Consapevole accettazione del rifiuto dei cd. bona matrimonii: matrimonio nullo

Di TIZIANA DI PALMA -

Cass. civ. ord. 9.12.2019

Nella fattispecie in esame, T.C. intendeva impugnare la sentenza della Corte d’Appello di Roma, dichiarativa dell’efficacia all’interno dell’ordinamento italiano della sentenza ecclesiastica emessa dal Tribunale di prima istanza del Vicariato di Roma, resa esecutiva giusta decreto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, ai sensi della l. 25 marzo1985, n. 121 (recante la «Ratifica ed esecuzione dell’accordo con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18.02.1984, che apporta modifiche al Concordato lateranense del 11.02.1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede»).

Con la pronuncia del tribunale ecclesiastico veniva invalidato il matrimonio concordatario, ritualmente trascritto, contratto dalla ricorrente con il sig. G.M., il quale avrebbe escluso il bonum prolis, secondo un’intenzione palesata alla nubenda fin dal periodo del fidanzamento.

La nullità del matrimonio canonico derivava, dunque, dalla perpetrata violazione della sacralità degli impegni di vita derivanti dal matrimonio cattolico.

La coniuge ricorrente, per contra, nel sostenere la piena validità del vincolo, affermava, a fondamento del gravame, che la vita coniugale risultava «perfettamente in linea con i dogmi cristiani», non potendo, a suo avviso, risolversi la Corte d’Appello in una motivazione per la quale si limitava «a desumere dalla circostanza di avere avuto rapporti cautelati la necessaria conoscenza da parte della ricorrente della riserva mentale del marito senza tratteggiare un logico corretto iter argomentativo che da quella premessa possa portare a quella necessaria conclusione».

La Suprema Corte, in linea con un ormai invalso orientamento, è pervenuta alla considerazione per la quale il riconoscimento all’interno dello Stato italiano dell’esecutività della sentenza del tribunale ecclesiastico non è ostacolato allorquando uno dei due coniugi – seppure unilateralmente – escluda uno dei cd. bona matrimonii, rendendo l’altro coniuge partecipe di tale intento anche prima del matrimonio oppure allorquando vi siano stati «concreti elementi rivelatori di tale atteggiamento psichico non percepiti dall’altro coniuge solo per sua colpa grave» (cfr. Cass. civ., nn. 4517/2019 e 11226/2014), atteso che l’impedimento alla delibazione di una sentenza ecclesiastica è ravvisabile laddove sussista violazione dell’essenziale principio della tutela della buona fede e dell’affidamento incolpevole.

Confermando la Cassazione l’efficacia nello Stato italiano della suddetta sentenza di annullamento resa dal tribunale ecclesiastico, ratificata con decreto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, discendeva, pertanto, che la riscontrata presenza di «indici rivelatori» (id est, i cd. «rapporti cautelati» di cui all’ordinanza) avrebbe avuto la valenza di far conoscere alla coniuge ricorrente l’intenzione del marito di non avere figli, già prima del matrimonio.

Ciò posto, si rammenti, ai fini della delibazione delle sentenze ecclesiastiche, la sostanziale mancanza di coincidenza tra le cause di nullità contemplate dal diritto canonico e quelle di cui al codice civile.

Invero, il diritto canonico configura il matrimonio quale sacramento, attribuendo preponderante importanza all’atteggiamento soggettivo con cui il nubendo si approccia alle nozze, che rappresenta un impegno di vita per il cattolico.

L’impegno in parola si articola, infatti, nei cd. bona matrimonii, consistenti in: a) bonum sacramenti (indissolubilità del vincolo coniugale), b) bonum prolis (apertura alla nascita di figli); c) bonum fidei (accettazione del vincolo di fedeltà esclusiva all’altro coniuge).

Orbene, a differenza dei principi di buona fede e di affidamento incolpevole di cui all’ordinamento nazionale relativamente ai negozi giuridici, se uno dei due coniugi contrae matrimonio con la riserva mentale di escludere uno o più dei predetti bona matrimonii, il vincolo può essere invalidato e, perciò dichiarato nullo, sebbene l’altro coniuge lo avesse ignorato.

Secondo l’analisi di taluni contrasti sviluppatisi sul tema della delibazione di una sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio per riserva mentale di uno dei coniugi, di cui l’altro non fosse a conoscenza al momento della relativa celebrazione, si discuteva quale fosse l’ambito del giudizio di delibazione stessa.

Un primo indirizzo riteneva che il giudice potesse procedere ad un’autonoma istruttoria, secondo le regole del codice di rito ordinario, per accertare se tale riserva fosse stata comunicata o meno al nubendo; ove tale accertamento fosse stato positivo, sarebbe stata accolta la domanda di delibazione in quanto alcun affidamento incolpevole si sarebbe configurato (cfr. Cass. civ., nn. 3535/1984 e 5051/1987).

Secondo il successivo e ancora valido orientamento, è stato escluso che il giudice, in sede di giudizio di delibazione, possa procedere a riesaminare i fatti con integrazione del materiale istruttorio, potendosi limitare solo ad una diversa valutazione delle emergenze probatorie già conseguite nel corso del giudizio ecclesiastico (cfr. Cass. civ., nn. 1790/2015 e 22677/2010).

Ad ogni buon conto, si riconosce, sulla scorta di pacifica giurisprudenza, che «la dichiarazione di efficacia nella Repubblica della sentenza ecclesiastica che abbia dichiarato la nullità del matrimonio concordatario per esclusione del bonum prolis, nell’ipotesi in cui detta intenzione sia stata manifestata da un coniuge e accettata dall’altro, non trova ostacolo, sotto il profilo dell’ordine pubblico, nella circostanza che la legge statale non includa la procreazione fra i doveri scaturenti dal vincolo matrimoniale, vertendosi in tema di diversità di disciplina dell’ordinamento canonico rispetto all’ordinamento interno, che non incide sui principi essenziali di quest’ultimo, né sulle regole fondamentali che in esso definiscono l’istituto del matrimonio». (Nel caso de quo, la Suprema Corte ha ritenuto possibile la delibazione della sentenza ecclesiastica che aveva dichiarato la nullità del matrimonio perché i coniugi avevano concordemente deciso di non avere figli ancorché tale decisione fosse stata determinata dalla necessità di evitare che la grave malattia di cui soffriva il marito potesse trasmettersi alla moglie e al nascituro) (cfr. Cass. civ., 15 gennaio 2009 n. 814).

Attenendosi ai canoni sopra richiamati, è ben comprensibile l’iter argomentativo della Suprema Corte di conferma della sentenza delibativa della pronuncia ecclesiastica di nullità del matrimonio concordatario per esclusione, da parte del coniuge resistente, del suddetto bonum prolis, attesa la conoscenza e/o conoscibilità della riserva de qua da parte della coniuge ricorrente.

Alla luce dei principi elaborati dalla Corte di legittimità, meritevole di menzione è, inoltre, l’altra recente pronuncia per la quale «la declaratoria di esecutività della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario per esclusione, da parte di uno solo dei coniugi, di uno dei bona matrimonii, postula che la divergenza unilaterale tra volontà e dichiarazione sia stata manifestata all’altro coniuge, ovvero che sia stata da questi in effetti conosciuta, o che non gli sia stata nota esclusivamente a causa della sua negligenza, atteso che, qualora le menzionate situazioni non ricorrano, la delibazione trova ostacolo nella contrarietà all’ordine pubblico italiano, nel cui ambito va ricompreso il principio fondamentale di tutela della buona fede e dell’affidamento incolpevole. In quest’ambito, se, da un lato, il giudice italiano è tenuto ad accertare la conoscenza o l’oggettiva conoscibilità dell’esclusione anzidetta da parte dell’altro coniuge con piena autonomia, trattandosi di profilo estraneo, in quanto irrilevante, al processo canonico, senza limitarsi al controllo di legittimità della pronuncia ecclesiastica di nullità, dall’altro, la relativa indagine deve essere condotta con esclusivo riferimento alla pronuncia da delibare ed agli atti del processo medesimo eventualmente acquisiti, opportunamente riesaminati e valutati, non essendovi luogo, in fase di delibazione, ad alcuna integrazione di attività istruttoria; inoltre, il convincimento espresso dal giudice di merito sulla conoscenza o conoscibilità da parte del coniuge della riserva mentale unilaterale dell’altro costituisce, se motivato secondo un logico e corretto iter argomentativo, statuizione insindacabile in sede di legittimità, sebbene la prova della mancanza di negligenza debba essere particolarmente rigorosa e basarsi su circostanze oggettive e univocamente interpretabili che attestino la inconsapevole accettazione dello stato soggettivo dell’altro coniuge» (cfr. Cass. civ., sez. VI, 25 giugno 2019 n. 17036).

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