La c.d. shared residence del minore nei casi di affidamento condiviso: prospettive nazionali  

Di CINZIA VALENTE -

Sommario: 1. Introduzione – 2. Affidamento condiviso e collocazione paritetica: il caso italiano – 3. Arrangements orders e shared residence; 4. L’ammissibilità del collocamento condiviso: case by case.

1.  Introduzione

Vi sono aree del diritto che risentono profondamente delle trasformazioni sociali ed impongono l’applicazione di criteri equitativi per bilanciare ed ammodernare la rigidità di regole giuridiche, talvolta anacronistiche.

La tutela dei componenti della coppia e dei minori, in particolare, esige, nella gestione giudiziale della crisi familiare, un’attenta analisi delle circostanze specifiche del caso per rendere adeguata l’applicazione dei principi vigenti a tutela del benessere dei figli e riequilibrare la posizione delle parti, conformemente all’evoluzione dell’ordinamento.

La mutata condizione del minore, ormai “soggetto” di diritto, ha imposto la “ricostruzione” dei principi vigenti nel diritto di famiglia determinando importanti conseguenze sulla posizione del genitore e la sua partecipazione alla cura del figlio[1].

È frequente, nei procedimenti di separazione e divorzio, che all’affidamento condiviso del minore, ormai regola generale, corrisponda la collocazione prevalente dello stesso presso la madre e che il padre rivendichi un maggiore coinvolgimento nella quotidianità, tuttavia confinato entro i vincoli del c.d. “diritto di visita”; ci si domanda, dunque, se la tutela del benessere del minore (e della bi-genitorialità) possa legittimare una collocazione condivisa del figlio.

Oggetto del presente contributo è una sintetica riflessione sulla evoluzione del sistema italiano e inglese in ordine alla possibilità di attuare la c.d. shared residence del minore nei casi di affidamento condiviso.

2. Affidamento condiviso e collocazione paritetica: il caso italiano

La necessità che il minore mantenga la continuità della relazione parentale, nonostante la separazione o il divorzio dei genitori, è principio ormai indiscusso tanto nel sistema italiano[2] quanto, prima ancora, nel panorama internazionale.

Gli ordinamenti appartenenti alla tradizione occidentale individuano, come regola generale, quella dell’affidamento condiviso[3] (legal care) dei minori nella fase di disgregazione della coppia, cui segue come eccezione quello esclusivo, quando particolari circostanze lo richiedano nell’interesse del minore stesso.

Divergenze si registrano, invece, nella collocazione fisica del minore (anche definita physical care), talvolta coincidente con quella di un genitore e, solo raramente, fissata in entrambi i domicili genitoriali.

Questa ultima ipotesi, nota più comunemente come shared residence[4], consente al minore di trascorrere periodi di tempo suddivisi in maniera quasi simmetrica, se non addirittura equivalenti, con ciascun genitore; tale circostanza incide profondamente anche sull’assetto patrimoniale della famiglia e, in particolare, sulla contribuzione al sostentamento del figlio[5].

Detta soluzione pare richiamare, nell’ordinamento italiano, l’idea di affidamento alternato, già esclusa in occasione della riforma del 2006[6], quando si è ritenuto che le esigenze di tutela del benessere del minore imponessero la collocazione stabile dello stesso.

Nel nuovo assetto, la disciplina codicistica privilegia l’affidamento condiviso ai sensi dell’art. 337 bis c.c., ma affida, in assenza di accordo tra le parti, alla discrezionalità del Giudice la possibilità di stabilire i tempi e le modalità di permanenza del minore presso ciascun genitore.

Tale facoltà è stata esercitata, a lungo, dalle Corti in maniera piuttosto omogenea disponendo la collocazione prevalente presso un genitore (in genere la madre) e disciplinando il contatto con l’altro genitore in modo standardizzato, lasciando sopravvivere il concetto di “diritto di visita”, tipico dell’affidamento esclusivo, anche in ipotesi di affidamento condiviso.

Non è inusuale che gli stessi minori trascorrano i week-end alternativamente con il padre e con la madre e che infrasettimanalmente siano previste una o due “visite” con il genitore non collocatario (ed eventuale pernottamento, soprattutto se i figli sono “grandicelli”), ferma, poi, la suddivisione di vacanze estive e delle festività.

Con la riforma 2012[7] se, da un lato, si è rafforzato il rapporto parentale, pure in ragione dell’introdotto principio di responsabilità genitoriale (in sostituzione della potestà genitoriale) consentendo forme di maggiore coinvolgimento del genitore non collocatario, è stata introdotta, dall’altro, espressamente la necessità di individuare la residenza principale del minore (che, ove non concordata, è stabilita dal Giudice).

Tale circostanza ha avuto l’effetto di irrigidire a lungo la collocazione del minore in sede di separazione e divorzio, provocando le critiche di chi sottolineava la reiterazione dello schema dell’affidamento esclusivo nel quale la partecipazione continua del genitore non affidatario (in genere il padre) era, di fatto, esclusa.

Con il rafforzarsi del principio della bi-genitorialità, che nonostante la proclamazione di diritto è rimasto semi-silente per i primi anni successivi alla introduzione della riforma, sono tornate d’attualità le esigenze di mantenimento del rapporto parentale che richiederebbe una condivisione quotidiana e di conseguenza una ridefinizione del collocamento e della frequentazione.

In tale direzione si proponeva di operare la proposta di legge (c.d. d.d.l. Pillon[8]) che, tra l’altro, all’art. 11, prevedeva per il minore «un rapporto equilibrato e continuativo con il padre e la madre, a ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali e a trascorrere con ciascuno dei genitori tempi adeguati, paritetici ed equipollenti, salvi i casi di impossibilità materiale». Sancito il doppio domicilio, il figlio avrebbe dovuto trascorrere almeno dodici giorni al mese con ciascun genitore ed il contributo per il sostentamento del figlio sarebbe stato convertito in mantenimento in forma diretta, sostenendo ciascun genitore le spese per il tempo del collocamento. Solo in via residuale, il Giudice avrebbe potuto disporre un contributo al mantenimento, per un tempo limitato, con esclusione del diritto all’occupazione della casa familiare per il genitore non titolato[9].

Il progetto di riforma non ha, ad oggi, avuto seguito e con esso il rischio insito nella riforma di legittimare una forma di bi-genitorialità “coatta” a scapito delle esigenze del minore; tuttavia, le istanze di ammodernamento delle modalità di partecipazione del genitore alla vita del figlio, per garantirne una relazione continua ed effettiva, non sono state abbandonate, ma sono state affidate alla giurisprudenza.

Pure avendo dichiarato che l’affido alternato è «tradizionalmente previsto come possibile dal diritto di famiglia italiano» è stato precisato che «è rimasta una soluzione educativa di limitate applicazioni, essendo stato ripetutamente affermato che esso assicura buoni risultati quando vi è un accordo tra i genitori e tutti i soggetti coinvolti, anche il figlio, condividono la soluzione» nella convinzione  che «non ci sono dubbi, poi, che modificare continuamente la propria casa di abitazione può avere un effetto destabilizzante per molti minori»[10].

Tanto non ha, tuttavia, impedito alla giurisprudenza di merito[11] di disporre l’affidamento condiviso con la previsione di paritetici tempi di permanenza del minore presso ciascuno dei genitori, quando le peculiarità del caso lo avessero richiesto; tra le più recenti decisioni si segnala, per la motivazione, quella del Tribunale di Catanzaro che sviluppa un articolato ragionamento[12].

A fondamento di tale scelta si pone la disciplina sovranazionale in tema di bi-genitorialità (Convezione ONU 1989, Carta di Nizza), gli atti di soft law (risoluzione del Consiglio d’Europa 2015 n. 2079) ed i precedenti della Corte Europea di Strasburgo che sostengono il mantenimento del rapporto parentale nonché parte della letteratura scientifica internazionale favorevole al rafforzamento del rapporto paterno attraverso una maggiore condivisione. Ritenendo tali principi traditi, nell’ordinamento interno, dalla prassi di distinguere l’affidamento condiviso (shared legal custody) dalla pshysical custody, che rimane di competenza esclusiva di un solo coniuge, il Giudice si pone l’obiettivo di ristabilire la corretta applicazione dei principi vigenti a tutela del minore. Quest’ultima legittima, in astratto, l’alternanza dei periodi di convivenza del figlio con i genitori, ma richiede la valutazione di specifiche caratteristiche del caso concreto. L’età del figlio, la vicinanza dei domicili dei genitori, il tipo di abitazione, l’attività lavorativa dei coniugi ed il tempo che entrambi possono dedicare alla cura del figlio come l’assenza di pregiudizio nell’alternanza sono stati ritenuti elementi da apprezzare nella scelta in ordine alla suddivisione del collocamento.

Si inaugura, così, una tendenza che pare legittimare l’alternanza nella collocazione del figlio se le circostanze del caso concreto lo consentono nel rispetto delle esigenze del minore.1

Ad oggi, tuttavia, non si può ancora ritenere che simile soluzione sia stata “ratificata” dalla giurisprudenza di legittimità che ha escluso la simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con i genitori ed ha precisato come si debba adottare una soluzione che tenga conto del benessere del minore come della necessità di consentire una significativa e piena relazione con entrambi i genitori[13].

Rilevanti in questa analisi sono le capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio tenendo conto di come precedentemente alla separazione hanno svolto tale funzione e «delle capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore, fermo restando, in ogni caso, il rispetto del principio della bi-genitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione»[14].

La soluzione, dunque, deve essere ricercata caso per caso.

3.  Arrangement orders e shared residence

Affrontare questioni giuridiche in ambito sovranazionale richiede preliminarmente la identificazione degli istituti rilevanti.

Nell’ordinamento italiano, in sede di separazione o divorzio, si discute della adozione di un provvedimento che disciplina l’affidamento (condiviso o esclusivo) dei minori e che comporta una serie di conseguenze in ordine alla responsabilità genitoriale, alla collocazione del minore ed all’eventuale frequentazione con il genitore non collocatario, nonché di carattere economico.

Pur con i limiti dovuti alla generalizzazione, si può indicare, a livello sovranazionale, il concetto di custody (o talvolta care) come idoneo a comprendere le varie opzioni contemplate dai diversi ordinamenti e che riguardano la condivisione o suddivisione dei doveri / diritti di cura ed educazione e, in generale, la protezione del minore, pure, talvolta, includendo le scelte relative alla dimora del figlio e la regolamentazione dei contatti con il genitore non coabitante.

Tuttavia, la scissione tra affidamento e collocamento del minore, presente in alcuni sistemi, è un elemento meritevole di attenzione sia per le ripercussioni in ordine all’effettivo esercizio della genitorialità sia per le conseguenze economiche di tale scelta.

È bene sottolineare che, generalmente, la collocazione presso un genitore non esclude la parental responsibility dell’altro genitore che partecipa comunque alle scelte rilevanti per il figlio, se non vi sia un apposito provvedimento di diversa natura.

Con riferimento al sistema inglese, prima della riforma del 2014[15], il residence order identificava il complesso dei rapporti che gravitavano attorno alla relazione genitoriale e che conferiva rilevanza al luogo in cui il minore viveva per la maggior parte del suo tempo; questo provvedimento era spesso accompagnato dal contact order relativo alle modalità di mantenimento del rapporto con il non resident parent.

Dal 2014, invece, nei procedimenti giudiziari, il child arrangements order ha sostituito ogni precedente statuizione essendo così destinato a regolare i diversi aspetti della vita del minore nei rapporti con i genitori separati (il luogo in cui vivere, il genitore con il quale abitare, il tempo da trascorrere con il genitore non coabitante).

La modifica della denominazione è stata il frutto di scelta “politica” che il legislatore inglese ha voluto introdurre con l’esplicita intenzione di abbandonare l’ottica winner-loser tipica dei provvedimenti precedenti e privilegiare una definizione neutra, pure in linea con l’attitudine inglese alla soluzione conciliativa, testimoniata dalla incidenza delle ADR anche in materia di famiglia.

In tale contesto, la condivisione della responsabilità genitoriale si è consolidata come proiezione del principio della bi-genitorialità slegandosi dalla collocazione del minore che fa registrare ancora alcune divergenze.

La posizione del sistema inglese[16] in ordine alla collocazione condivisa del minore in sede di scioglimento della coppia è stata segnata dall’adozione del Children Act del 1989[17] e dalla evoluzione giurisprudenziale in materia.

Se precedentemente alla introduzione del Children Act la regola generale imponeva l’affidamento esclusivo del minore, spesso in favore della madre, con conseguente collocamento presso di lei del figlio[18], la riforma[19] ha introdotto il già menzionato resident order che disciplinava specificatamente il domicilio del minore. La norma non escludeva la possibilità che tale provvedimento fosse adottato con riferimento ad entrambi i genitori, con la specifica indicazione dei periodi di alternanza, ma rimaneva tuttavia una rarità[20].

La situazione è rimasta immutata nonostante la riforma del 2014 abbia introdotto il child arrangement order dal momento che nessuna specifica previsione ha introdotto esplicitamente il doppio domicilio del minore.

La giurisprudenza è stata inizialmente riluttante ad aderire alla soluzione della collocazione condivisa e tendeva ad ammetterla solo in caso di ricorrenza di circostanze eccezionali[21].

Si è chiarito tuttavia che i benefici effetti di una simile soluzione non potevano essere ignorati[22] e che l’elenco di indicatori del children welfare doveva orientare il giudice nella scelta; è stata rimessa, in sostanza, alla discrezionalità del tribunale la valutazione sulla migliore soluzione nell’interesse del minore, pure sottolineando la limitata applicazione della residenza condivisa.

Un’ulteriore apertura è stata registrata quando si è sottolineato come la normativa vigente (Children Act 1989) non richiede la sussistenza di circostanze eccezionali per l’adozione di un shared residence order né la prova di uno specifico beneficio per il minore[23]; risulta sufficiente il rispetto del principio in base al quale «the child’s welfare shall be the court’s paramount consideration», come confermato in diverse decisioni[24].

Quanto alle tempistiche del collocamento condiviso, se un’alternanza di periodi dell’anno è comunemente accettata, la suddivisione fifty – fifty è ancora inusuale; in questa ultima ipotesi, si richiede non solo una buona relazione tra i genitori “costretti” a collaborare quotidianamente, ma anche la condivisione di un programma organizzativo comune.

Rimane, oggi, fermo il principio in base al quale il doppio domicilio deve, in ogni caso, essere escluso quando «splitting a child between two homes which are antagonistic and unsupportive of each other is not consistent with the best interests of a child nor congruent with that child’s walfare»[25].

Il sistema inglese ha, dunque, adottato una regolamentazione statutaria che non esclude la condivisione della residenza, anzi l’evoluzione del concetto di parental responsibility ha contribuito a rafforzare una sorta di presunzione di collocamento condiviso, ma che trova ancora scarsa applicazione nella prassi giudiziale.

La giurisprudenza, inizialmente riluttante ad ammettere simile soluzione, ha adottato, nel tempo, un atteggiamento di maggiore apertura al coinvolgimento genitoriale nella quotidianità richiedendo un esame delle condizioni specifiche sempre finalizzato alla tutela dell’interesse del minore, come principio-guida.

Sebbene meno inusuale che in passato, la collocazione condivisa ha assunto oggi anche la funzione di garanzia di un’equa partecipazione dei genitori alla vita dei figli per garantire loro un maggiore coinvolgimento nella vita del minore[26], tanto che oggi si discute della possibilità che la shared residence possa essere considerata «the rule than the exception»[27].

4. L’ammissibilità del collocamento condiviso: case-by-case

È sempre più frequente che, nei procedimenti di separazione o divorzio, una delle parti, generalmente il padre, avanzi la richiesta di una collocazione paritaria, giustificata dalla necessità di preservare l’interesse del minore ed anche realizzare il pieno esercizio della responsabilità genitoriale nella partecipazione alle scelte anche quotidiane del figlio.

La giurisprudenza ed i legislatori nazionali hanno assunto posizioni differenti e tali scelte hanno risentito dei cambiamenti sociali e storici[28]; si passa da ordinamenti (ad es. quello svedese) che riconoscono alla shared residence la valenza di regola generale, ad altri (ad es. quelli italiano ed inglese) che, nel silenzio del legislatore, l’hanno “sperimentata” in via giurisprudenziale, sino a sistemi (ad es. sistema belga) nei quali, in mancanza di accordo tra le parti, il giudice è tenuto a valutarla come scelta preferenziale esclusa soltanto ove sia contraria all’interesse del minore.

Il modello tradizionale di famiglia in cui il marito era l’unica fonte di reddito e la moglie si dedicava alla “casa” è stato sostituito con quello in cui entrambi i coniugi svolgono attività lavorativa e condividono la cura della famiglia, così che anche il padre ha acquisito un ruolo concreto nella crescita dei figli, lasciando intravedere la necessità di una paritetica suddivisione dei compiti intra-familiari.

A ben vedere l’uguaglianza è rimasta, a lungo, sul piano astratto anche per la diversa remunerazione dell’attività lavorativa delle donne rispetto a quella degli uomini; parimenti, la scelta frequente di privilegiare la carriera del marito a scapito di quella della moglie ha finito per ridurre comunque l’impegno del padre nella gestione dei figli.

D’altra parte, rimane un paradigma sociale quello in base al quale la madre rappresenta la scelta da preferire nella cura prevalente dei figli, rendendo “debole” la posizione dei padri anche quando esprimono la volontà di intervenire attivamente nella vita dei minori.

In questo scenario si colloca la necessità di rafforzare il rapporto del figlio con entrambi i genitori, e con quello non collocatario, in particolare, che riflette lo speculare diritto/dovere dei genitori alla cura del figlio.

Si è sviluppata la tendenza a re-interpretare il concetto di shared residence per conferire allo stesso una maggiore valenza in termini di condivisione della responsabilità genitoriale che, laddove rispondente all’interesse del minore, risulterebbe indirettamente rafforzata da una partecipazione effettiva e quantitativamente superiore rispetto al mero “diritto di visita”.

La condivisione della residenza (non necessariamente paritaria) acquista una funzione pratica in quanto contribuisce a rimuovere la distinzione tra genitore di “serie A” e genitore di “serie B”, restituendo, anche nella quotidianità, un’equa suddivisione delle responsabilità genitoriali[29] e potendo rappresentare uno strumento di cooperazione responsabile per i genitori stessi[30].

Tanto rimane valido a condizione che simile richiesta non sia strumentalizzata al fine di vedere ridotto o azzerato il mantenimento per il minore da corrispondere al coniuge ed opposta dall’altro per il rischio di perdere appunto la contribuzione. Anche questo aspetto deve essere oggetto di valutazione.

La validità scientifica della collocazione condivisa del minore come scelta maggiormente tutelante l’interesse dello stesso, rispetto a qualsiasi altra forma di sistemazione, è ancora discussa[31] e la percentuale di casi nei quali viene disposta dal Giudice, in entrambi gli ordinamenti analizzati, è così ridotta[32] da poter affermare che la “presunzione” di equa genitorialità rappresenta ad oggi una conquista legislativa ancora simbolica.

Nel sistema inglese tale dato si può parzialmente giustificare con il massiccio ricorso alla “sistemazione” privata, intervenendo l’autorità giudiziaria soltanto nei casi caratterizzati da alta conflittualità; nel sistema italiano, alla scarsa disposizione di un collocamento condiviso corrisponde, di contro, la prassi sempre più frequente di coinvolgere il genitore non collocatario nella quotidianità del figlio, idonea forse ad ottenere i medesimi effetti non ancora completamente esplicitati.

I due sistemi esaminati rivelano, comunque, una comune evoluzione che parte da un dato legislativo “carente” in ordine alla possibilità di attuare una completa condivisione tra i genitori nella cura del minore, sebbene astrattamente ammissibile; l’introduzione di simile soluzione è stata invece affidata all’autorità giurisdizionale alla quale è rimasto l’onere di coniugare l’interesse del minore con la necessità di garantire al genitore una partecipazione effettiva alla vita del figlio.

Comune ad entrambi i sistemi è la mancanza di una “politica” familiare idonea a tradurre le esigenze dei componenti della famiglia in strumenti concreti di tutela, soprattutto a favore del minore e del suo diritto, riconosciuto a livello sovranazionale, a mantenere i rapporti con entrambi i genitori[33].

Il bilanciamento degli interessi è dunque affidato alla discrezionalità del Giudice e ad una severa analisi delle circostanze del caso concreto tale da garantire l’inderogabilità della tutela del child welfare attraverso scelte tailor-made, orientate, quando possibile, alla conservazione della genitorialità come fattore accelerante una trasformazione sociale non ancora completamente compiuta.

[1] In argomento, v. H. Stalford, K. Hollingsworth, S. Gilmore, Rewriting children’s rights judgement. From academic vision to new practice, Oxford, 2017; G. Douglas, M. Murch, V. Stephens, International and national perspectives on child and family law: essays in honour of Nigel Lowe, Cambridge, 2018.

[2] Ex multis, A. Moro, Manuale di diritto minorile, Bologna, 2019; L. Lenti, M. Mantovani, Il nuovo diritto della filiazione, Milano, 2019; G. Autorino, Manuale di diritto di famiglia, 3ª ed., Torino, 2016.

[3] M. Sesta, A. Arceri, La responsabilità genitoriale e l’affidamento dei figli, Milano, 2016.

[4] In tal senso M. Antokolskaia, Child maintenance in shared residence arrangement from a comparative perspective: care instead of money, in H. Fulchiron, Les solidarietes entre generation, Bruxelles, 2013, p. 300 ss.

[5] La suddivisione paritaria del tempo di permanenza presso ciascun genitore potrebbe avere l’effetto di ridurre fino ad annullare il contributo al mantenimento, provvedendo i genitori a sostenere direttamente i costi per l’accudimento del minore.

[6] L. 8 febbraio 2006, n. 54.

[7] L. 10 dicembre 2012, n. 219. Cfr. A. Figone, La riforma della filiazione e della responsabilità genitoriale: testo aggiornato al D. lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, Torino, 2014.

[8] Disegno di legge n. 735, d’iniziativa dei senatori Pillon, Ostellari, Candura, Emanuele Pellegrini, Piarulli, D’angelo, Evangelista, Giarrusso e Riccardi, comunicato alla Presidenza il 1° agosto 2018 e intitolato «Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità».

[9] In argomento, si veda T. Auletta, Prospettive di riforma dell’affidamento condiviso, in- questa Rivista, 2018, 581 ss.

[10] Cass., 15 febbraio 2017 n. 4060.

[11] Trib. Rieti, 11 ottobre 2018 n. 489; Trib. Firenze, 2 novembre 2018, n. 2945; App. Lecce, 5 ottobre 2018, n. 1696. Pure favorevole all’affidamento condiviso paritario era stato Trib. Lecce 16 maggio 2017, n. 2000, che ratificava l’accordo intervenuto tra le parti sulla suddivisione della settimana nella collocazione del figlio.

[12] Trib. Catanzaro, 28 febbraio 2019, n. 443; nella stessa direzione anche Trib. Roma, 26 marzo 2019, n. 6447.

[13] Secondo Cass., 13 febbraio 2020, n. 3652: «La regolamentazione dei rapporti tra genitori non conviventi e figli minori non può avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con ambo i genitori ma deve essere il risultato di una valutazione ponderata del giudice del merito che, partendo dall’esigenza di garantire al minore la situazione più confacente al suo benessere ed alla sua crescita armoniosa e serena, tenga anche conto del suo diritto ad una significativa e piena relazione con entrambi i genitori nonché del diritto di questi ultimi ad una piena realizzazione della loro relazione con i figli e all’esplicazione del loro ruolo educativo».

[14] Cass., 10 dicembre 2018, n. 31902; conforme Cass., 23 settembre 2015, n. 18817.

[15] Children and Families Act 2014.

[16] S. Gilmore, Shared residence: a summary of the Court’ giudance, in Family Law, 2010, p. 285 ss.; S. Katz, J. Eekelaar M. Maclean, Cross currents: Family Law and policy in the US and England, Oxford, 2000.

[17] Children Act 1989, reperibile in <https://www.legislation.gov.uk/ukpga/1989/41/contents>.

[18] Si veda Riley v. Riley [1986] 2 FLR 429.

[19] Cfr. N. Lowe, R. White, A.P. Carr, The Children Act in practise, Oxford, 2002.

[20] Anche i lavori preparatori della legge davano atto della possibilità che il minore potesse vivere in due case, pur essendo la scelta di un unico domicilio quella più frequente. Cfr. P. Harris, R. George, Parental responsibility and shared residence orders: Parliamentary intention and Judicial interpretations, in Child and Family Law Quaterly, 22, 2, 2010, p. 151 ss.

[21] Re H (A minor) (Shared residence) [1994] 1 FLR 717.

[22] A v A (Children: shared residence order) [1994] 1 FLR 669.

[23] D v D (Shared Residence Order) [2001] 503 1 FLR nella quale si legge «I am not certain that one does have to demonstrate a positive benefit to make a shared residence order. One does have to demonstrate that a shared residence order is in the interest of a child in the accordance with the requirements of s 1 of the Children Act 1989»; Re F (Shared Residence Order) [2003] EWCA Civ 592. In Re A (Children (Shared Residence) [2001] EWCA Civ 1795 l’istanza per l’adozione di un residence order è stata respinta in ragione della ostilità del minore al genitore.

[24] Re C (A child) (Shared Residence Order) [2006] EWCA Civ 235.

[25] F v L (Permission to relocate: appeal) [2017] EWHC 1377.

[26] Re W [2009] EWCA Civ 370 nella quale la deliberata emarginazione del genitore non collocatario ha imposto la shared residence per ristabilire un rapporto equilibrato tra genitore e figlio.

[27] Re AR [2010] EWHC 1346.

[28] R. Russo, M. Sturiale, L’affidamento dei minori nella prospettiva europea, Milano, 2013.

[29] R. Collier, Men, gender and father’s rights “after legal equality”: new formation of rights and responsibilities in family justice, in R. Leckey, After legal equality: family, sex, kinship, London, 2014, p. 59 ss.

[30] A. Newnham, Law’s gendered understandings of parents’ responsibilities in relation to shared residence, in J. Bridgeman, H. Keating C. Lind, Regulating Families responsibilities, Farnham, 2013, p. 137 ss.; A. Newnham, M. Harding, Sharing as caring? Contact and residence disputes between parents, in Child and Family Law Quarterly, 28, 2, 2016, p. 175 ss.

[31] S. Gilmore, Contact/shared residence and child well-being: research evidence and its implications for legal decision making, in International Journal of Law, Policy and Family, 20, 2006, p. 344 ss.; contra T. Bjarnason, A. Arnarsson, Joint Physical custody and communication with parents: a cross-national study of children in 36 western countries, in Journal of Comparative Family Studies, 42, 6, 2011, p. 871 ss.; J. Cashmore, P. Parkinson, Children’s and parents’ perceptions on children’s participation in decision making after parental separation and divorce, in Family Court Review, 46, 1, 2008, p. 91 ss.

[32] T. Haux, R. Cain, S. Mckay, Shared Care after separation in the United Kingdom: limited data, limited practise?, in Family Court Review, 55, 4, 2017, p. 572 ss.

[33] Per tutti si ricorda l’art. 8 della Convenzione ONU 1989. In argomento, si veda P. Parkinson, Family Law and the indissolubility of parenthood, Cambridge, 2011.

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