Abbandono della casa familiare e accertamento dell’addebitabilità della separazione

Di CHIARA VITAGLIANO -

Cass. civ. ord. 23.06.2020 n. 12241

Con l’ordinanza in commento, la Corte di Cassazione torna ad affrontare il tema dell’addebitabilità della separazione al coniuge che si sia allontanato dalla residenza familiare.

All’origine della pronuncia vi è un giudizio di separazione personale fra coniugi, con domanda di addebito formulata dal marito, per aver la moglie violato gli obblighi matrimoniali, essendosi allontanata dalla casa coniugale.

Nel pronunciare la separazione personale tra i coniugi, il giudice di primo grado aveva rigettato la richiesta di addebito formulata dal marito, stabilendo la corresponsione di un assegno di mantenimento in favore della moglie nella misura di Euro 1.500,00 mensili.

In secondo grado la Corte d’appello di Roma riduceva il quantum dell’assegno di mantenimento, e confermava la statuizione di primo grado concernente l’esclusione di addebito, fondando la propria decisione sul rilievo che la causa del fallimento della convivenza non fosse esclusivamente imputabile alla moglie, essendo emersa sin da subito da parte di entrambi i coniugi, nella breve esperienza matrimoniale, la mancata costruzione di un «rapporto fatto di affezione, progettualità di coppia e condivisione».

Avverso tale sentenza ricorrevano in Cassazione entrambi i coniugi.

In particolare, per quanto concerne la richiesta di addebito della separazione, il marito, deduceva la violazione, ex art. 360, n. 3, c.p.c., delle norme disciplinanti l’addebito della separazione ai sensi degli artt.143 e 151 c.c., per non aver i giudici di merito valutato correttamente il comportamento della moglie, contrario ai doveri nascenti dal matrimonio, essendosi allontanata ingiustificatamente dalla casa coniugale.

La Suprema Corte ha respinto il motivo di ricorso addotto, accogliendo le valutazioni allegate dal giudice di secondo grado, rilevando che l’allontanamento dalla casa coniugale da parte della moglie era intervenuto in un momento in cui «l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si era già verificata ed in conseguenza del comportamento di entrambi i coniugi, rivelatisi inidonei a costruire persino un progetto di vita matrimoniale».

Se, dunque, da un lato, l’abbandono della casa familiare costituisce di per sé violazione di uno dei doveri coniugali ed, in quanto tale, è astrattamente idoneo a giustificare l’addebito della separazione, determinando l’impossibilità nella prosecuzione della convivenza, dall’altro, tale circostanza non può considerarsi valida allorché si riesca a dimostrare la preesistenza, come nel caso di specie, di una situazione di intollerabilità della convivenza.

La pronuncia in commento si pone in perfetta linea di continuità con le posizioni assunte dalla giurisprudenza maggioritaria – consolidatasi in seguito alla riforma del diritto di famiglia – in merito ai presupposti necessari per l’addebitabilità della separazione.

L’art. 151, comma 1°, c.c. stabilisce che la separazione può essere chiesta quando si verificano fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole. Il comma 2 precisa che il giudice, nel pronunciare la separazione, dichiara, ove ne sia richiesto e ne ricorrano le circostanze, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione della sua condotta contraria ai doveri che derivano dal matrimonio.

Nel sistema della riforma, dunque, il presupposto della separazione è l’intollerabilità della convivenza, mentre la dichiarazione di addebito della separazione, intesa quale imputabilità della separazione ad uno o entrambi i coniugi per violazione dei doveri nascenti dal matrimonio, ha carattere meramente eventuale, potendo intervenire solo a seguito di espressa richiesta e qualora «ne ricorrano le circostanze».

L’accertamento dell’addebitabilità, in particolare, presuppone una valutazione globale ad opera del giudice, con riferimento alla violazione dei doveri coniugali, che tenga conto del comportamento complessivo dei coniugi nello svolgimento del rapporto coniugale. Non è sufficiente riscontrare una condotta del coniuge contraria ai doveri del matrimonio, occorrendo, altresì, verificare se tale condotta abbia contribuito a determinare la situazione di intollerabilità.

In proposito, è principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità quello secondo cui la pronuncia di addebito della separazione personale dei coniugi postula l’accertamento, non solo dell’avvenuta violazione dei doveri nascenti dal matrimonio, ma altresì, dell’efficienza causale in concreto rivestita da tale violazione nel determinarsi dell’intollerabilità della convivenza coniugale. È, in altri termini, necessario accertare che la irreversibilità della crisi coniugale sia ricollegabile esclusivamente alla condotta del coniuge, ovverosia che sussista un nesso di causalità tra comportamento imputabile e fallimento della convivenza: non ogni violazione dei doveri che nascono dal matrimonio è rilevante ai fini di una pronuncia di addebito, ma soltanto quelle che abbiano determinato l’intollerabilità della convivenza (cfr., ex multis, Cass. civ., sez. VI, 18 settembre 2019, n. 23284; Cass. civ., sez. I, 10 maggio 2017, n. 11448; Cass. civ., sez. VI, 14 luglio 2016, n. 1441).

L’indagine volta all’eventuale determinazione dell’addebito della separazione deve tener conto, secondo un rigoroso impiego del nesso di causalità, di quale sia stata l’incidenza della condotta di ciascun coniuge sul rapporto coniugale, dovendo essere presi in considerazione i comportamenti che abbiano causato la crisi del rapporto e non le eventuali reazioni dell’altro coniuge quando ormai l’unione era già venuta meno. Ciò significa che il giudice, nel pronunciare la separazione, non può fondare una pronuncia di addebito sulla sola inosservanza dei doveri che l’art. 143 c.c. pone a carico dei coniugi, essendo, invece, tenuto ad accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza.

In tale contesto si inserisce il volontario abbandono della residenza familiare, il quale, integrando una violazione dei doveri coniugali, ed in particolare, dell’obbligo di coabitazione sancito dall’art. 143 c.c., è causa astrattamente sufficiente a giustificare l’addebito della separazione. Tuttavia, l’addebito è da ritenersi escluso laddove si provi, con onere a carico di colui che ha posto in essere l’abbandono, che l’allontanamento dalla residenza familiare risulti legittimato da una “giusta causa”, vale a dire dalla presenza di situazioni di fatto di per sé incompatibili con la protrazione di quella convivenza, ossia tali da non rendere esigibile la pretesa di coabitare. In detti casi l’allontanamento, ponendosi come mera conseguenza e non come causa dell’intollerabilità nella prosecuzione della convivenza, non può ritenersi idoneo a fondare una pronuncia di addebito della separazione.

In tali termini si esprime la Suprema Corte con la pronuncia in commento, la quale, nel rigettare il ricorso, richiama i precedenti giurisprudenziali, ribadendo il principio secondo cui «il volontario abbandono della casa familiare è causa sufficiente di addebito della separazione in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi – e l’onere incombe su chi ha posto in essere l’abbandono – che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto» (cfr. Cass. civ., n. 25663/2014; Cass. civ., n. 10719/2013; Cass. civ., n. 17056/2007; Cass. civ., n. 12373/2005).

Cass. civ. ord. 23.06.2020 n. 12241
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