Rapporti tra divorzio e nullità del matrimonio concordatario dichiarata con sentenza ecclesiastica

Di FILOMENA PASSAMANO e ITALO IAFANTI -

Cass. ord. 5078_2020.

Con ordinanza interlocutoria, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite, ai sensi dell’art. 374, comma  2, c.p.c., la questione se il giudicato interno che dichiari la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario sia idoneo a paralizzare gli effetti della nullità del matrimonio, dichiarata con sentenza ecclesiastica poi delibata dalla Corte d’appello con pronuncia passata in giudicato, soltanto in presenza di statuizioni economiche assistite dal giudicato ovvero anche in assenza di dette statuizioni, con l’effetto – in quest’ultimo caso – di non precludere al giudice civile il potere di regolare, applicando la disciplina della l. n. 898/1970, i rapporti patrimoniali tra gli ex coniugi il cui vincolo sia consacrato in un atto nullo.

Nella fattispecie in esame, il giudice di merito dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario contratto da due coniugi e poneva a carico dell’ex marito un assegno divorzile di € 450,00 mensili in favore della ex moglie.

La Corte d’appello rigettava l’impugnazione proposta dall’ex marito; quest’ultimo ricorreva pertanto in Cassazione, contestando la debenza dell’assegno. Nel giudizio di legittimità, l’ex marito produceva la sentenza della Corte d’appello che aveva reso esecutiva nello Stato la sentenza di nullità del matrimonio, pronunciata dal Tribunale Ecclesiastico Regionale Etrusco, ratificata dal Tribunale Ecclesiastico Flaminio di Appello e successivamente resa esecutiva dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, chiedendo di dichiarare cessata la materia del contendere.

È opportuno precisare che la cessazione degli effetti civili del matrimonio, sul ricorso di uno dei due coniugi è stata dichiarata con statuizione del Tribunale, non impugnata in appello né per cassazione, sulla quale si è dunque formato il giudicato interno, essendo stata impugnata la diversa e contestuale statuizione riguardante l’assegno divorzile. Questa precisazione consente di focalizzare la questione degli effetti della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio concordatario – riconosciuta con sentenza definitiva della Corte d’appello successivamente al passaggio in giudicato della dichiarata cessazione degli effetti civili del matrimonio – sulle statuizioni economiche accessorie sulle quali il giudicato non si sia formato, essendo pendente il giudizio di cassazione; in particolare, si pone la questione se in tal caso la nullità del matrimonio possa determinare la cessazione della materia del contendere nel giudizio avente ad oggetto le suddette statuizioni economiche o comunque il travolgimento delle stesse.

Dunque, tenuto conto del contrasto della giurisprudenza sugli effetti della nullità del matrimonio e, in particolare, se essi possano determinare la cessazione della materia del contendere nel giudizio sulle statuizioni economiche, la Prima Sezione civile, ricostruita l’evoluzione della giurisprudenza sul punto, inclusi gli interventi della Corte Costituzionale, ha sospeso il procedimento e rimesso la questione alle Sezioni Unite.

E’ necessario, pertanto, tracciare una ricostruzione sistematica delle varie fasi dell’evoluzione giurisprudenziale, a partire dalla sentenza n. 1824/1993 con la quale le Sezioni Unite, pur confermando la giurisdizione ecclesiastica nelle controversie in materia di nullità del matrimonio celebrato secondo le norme del diritto canonico, sancirono il principio secondo cui, in base all’Accordo di revisione del Concordato dell’11 febbraio 1929 con la Santa Sede, stipulato a Roma il 18 febbraio 1984 e reso esecutivo con l. n. 121/1985, unitamente al Protocollo addizionale, la «riserva» di tale giurisdizione doveva ritenersi abrogata, ai sensi dell’art. 13 dell’Accordo medesimo, di modo che, per le cause inerenti alla nullità del matrimonio concordatario, sussistono tanto la giurisdizione italiana, quanto quella ecclesiastica, le quali concorrono in base al criterio della prevenzione e del collegamento nel procedimento delibativo delle decisioni del tribunale ecclesiastico.

Un’altra tappa fondamentale in materia è costituita dalla sentenza n. 4202/2001, della quale è necessario riportare i passaggi più significativi: «… traendo le conseguenze dell’essere venuta meno la esclusività della giurisdizione dei Tribunali ecclesiastici sulle cause di nullità dei matrimoni concordatari (…) ove le parti non introducano espressamente nel giudizio di divorzio, attraverso contestazioni al riguardo, questioni sulla esistenza e validità del matrimonio (…) di regola la esistenza e la validità del matrimonio costituiscono un presupposto della sentenza di divorzio, ma non formano nel relativo giudizio oggetto di specifico accertamento suscettibile di dare luogo al formarsi di un giudicato. Per questa ragione la sentenza di divorzio – che ha causa petendi e petitum diversi da quelli della sentenza di nullità del matrimonio – (…) non impedisce la delibabilità della sentenza dei Tribunali ecclesiastici che abbia dichiarato la nullità del matrimonio concordatario, in coerenza con gli impegni concordatari assunti dallo Stato italiano e nei limiti di essi. Quanto, invece, ai capi della sentenza di divorzio che contengano statuizioni di ordine economico, si applica la regola generale secondo la quale, una volta accertata in un giudizio fra le parti la spettanza di un determinato diritto, con sentenza passata in giudicato, tale spettanza non può essere rimessa in discussione – al di fuori degli eccezionali e tassativi casi di revocazione previsti dall’art. 395 c.p.c., non dedotti nella specie – fra le stesse parti, in altro processo, in forza degli effetti sostanziali del giudicato stabiliti dall’art. 2909 c.c.. In proposito va sottolineato che gli impegni assunti dallo Stato italiano con l’Accordo del 18 febbraio 1984, si sostanziano, nella materia de qua, secondo la lettera e la ratio dell’art. 8, nell’obbligo per lo Stato italiano – alle condizioni ivi indicate, così come precisate nel protocollo addizionale all’accordo medesimo – per un verso di riconoscere gli effetti civili “ai matrimoni contratti secondo le norme del diritto canonico”, per altro verso di dichiarare efficaci “le sentenze di nullità di matrimonio pronunciate dai Tribunali ecclesiastici, che siano munite del decreto di esecutività del superiore organo ecclesiastico di controllo” facendo venir meno il vincolo matrimoniale in conformità di esse. Resta, invece, rimessa alla competenza sostanziale dello Stato italiano la disciplina dei rapporti patrimoniali fra i coniugi derivanti dai conseguiti effetti civili dei matrimoni concordatari, come si evince dal disposto dell’art. 8, comma 1°, che sostanzialmente rimanda in proposito alle disposizioni del codice civile, mentre ogni statuizione riguardo al venire meno di tali effetti, con riferimento alla delibazione delle sentenze ecclesiastiche di nullità dei matrimoni concordatari, è rimessa dall’art. 8, comma 2, ultima parte, esplicitamente alla giurisdizione e implicitamente alla normativa dello Stato italiano. Ne deriva che nessun principio concordatario, a proposito della sopravvenienza – rispetto alla attribuzione con sentenza passata in giudicato di un assegno di divorzio – della delibazione di una sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio, osta alla piena operatività dell’art. 2909 c.c. in forza del quale, una volta accertata in un giudizio fra le parti la spettanza di un determinato diritto, con sentenza passata in giudicato, tale spettanza non può essere rimessa in discussione al di fuori degli eccezionali e tassativi casi di revocazione previsti dall’art. 395 c.p.c. fra le stesse parti. Conseguentemente, una volta accertato nel giudizio con il quale sia stata chiesta la cessazione degli effetti civili di un matrimonio concordatario, la spettanza a una parte di un assegno di divorzio, ove su tale statuizione si sia formato il giudicato ai sensi dell’art. 324 c.p.c., questo resta intangibile, in forza dell’art. 2909 c.c.. Non giova dedurre in contrario che in caso di delibazione della sentenza ecclesiastica di annullamento del matrimonio concordatario le conseguenze economiche dell’annullamento sono disciplinate dagli artt. 129 e 129 bis c.c., dettando tali articoli una normativa che, in caso di passaggio in giudicato di una sentenza di divorzio prima della delibazione della sentenza ecclesiastica, ai fini della sua applicabilità ne implica il coordinamento con i principi che regolano il giudicato».

Per questi principi, la Prima Sezione si rimette alle Sezioni Unite che dovranno chiarire se il giudicato interno (per effetto di sentenza parziale o capo autonomo non impugnato della sentenza) che dichiari la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario sia idoneo a paralizzare gli effetti della nullità del matrimonio, dichiarata con sentenza ecclesiastica successivamente delibata dalla Corte d’appello (con sentenza passata in giudicato), solo in presenza di statuizioni economiche assistite dal giudicato o anche in assenza di dette statuizioni.

In quest’ultimo caso, inoltre, le Sezioni Unite dovranno altresì precisare se il giudice civile possa regolare, in linea con la l. n. 898/1970, i rapporti patrimoniali tra gli ex coniugi malgrado il vincolo consacrato in un atto matrimoniale nullo.

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