Attribuzione del cognome paterno al figlio nato fuori dal matrimonio e riconosciuto non contestualmente dai genitori

Di REMO TREZZA -

Cass. civ., sez. VI, 16 gennaio 2020, n. 772

La Cassazione ha ribadito, con la recente decisione in esame, che in tema di riconoscimento di figlio minore nato fuori dal matrimonio, è legittima, in ipotesi di secondo riconoscimento da parte del padre, l’attribuzione del cognome paterno in aggiunta a quello della madre, purché esso non arrechi pregiudizio al minore in ragione della cattiva reputazione del padre e purché non sia lesivo della sua identità personale, ove questa si sia definitivamente consolidata con l’uso del solo matronimico nella trama dei rapporti personali e sociali.

Nella sentenza, infatti, la Suprema Corte, in sintonia con la costante giurisprudenza di legittimità in tema di attribuzione giudiziale del cognome al figlio nato fuori dal matrimonio e riconosciuto non contestualmente dai genitori, ha sottolineato che i criteri di individuazione del cognome del minore si pongono in funzione del suo interesse, che è quello di evitare un danno alla sua identità personale, intesa anche come proiezione della sua personalità sociale, avente copertura costituzionale assoluta.

La scelta del giudice è ampiamente discrezionale e deve avere riguardo al modo più conveniente di individuare il minore in relazione all’ambiente in cui è cresciuto fino al momento del successivo riconoscimento, non potendo essere condizionata dall’esigenza di equiparare il risultato a quello derivante dalle diverse regole, non richiamate dall’art. 262 c.c., che presiedono all’attribuzione del cognome al figlio nato nel matrimonio.

Il giudice è investito dall’art. 262, commi 2 e 3, c.c., del potere-dovere di decidere su ognuna delle possibilità previste da detta disposizione avendo riguardo, quale criterio di riferimento, unicamente all’interesse del minore e con esclusione di qualsiasi automaticità, che non riguarda né la prima attribuzione, essendo inconfigurabile una regola di prevalenza del criterio del prior in tempore, né il patronimico, per il quale non sussiste alcun favor in sé nel nostro ordinamento.

La Corte, infine, ha tenuto a ribadire che l’ampia discrezionalità attribuita al giudice del merito in tale materia, comporta che la decisione – da maturare nell’esclusivo interesse del minore, tenendo conto della natura inviolabile del diritto al cognome, tutelato ai sensi dell’art. 2 Cost. – è incensurabile in cassazione, se adeguatamente motivata.

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