Fonti sovranazionali e professione forense

Di MARIA GIOVANNA RUO -

Sommario: 1. Le sfide alla professione forense: nuove frontiere di protezione dei diritti fondamentali – 2. Alcuni esempi concreti: migranti e responsabilità genitoriale… – 3. Segue. …minori stranieri non accompagnati… – 4. Segue. … il tema ordinamentale e processuale e il cd. “arsenale giuridico adeguato”. – 5. Il ruolo crescente dei diritti fondamentali nelle aule giudiziarie all’interno del contenzioso civile. – 6. La scarsa diffusione della conoscenza della giurisprudenza della Corte EDU nella classe forense e nel sistema giudiziario italiano. – 7. Possibili strumenti di diffusione della giurisprudenza della Corte EDU.

 

 

  1. Le sfide alla professione forense: nuove frontiere di protezione dei diritti fondamentali.

Chi esercita la professione forense nell’area persone, relazioni familiari e minorenni, è consapevole che negli ultimi decenni i cambiamenti nella domanda di giustizia sono stati epocali e anche non coerenti – se non antinomici – con la filosofia e il piano valoriale giuridico e socio-antropologico che aveva ispirato legislatore codicistico e successive riforme.

Si è passati dalla concezione diffusa della legittimità di un unico modello familiare, destinato a durare per tutta la vita, alla legittimazione sociale di una pluralità di modelli che si succedono anche nell’arco dell’esistenza della persona, libera di scegliere come, con chi, per quanto tempo accompagnarsi costruendo una “famiglia” che non è più solo quella coniugale tra uomo e donna consacrata dall’art. 29 Cost.

Il focus si è progressivamente spostato dai diritti patrimoniali a quelli personali ai quali pure, in coerenza con il principio di autodeterminazione, viene applicata una logica negoziale: il che ha comportato e sta comportando il proliferare di modelli relazionali e conseguente nuova domanda di giustizia che – in caso di successiva crisi – non trova sempre risposta in un ordinamento che fatica a “tenere il passo”.

Da una parte, la forte sottolineatura del concetto di libertà personale e della dimensione negoziale – quasi contrattualistica – della scelta del modello familiare, in cui la volontà dei singoli è divenuta predominante; dall’altra, quasi in contrappunto, si è proporzionalmente accresciuta l’esigenza di tutela dei soggetti vulnerabili, i cui diritti fondamentali potrebbero risultare compressi e vanificati.

Da qui per lo Stato obblighi negativi di non ingerirsi nella vita privata delle persone tutelando la loro libertà di scelta in modo non discriminatorio; obblighi positivi di intervenire a tutela delle persone fragili nelle relazioni sociali e familiari i cui diritti risulterebbero altrimenti compromessi.

L’asse portante di un sistema nuovo – e ancora in fieri – si è quindi spostato all’interno delle relazioni familiari sui diritti fondamentali per spinta del diritto pattizio e, in modo strutturalmente fondante, in particolare della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nonché della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea; per il settore minorile, della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo (poi detta CRC), di cui quest’anno si celebrano i trent’anni e che fu ratificata nel nostro ordinamento con l. n. 176/1991.

Il processo, ancora in divenire, ha fornito talvolta soluzioni alla nuova domanda di giustizia, ma non è lineare e si compie “a placche”: in qualche caso su spinta evidente di condanne all’Italia da parte della Corte di Strasburgo e successivo intervento legislativo; altre volte sulla base dei principi costituzionali e CEDU cui si ispirano i provvedimenti delle Corti superiori e, in alcuni casi, anche quelli di merito.

Ciò comporta l’anomalia di un “sistema non più sistematico”, nel quale norme codicistiche e della legislazione speciale stentano a trovare una loro armonica collocazione nel sistema multilivello delle fonti; tale disarmonia è tema costante – insieme al mutamento sociologico della domanda di giustizia – per chi esercita in questo ramo del diritto.

  1. Alcuni esempi concreti: migranti e responsabilità genitoriale…

Esempi significativi nel fenomeno migratorio: molti gli aspetti da considerare. Vi è talvolta anche antinomia di sistemi familiari e valoriali connessi da risolvere sul piano dei diritti fondamentali: ne è esempio – oltre alla poligamia – il tema della responsabilità genitoriale e delle connesse modalità di esercizio, certamente influenzate dalla cultura di origine. Vi sono pratiche inconciliabili con i diritti fondamentali (escissione, infibulazione, matrimoni precoci e combinati) ma vi sono anche modalità educative dalle quali lo sviluppo della pedagogia occidentale si è ormai allontanata, ma che costituiscono espressione di altre culture dove sono ritenute legittime e ampiamente praticate (mi riferisco ad es. a modeste punizioni fisiche). In questi ultimi casi la tutela dei figli minori dal pregiudizio deve tenere conto di due diversi aspetti: condotte educative incongrue in base alla nostra cultura versus necessità di conservare la relazione genitori-figli e l’identità culturale ed etnica di questi ultimi. Il criterio è sempre the best interest of the child che deve prevalere nell’equo bilanciamento degli interessi in gioco e che consiste nella tutela delle migliori condizioni di sviluppo psico-fisico di ogni persona di età minore, nella sua concretezza. E quindi di volta in volta dovrà essere soppesato se, per quel minore, per la sua storia e sensibilità, debba prevalere una soluzione o l’altra.

  1. Segue. …minori stranieri non accompagnati…

Per i Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) la l. n. 47/2017 ha individuato come strumento di tutela la nomina di tutori che se ne debbono prendere cura accompagnandoli nel processo di integrazione e crescita. La società civile ha risposto con entusiasmo alla sfida e il numero di persone che si sono rese disponibili e che sono state preparate per il compito è di tutto rispetto. Tuttavia queste persone si trovano poi ad operare con strumenti giuridici incoerenti e disarmonici: da una parte la normativa codicistica sui tutori, incentrata su tematiche patrimoniali, sideralmente distante dalla situazione esistenziale di MSNA totalmente privi di patrimonio; dall’altra la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo che, nello stabilire contenuto e perimetro della responsabilità genitoriale, ne prevede espressamente l’esercizio da parte dei tutori, figure vicarie dei genitori quando questi manchino o siano impediti. Nel concreto, accade che le norme codicistiche per lo più non siano applicabili; strumento di tutela sono quindi le indicazioni precettive della CRC, che però spesso non sono effettive. Per fare un esempio: cosa può voler dire guidare il minore nell’esercizio della sua libertà di opinione e nelle scelte religiose, se il tutore non ha reale conoscenza della cultura di provenienza e della storia della persona di età minore di cui deve prendersi cura e a cui la nostra Carta costituzionale assicura il libero godimento dei diritti fondamentali (art. 2 Cost.) prevedendo che eventuali ostacoli debbano essere rimossi (art. 3 Cost.)? Snodo diventa la figura del mediatore culturale, pure astrattamente previsto nella normativa, ma di fatto spesso non operativo nel caso concreto.

Lo stesso si verifica per il diritto all’ascolto della persona di età minore nelle questioni che debbono essere decise nel suo interesse. Tale diritto ha la sua fonte nel diritto pattizio (art. 12 CRC e poi anche CDFUE, art. 24 e art. 6, Convenzione di Strasburgo per l’esercizio dei diritti dei minori del 25 gennaio 1996, rat. con l. n. 77/2003). Definito dal Comitato ONU come assoluto, con efficacia erga omnes, tale diritto non è assicurato al minore per la sua vulnerabilità, ma piuttosto per la necessaria tutela del suo miglior sviluppo (così il Comitato ONU nel suo Commento n. 12) da inserirsi nel quadro degli artt. 2, 3, 30, 31 e 32 Cost. Costituisce anche presupposto per la circolazione dei provvedimenti che riguardano la persona d’età minore all’interno dell’Unione europea (cfr. art. 21 e 39 Reg. 2019/1111/UE).

Tuttavia il diritto all’ascolto non viene effettivamente esercitato se non vi è adeguata preparazione in chi deve ascoltare (e poi decidere nell’interesse del minore). In questa posizione di inadeguatezza si trova spesso il tutore che ha tra i compiti quello di fare presente a chi deciderà l’opinione della persona di età minore straniera che giunge nel nostro territorio, spesso dopo mesi in cui ha subito trattamenti disumani e degradanti, provenendo da un Paese terzo del quale chi ascolta ignora lingua, storia, cultura, religione, costumi, visione della vita e quindi difetta di strumenti di effettiva decodifica di quanto “sente” dal minore stesso, ma che non è in grado di comprendere. Il diritto all’ascolto, connesso strettamente con il diritto delle persone di età minore di partecipare a ogni processo decisionale che le riguardi, rischia di divenire un diritto non effettivo, con la conseguenza di non assicurare la decisione in the best interest of the child e, quindi, di tradirne senso e funzione di assicurarne il miglior sviluppo psico-fisico. Il prezzo è non solo (e ciò sarebbe più che sufficiente) lo svuotamento del sistema di tutela dei diritti fondamentali di queste persone vulnerabili, ma anche altro nella prospettiva di “sicurezza dello Stato” perché da scelte educative e di accoglienza sbagliate deriva marginalizzazione dalla quale può discendere radicalizzazione ideologica.

Né vi è effettivo strumento rimediale: non vi è infatti possibilità concreta per una persona di età minore di accedere alla giustizia per la tutela dei propri diritti. La Convenzione di Strasburgo sull’esercizio dei diritti dei minori e la normativa codicistica prevedono la nomina di un rappresentante al minorenne quando i suoi rappresentanti legali (genitore o tutore) si trovino in conflitto di interessi con lui: è previsto che l’incapace possa rivolgersi al Pubblico Ministero perché questi richieda al giudice la nomina di un curatore speciale; oppure è il giudice dell’azione in corso, quando rilevi il conflitto di interessi, che nomina d’ufficio il curatore speciale («se del caso, un avvocato», come recita l’art. 5 lett. B della citata Convenzione di Strasburgo). Ma non sfugge che la possibilità di rivolgersi a un Pubblico Ministero per un minorenne (tanto più se migrante e non accompagnato; ma anche per tutti gli altri) è solo una previsione astratta. E così l’inesistenza di uno strumento effettivo di accesso alla giustizia per i minorenni (ma non dissimile è il tema per gli anziani e i disabili: insomma per categorie particolarmente vulnerabili) diventa giustizia negata.

  1. Segue. … il tema ordinamentale e processuale e il cd. “arsenale giuridico adeguato”.

Il frazionamento di competenze tra giudici che si occupano di persona, relazioni familiari e minorenni (spartite in modo peraltro illogico e confuso tra giudice specializzato minorile e giudice ordinario, monocratico o collegiale) comporta accavallamento di procedimenti, irragionevole durata del processo, possibile contraddittorietà di provvedimenti. A questo si accompagna la polverizzazione dei riti – che in materia sono una miriade e le cui differenze rendono talvolta inammissibile la riunione di procedimenti, nonostante le domande possano essere sovrapponibili o cumulabili – e l’inesistenza di normativa in materia di esecuzione dei provvedimenti sulle relazioni.

Eppure secondo la Corte EDU al rispetto dell’art. 8 della Convenzione è consustanziale quello dell’art. 6: il processo di famiglia must be fair.

Il nostro Paese ha ricevuto più di una condanna per non avere un arsenale giuridico adeguato in materia, avendo affaticato le parti in procedimenti tra un giudice e l’altro, durati anni, senza che la relazione figli-genitori fosse effettivamente garantita (Improta c. Italia, 4 maggio 2017; Endrizzi c. Italia, 23 marzo 2017; Ciancimino c. Italia, 28 aprile 2016; Strumia c. Italia, 23 giugno 2016; Bondavalli c. Italia, 17 novembre 2015; Nicolò Santilli c. Italia, 17 dicembre 2013; Lombardo c. Italia, 29 gennaio 2013; Piazzi c. Italia, 2 novembre 2010).

La materia processuale diviene nodale per la tutela dei diritti fondamentali, perché la dispersione della tutela in procedimenti diversi dinanzi a giudici appartenenti a diversi uffici giudiziari diversamente formati, si trasforma – per tempi, costi, possibile contraddizione tra provvedimenti – in giustizia negata in tema di diritti fondamentali per i soggetti vulnerabili.

  1. Il ruolo crescente dei diritti fondamentali nelle aule giudiziarie all’interno del contenzioso civile.

La famiglia come “comunità di affetti”, piuttosto che come luogo di consacrazione giuridica dei legami di sangue, ha ricevuto importante impulso dalla giurisprudenza della Corte EDU, sintonicamente al diffondersi di nuovi modelli familiari, con l’apertura a forme di genitorialità prima ignote nell’ambito giuridico o considerate estranee all’ordinamento e dallo stesso ostacolate o espunte. Mi riferisco alla modifica dello stesso concetto di ordine pubblico internazionale, operata dalla Cassazione nella sentenza n. 19599/2016 (che ha ritenuto trascrivibile l’atto di nascita legittimamente formato all’estero di un bambino nato dal progetto di cogenitorialità di due donne – di cui una gestante e l’altra donatrice di ovociti – essendo avvenuto il concepimento con PMA eterologa) e alle diverse pronunce prima di merito e poi di legittimità che hanno dato ingresso all’omogenitorialità nell’ordinamento con richiamo espresso alla giurisprudenza della Corte EDU.

Talvolta la condanna della Corte di Strasburgo all’Italia è stata spinta essenziale per riforme che hanno costituito una svolta nel processo di ampliamento e legittimazione dei modelli familiari. La legge sulle unioni civili (l. n. 76/2016: cd. legge Cirinnà) ha avuto impulso significativo nella sentenza Oliari e altri c. Italia, 21 luglio 2015, dopo anni che si fronteggiavano in una “guerra di logoramento” su trincee contrapposte due scuole di pensiero apparentemente inconciliabili, e ha dato impulso alla soluzione legislativa nella prospettiva della tutela dei diritti fondamentali già indicata dalle nostre Corti superiori. Dalla condanna dell’Italia da parte della Corte EDU ha origine la cd. legge sulla continuità affettiva (l. n. 173/2015) di modifica della l. n. 184/1983: nella sentenza Moretti e Benedetti c. Italia, 27 aprile 2010, l’Italia fu condannata per non aver considerato la domanda di adozione da parte della famiglia che aveva accolto in affidamento una bambina poi dichiarata adottabile e adottata da diversi genitori adottivi. La legge ha quindi riconosciuto che la persona di età minore già collocata in affidamento, sia che torni in famiglia, sia che venga dichiarata adottabile, ha diritto a conservare la relazione nel suo interesse con gli ex affidatari mantenendo con loro un legame.

Anche il passaggio nelle azioni sullo status personale dalla prevalenza del favor veritatis alla preminenza del favor minoris o filii è debitore della giurisprudenza della Corte EDU, che ha ampliato da una parte il concetto di famiglia ricomprendendovi legami affettivi. Esempio ne è la sentenza n. 272/2017 della Corte costituzionale. Nell’azione di impugnazione per difetto di veridicità nella decisione deve prevalere l’interesse del figlio alla relazione –se positiva per lui – con il genitore anche se non biologico, fermo il disfavore dell’ordinamento per la pratica di maternità surrogata di cui si dirà infra.

Precedentemente la Consulta, con sentenza n. 225/2016, aveva riconosciuto – sempre con riferimento alla giurisprudenza della Corte EDU e al diritto pattizio – che nel nostro ordinamento già è presente negli artt. 330 ss. c.c. lo strumento di tutela contro i comportamenti del genitore biologico e giuridico che impedisce la relazione del minorenne con il genitore sociale. Purtroppo però si è verificato che un padre – biologico ma non ancora giuridico perché era in atto il procedimento di disconoscimento da parte di colui che era marito della madre al momento della nascita del minore, e certamente sociale per aver convissuto anni con la figlia prima della crisi di coppia con la di lei genitrice – si è visto rifiutare la tutela dal Pubblico Ministero cui aveva richiesto di ricorrere avverso il comportamento pregiudizievole della madre della minore che lo aveva escluso dalla vita della figlia. Il Pubblico Ministero ha ritenuto di archiviare immediatamente l’istanza, senza ricorrere al T.M. e senza alcuna istruttoria.

È il diritto pattizio che ha dato nuova linfa a un istituto arcaico nell’impostazione anche lessicale, ma di rinnovato interesse giuridico e altissimo profilo sociale: l’art. 25 R.D. n. 1404/1934 che riguarda i minorenni «irregolari per condotta e carattere», offrendo ai genitori una soluzione percorribile nei casi in cui i figli – per lo più adolescenti – si drogano, spesso sono autori di (piccoli e meno piccoli) furti di denaro nei confronti dei genitori per approvvigionarsi di sostanze stupefacenti, altre volte sono anche violenti nei loro confronti e si rendono autori di danneggiamenti vari a casa e fuori. Il ricorso a questo procedimento – con evidente natura e finalità rieducativa – non lacera le famiglie, non contrappone genitori denuncianti a figli denunciati sospingendo questi ulteriormente verso una devianza ancor più oppositiva, ma rende possibile un intervento coordinato tra giudice, genitori, servizi sociali nell’interesse del minore per recuperare le sue migliori condizioni di sviluppo psico-fisico. Certo è necessario che l’intervento sia celere e l’Italia è anche stata condannata (V.C. c. Italia, sent. 1° febbraio 2018) per non aver saputo mettere in campo con veloce efficacia i dovuti strumenti di tutela, abbandonando a se stessa un’adolescente priva dei necessari interventi di supporto che l’hanno lasciata scivolare in ambienti sempre più violenti e trasgressivi, fino a che è stata vittima di stupro di gruppo. Nella sentenza della Corte EDU si sottolinea ancora una volta nei confronti del nostro Paese come gli interventi a tutela dei minori debbano essere celeri e tempestivi, effettivi e non astratti.

Rilevante nella dimensione di rinnovamento la lettura degli artt. 330 ss. c.c. inaugurata dal Tribunale di Reggio Calabria con riferimento ai minorenni di famiglie di “ndrangheta”, così strutturalmente condizionati dalla cultura familiare da non essere “liberi di scegliere” la loro strada al di fuori della devianza. Con coraggiosi provvedimenti (ad es. decr. 8 marzo 2016; decr. 11 settembre 2018) nell’interesse del minore e con riferimento espresso alla CRC, sono stati previsti percorsi di rieducazione e di riscatto che stanno liberando ragazzi dal condizionamento culturale di stampo mafioso e stanno erodendo l’omertà delle famiglie. Madri si recano ora spontaneamente al T.M. cercando sostegno per liberare i propri figli dal tunnel della devianza e dalle sue conseguenze, stanche della scia di sangue e carcere nelle loro famiglie, desiderose per i loro figli di un diverso progetto di vita e del riscatto sociale.

Il tema dell’interesse del minore, che nell’equo contemperamento degli interessi in gioco deve prevalere, è centrale nel dibattito sulla maternità surrogata e comporta differenziazione nella tutela del minore – ritenuta necessaria nel suo interesse – e in quella dei genitori intenzionali, non dovuta. Così nelle sentenze Menesson c. Francia e Labassee c. Francia del 26 giugno 2014. La sentenza della Grande Camera, Paradiso e Campanelli c. Italia, in data 24 gennaio 2017 (che ha riformato la prima di condanna del nostro Paese del 27 gennaio 2015) ha ritenuto che nell’allontanamento definitivo del bambino dai genitori intenzionali non sia stato violato l’art. 8 della Convenzione EDU nei loro confronti ma non ha pronunciato nei confronti del minore. Indirizzo successivamente confermato dal primo parere della Grande Camera in data 9 aprile 2019, reso ai sensi del Protocollo n. 16, che trova corrispondenza nella sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 12193 dell’8 maggio 2019: la relazione del bambino con i genitori intenzionali è meritevole di tutela nel suo interesse ai sensi dell’art. 8 CEDU e può essere attuata mediante l’istituto dell’adozione ma l’atto di nascita non può essere trascritto in Italia.

  1. La scarsa diffusione della conoscenza della giurisprudenza della Corte EDU nella classe forense e nel sistema giudiziario italiano.

 

È evidente, nel panorama che precede, la necessità di una significativa diffusione della conoscenza della giurisprudenza della Corte di Strasburgo nel ceto forense e degli operatori dell’area persona, relazioni familiari, minorenni, che si caratterizza anche per l’apporto di saperi diversi. Difatti il criterio determinante del best interest che informa le decisioni che debbono essere assunte per la tutela dei soggetti vulnerabili nelle relazioni personali e sociali, si misura sui diritti fondamentali, sulla loro effettività, sulla efficacia del sistema di tutela sia sul piano interpretativo sia su quello dell’eventuale possibilità di colmare le lacune normative.

La vasta giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sviluppatasi nell’ultimo decennio nell’area, ha anticipato spesso la domanda di giustizia e, comunque, ha indicato ed indica possibili soluzioni interpretative là dove la normativa interna presenti lacune, contraddizioni, incongruenze, sia sul piano sostanziale sia sul piano processuale (aspetto che nel settore, come si è visto, assume una rilevanza sempre più centrale).

Tale giurisprudenza non è però di semplice conoscibilità da parte dell’avvocatura e degli operatori del settore. Le sentenze di Strasburgo sono notoriamente lunghe, articolate, in lingua straniera (le traduzioni italiane di alcuni provvedimenti non sono sempre fedelissime). L’estrapolazione del principio, necessario per l’applicazione in via analogica a casi affini, non certo agevole.

La Corte EDU infatti – come è noto – non elabora princìpi generali e astratti ma esamina dettagliatamente la fattispecie concreta; verifica se le decisioni assunte o i comportamenti degli organi statuali sono conformi al diritto interno e convenzionale, riconoscendo loro un margine di apprezzamento; considera se nei provvedimenti e nei comportamenti delle Autorità nazionali in quel caso sia stato assicurato l’equo bilanciamento degli interessi così come deve essere in ogni Stato democratico; verifica, quindi, se vi sia stata violazione dei principi posti dalla Convenzione di Roma, individuando nell’equo bilanciamento degli interessi in gioco in ogni specifica fattispecie se vi sia stata violazione dell’art. 8, talvolta anche in combinato disposto con gli artt. 6 (diritto all’equo processo), 13 (diritto al ricorso effettivo) e 14 (divieto di discriminazione) CEDU.

È conseguentemente l’interprete che deve, con una paziente indagine comparativa di più casi apparentemente uguali o simili, ricondurre a sistema le diverse pronunce. Sono anche presenti contraddizioni interne e, comunque, la stessa giurisprudenza della Corte EDU sta effettuando un percorso evolutivo nell’individuazione di nuovi equilibri tra interessi contrapposti che il rapido modificarsi delle relazioni personali e familiari della società contemporanea e delle frontiere della scienza pone con crescente problematicità (mi riferisco anche a inizio e fine vita).

Il ceto forense è affaticato dal quotidiano: dai termini perentori, dalle imprevedibili urgenze di studio, dalle udienze, dalle lunghe ed estenuanti attese derivate dalla disorganizzazione giudiziaria, dall’insistenza degli assistiti, dalla loro soggettiva percezione dell’urgenza e richiesta di intervento, dalla frequente impossibilità di programmare il proprio tempo anche per indispensabili studio e approfondimento.

  1. Possibili strumenti di diffusione della giurisprudenza della Corte EDU.

 

Da quanto sopra consegue che, dopo quasi tre anni dalla pronuncia delle sentenze gemelle nn. 348 e 349/2007 della Corte Costituzionale, che consacrarono la giurisprudenza della Corte EDU quale fonte interposta dell’ordinamento e parametro di costituzionalità, soltanto un ristretto gruppo di cultori appassionati sembra conoscerla e citarla. Purtroppo la specializzazione in ambito forense è ferma per le note vicende del Regolamento sulle specializzazioni forensi (che, annullato in alcune previsioni dal Consiglio di Stato, non è entrato in vigore ed è in corso di riformulazione). Tale specializzazione dovrebbe prevedere l’approfondimento anche della giurisprudenza della Corte EDU per fornire agli operatori del settore quegli strumenti indispensabili per il superamento di lacune, contraddizioni interne, vuoti di tutela.

Non vi è piena diffusa consapevolezza del rilievo del diritto pattizio e della giurisprudenza della Corte EDU nella gerarchia delle fonti; nella pratica troppo spesso viene ancora considerato quasi come corpus staccato, cui non si fa ricorso per la ricerca di soluzioni nel caso concreto, soprattutto dinanzi alle Corti di merito. In questo senso un effettivo sostegno può essere offerto dalle associazioni specialistiche forensi che offrono approfondimenti a beneficio dei soci e della comunità di operatori del settore stimolando la formazione personale sul tema dei diritti fondamentali e il cui patrimonio di esperienza e informazioni può essere messo al servizio della comunità.

Anche nei provvedimenti di merito i richiami alla giurisprudenza della Corte EDU e persino al diritto convenzionale non sono molto diffusi; nel settore sono d’altronde scarsi anche i richiami giurisprudenziali interni e, purtroppo, il corredo giuridico delle motivazioni nelle quali prevalgono in modo preponderante gli elementi in fatto, con mera citazione delle norme interne: l’inquadramento della fattispecie nel diritto convenzionale è rara avis. Tra l’altro ciò ha come conseguenza l’automarginalizzazione culturale del settore, spesso squalificato anche perché appare povero sul piano giuridico. E ciò nonostante l’indicazione costante delle Corti superiori che continuamente, invece, richiamano diritto pattizio, giurisprudenza della Corte EDU e la loro sovraordinazione alle fonti interne nel quadro costituzionale.

Vi è comunque un manipolo di cultori coraggiosi che cerca di rompere le prassi pigre delle interpretazioni e motivazioni stereotipe, delle soluzioni scontate, sia sul piano sostanziale sia sul piano processuale. Se vi sono state interpretazioni adeguatrici di tante ricordate pronunce (e molte altre ce ne sono che non si è potuto richiamare) è perché qualche avvocato colto e sensibile ha intuito che poteva esserci un modo diverso e ulteriore di inquadrare la fattispecie e c’è stato un giudice colto e sensibile che ha raccolto la sfida dando risposta alla nuova domanda di giustizia nella ricca articolazione del sistema complesso multilivello delle fonti.

Un tentativo di dare impulso al processo di conoscenza della giurisprudenza della Corte EDU è il Portale “CEDUinCAMMINO”, realizzato con il finanziamento di Cassa forense ai sensi del bando n. 13/2017, in cui gli operatori potranno trovare estrapolati i principi di oltre trecentotrenta sentenze, dal 2010 al 2019, in materia di persone, relazioni familiari e minori, categorizzate e facilmente rintracciabili: <www.ceduincammino.it>.

[1] Avvocato del Foro di Roma, Presidente nazionale di “Cammino – Camera Nazionale Avvocati per la persona, le relazioni familiari e i minorenni”, ideatrice e responsabile del progetto del Portale “CEDUinCAMMINO”.

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Vedi anche http://www.rivistafamilia.it/2020/03/10/soggetti-vulnerabili-diritti-fondamentali-lesigenza-un-portale-della-giurisprudenza-cedu/

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