Il “superabile” divario minimo d’età di diciotto anni tra adottante e adottato nell’adozione di persona maggiorenne

Di REMO TREZZA -

Cass. n. 7667_2020

La recentissima pronuncia della Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione in commento si è soffermata su una questione giuridica di particolare importanza, concernente il “divario legale di età” tra adottante e adottato previsto dall’art. 291 c.c., valutando se, in caso di adozione di persona maggiorenne, siffatto limite debba ritenersi “imperativo”.

I ricorrenti hanno palesato una illegittimità costituzionale (artt. 2, 3, 10, 30 Cost.) del suindicato limite, superata dalla Corte di Cassazione argomentando che la Corte Costituzionale è intervenuta sulla questione della disparità di disciplina tra adozione di minori e di persone maggiori d’età, in ordine all’art. 291 c.c., che solo per l’adozione di maggiorenne contempla il limite della differenza d’età di diciotto anni tra adottante e adottato, con due pronunce (Corte cost., nn. 89/1993 e 500/2000), secondo le quali: «(…) questa premessa è stata già ritenuta inesatta (sentenza n. 89/1993), giacché l’adozione ordinaria ha struttura, funzione ed effetti diversi rispetto a quelli che caratterizzano l’adozione dei minori. (…) Non mancano, dunque, differenze tra i due istituti idonee a giustificare una diversità di disciplina che consenta solo per l’adozione di minori il superamento del divario di età ordinariamente richiesto tra adottante e adottato, in ragione del raccordo tra l’unità familiare e l’ineliminabile momento formativo ed educativo che caratterizza lo sviluppo della personalità del minore in una famiglia e che solo quella famiglia può assicurare (sentenza n. 89 del 1993) (…)».

Nel caso di specie, l’adottante presenta una differenza d’età di diciassette anni e quattro mesi con l’adottanda, la quale è figlia biologica della convivente e vive con lui dall’età di sei anni, formando un nucleo familiare ormai consolidato e compatto da circa trent’anni (l’adottanda ha trentasei anni). La norma di cui all’art. 291 c.c., nel richiedere la differenza di età diciotto anni tra adottante e adottato, esprimerebbe dunque una evidente ingiusta limitazione e compressione dell’istituto dell’adozione di maggiorenni, nell’accezione e configurazione sociologica assunta dall’istituto negli ultimi decenni, in cui – come è indiscusso sia in dottrina che in giurisprudenza – ha perso la sua originaria connotazione diretta ad assicurare all’adottante la continuità della sua casata e del suo patrimonio, per assumere la funzione di riconoscimento giuridico di una relazione sociale, affettiva ed identitaria, nonché di una storia personale, di adottante e adottando, con la finalità di strumento volto a consentire la formazione di famiglie tra soggetti che, seppur maggiorenni, sono tra loro legati da saldi vincoli personali, morali e civili.

Secondo la Corte di Cassazione, in tale mutato contesto sociale, il suddetto limite di diciotto anni appare un ostacolo rilevante ed ingiustificato all’adozione delle persone maggiori d’età e, dunque, un’indebita ed anacronistica ingerenza dello Stato nell’assetto familiare in contrasto con l’art. 8 CEDU, interpretato nella sua accezione più ampia riguardo ai principi del rispetto della vita familiare e privata. Infatti, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte affermato che, al di là della protezione contro le ingerenze arbitrarie, il suindicato articolo 8 pone a carico dello Stato obblighi positivi di rispetto effettivo della vita familiare. In tal modo, laddove è accertata l’esistenza di un legame familiare, lo Stato deve in linea di principio agire in modo tale da permettere a siffatto legame di svilupparsi (Corte EDU, 13 ottobre 2015, ric. n. 52557/14).

Al riguardo, è altresì significativo l’orientamento innovatore adottato dalla stessa Corte di Cassazione (Cass., n. 354/1999) –  e seguito anche dalla giurisprudenza di merito – la quale ha ritenuto che l’art. 291 c.c., correttamente interpretato, esprima il seguente principio: «con riguardo all’adozione di prole del coniuge dell’adottante, nella ipotesi in cui uno dei figli sia minore, l’altro sia divenuto di recente maggiorenne, al fine di non compromettere la realizzazione del valore etico sociale della unità familiare, garantito dall’art. 30, primo e terzo comma, della Costituzione, va riconosciuto ad entrambi, in quanto provenienti dalla stessa famiglia, il diritto di potersi inserire nel nuovo nucleo familiare del quale fa parte il comune genitore. Pertanto, in tale ipotesi, la disciplina dell’adozione del maggiorenne deve essere attratta nel regime già vigente ai sensi dell’art. 44, primo comma, lett. b), e quinto comma, della legge n. 184 del 1983, come modificato per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 44 del 1990 – per l’adozione del figlio minore del coniuge dell’adottante, che riconosce al giudice il potere di accordare, previo attento esame delle circostanze del caso, una ragionevole riduzione del prescritto divario minimo di età tra adottante e adottato, sempre che la differenza di età tra gli stessi rimanga nell’ambito della imitatio naturae».

La Suprema Corte, dunque, ha sottolineato che un’interpretazione costituzionalmente orientata consente di rendere l’art. 291 c.c. compatibile con l’art. 2 Cost., atteso che il divario d’età di diciotto anni impedirebbe all’adottato di esercitare appieno i suoi inalienabili diritti alla formazione di un formale nucleo familiare, sulla base di una formazione sociale di fatto ormai consolidatasi nel tempo e caratterizzata da una affectio non dissimile da quella caratterizzante la famiglia fondata sul matrimonio, nonché con l’art. 3 rimuovendo una ormai irragionevole disparità di trattamento tra l’adottato maggiorenne che abbia con l’adottante una differenza d’età non inferiore ai diciotto anni e l’adottante che, invece, presenti una differenza d’età marginalmente inferiore al tetto legale, considerata la diversa ratio che ispira l’istituto rispetto a quella che mosse il legislatore del codice civile.

Tali premesse hanno, pertanto, indotto la Corte di Cassazione a cristallizzare il principio di diritto secondo cui: «in materia di adozione di maggiorenne, il giudice, nell’applicare la norma che contempla il divario minimo d’età di diciotto anni tra adottante e adottato, deve procedere ad un’interpretazione costituzionalmente compatibile dell’art. 291 c.c., al fine di evitare il contrasto con l’art. 30 Cost., alla luce della sua lettura da parte della giurisprudenza costituzionale e in relazione all’art. 8 della Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, adottando quindi una rivisitazione storico-sistematica dell’istituto, che, avuto riguardo alle circostanze del singolo caso in esame, consenta una ragionevole riduzione di tale divario di età, al fine di tutelare le situazioni familiari consolidatesi da lungo tempo e fondate su una comprovata affectio familiaris».

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