudizio la richiesta paterna viene accolta, essenzialmente sulla base del fatto che il credo religioso praticato dal coniuge presso cui è fissata la residenza del minore avrebbe natura “settaria” e tenderebbe a “isolare” i propri fedeli (così, in sintesi, la motivazione del tribunale) e, ad ogni modo, sarebbe più appropriato per il figlio continuare a ricevere insegnamenti religiosi coerenti con quelli ricevuti in precedenza, essendo stato già avviato alla religione cattolica (in questi termini, invece, il giudizio della Corte d’appello). La madre, ritenendo quest’ultimo pronunciamento contrario ai principi di laicità dello Stato e libertà religiosa, ricorre in Cassazione.

La Suprema Corte, in accoglimento del ricorso, osserva innanzitutto che il criterio fondamentale a cui deve attenersi il giudice nel fissare le modalità di affidamento, in caso di conflitto genitoriale, è quello del superiore interesse del minore, stante il suo diritto preminente a una crescita sana ed equilibrata, sicché il perseguimento di tale obiettivo può comportare, in termini generali, anche l’adozione di provvedimenti relativi all’educazione religiosa contenitivi o restrittivi dei diritti individuali di libertà dei genitori, ove la loro esplicazione determinerebbe conseguenze pregiudizievoli per il figlio, compromettendone la salute psico-fisica o lo sviluppo. Tuttavia, precisa opportunamente la Cassazione, la possibilità di adottare simili provvedimenti restrittivi, in presenza di genitori che intendono entrambi trasmettere la propria fede religiosa e non sono in grado di rendere compatibile il diverso apporto educativo derivante dall’adesione a un diverso credo, non può essere disposta dal giudice sulla base di un’astratta valutazione delle religioni a cui aderiscono i genitori medesimi e che esprima un giudizio di valore precluso all’autorità giudiziaria del rilievo costituzionale e convenzionale europeo del principio di libertà religiosa.

Ne deriva che la possibilità da parte del giudice di adottare provvedimenti contenitivi o restrittivi dei diritti individuali di libertà dei genitori in tema di libertà religiosa e di esercizio del ruolo educativo è strettamente connessa e può dipendere esclusivamente dall’accertamento in concreto di conseguenze pregiudizievoli per il figlio che ne compromettano la salute psico-fisica e lo sviluppo. E tale accertamento non può che basarsi sull’osservazione e sull’ascolto del minore in quanto solo attraverso di essi tale accertamento può essere compiuto.

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