Le nuove prospettive del diritto di famiglia tra post-modernità e neoconservatorismo

Di MASSIMO PALAZZO -

 

  1. “La famiglia ha una sua sfera di ordinamento autonomo nei confronti dello Stato, il quale, quando interviene, si trova di fronte ad una realtà che non può menomare né mutare.” Con queste parole, pronunciate durante i lavori dell’Assemblea Costituente (seduta del 6 novembre 1946), Aldo Moro reagiva alle pretese del vecchio assolutismo giuridico di dettare alla famiglia una disciplina eteronoma anche nelle vicende socialmente avvertite come le più intime e personali.
  2. Oggi il matrimonio e la sua cessazione costituiscono un “affare privato” ed i coniugi dovrebbero essere liberi di gestire attraverso strumenti negoziali i propri diritti patrimoniali conseguenti allo scioglimento del vincolo. Verso la degiurisdizionalizzazione e la privatizzazione volgono le recenti riforme legislative che hanno modificato sia gli enunciati positivi sia i principi di fondo del sistema dei rapporti familiari, in attuazione dell’art. 29 Cost. che, attraverso il riferimento alla famiglia come “società naturale”, segna un limite alla stessa potestà normativa dello Stato e, a maggior ragione, a quella giurisdizionale.

III.    La legge sulla parificazione di tutti i figli (l. n. 219/2012) ed il successivo decreto di attuazione (d. lgs n. 154/2013) rappresentano una riforma profonda e comparabile alla generale riscrittura di questa parte del libro primo del codice civile (l. n. 151/1975), dopo l’epocale mutamento della cultura giuridica italiana intervenuto a seguito della introduzione del divorzio (l. n. 898/1970)[1].

La riforma del 2012 e 2013 ha, infatti, radicalmente modificato la nozione legale di famiglia, che ora non risulta necessariamente fondata sul matrimonio, dal momento che i vincoli giuridici di parentela prescindono da esso (cfr. i nuovi artt. 74, 258 e 315 c.c.)[2].

La legge n. 162/2014 ha introdotto un criterio di self restraint giurisdizionale e ha considerevolmente rafforzato il ruolo dell’autonomia privata nella crisi coniugale, prevedendo due procedure stragiudiziali di separazione, divorzio e mutamento dei rapporti tra separati e divorziati, che tengono luogo dei corrispondenti provvedimenti giudiziali[3]. I nuovi contratti di separazione e divorzio rappresentano, dunque, una svolta culturale importante: l’accordo tra i coniugi è oggi completamente svincolato, almeno nel caso di procedura davanti al Sindaco, dalla competenza fino ad oggi esclusiva del giudice. Nelle procedure di negoziazione assistita da avvocati residua un “nulla osta” o un’autorizzazione volta ad accertare la mera regolarità formale da parte del Pubblico Ministero.

Giova, inoltre, ricordare che la legge 6 maggio 2015 n. 55 ha ridotto a sei mesi (in caso di separazione consensuale) o un anno (in ipotesi di separazione giudiziale) il periodo di separazione che deve decorrere dalla comparizione davanti al Presidente del Tribunale per la proposizione della domanda di divorzio.

IV     In questo mutato quadro la legge n. 76/2016 sulle unioni civili ed i contratti di convivenza ha riconosciuto, anche sul versante legislativo, una pluralità di modelli familiari, tutti giuridicamente plausibili, come da tempo evidenziato da una accorta giurisprudenza e dalla riflessione scientifica attraverso l’evocativa formula dell’arcipelago familiare[4]. In tal modo si è confermata la marginalità di un diritto statuale della famiglia, destinato all’eliminazione, seppure graduale[5].

  1. Risulta chiara la scelta di politica legislativa di consegnare ai coniugi ed ai loro consulenti la gestione della crisi familiare attraverso lo strumento tecnico degli accordi negoziati fuori dal tribunale, ma non è affatto scontato che dottrina e giurisprudenza siano pronte a recepire il mutato assetto valoriale di cui sono espressione le nuove norme legislative.

In particolare suscita qualche perplessità la recente decisione milanese che, sebbene argomentata in modo rigoroso sulla base della natura “tendenzialmente pubblicistica” dell’assegno, ha ritenuto contrastare con l’ordine pubblico interno il patto contenuto in un ricorso congiunto di divorzio avente ad oggetto trasferimenti patrimoniali reciproci a titolo di assegno di divorzio c.d. una tantum (art. 5, comma 8, L. 898/1970)[6].

Parimenti orientata in una logica paternalistica, di sfiducia nei confronti delle parti e dei loro consulenti, appare la decisione del Tar Lazio n. 7813/16 che ha ritenuto di interpretare letteralmente l’art. 12, comma 3, del d.l. 132/2014, escludendo la possibilità per i coniugi senza figli di determinare l’assegno di divorzio nell’accordo davanti al Sindaco[7].

Si tratta, come è evidente, di letture ancora molto legate alla indissolubilità del matrimonio ed a una visone statalistica delle relazioni familiari, nella quale credeva la società civile di passate stagioni per ragioni storiche e dogmatiche, che induce ancora la giurisprudenza a stabilire oltre, e talora contro, la volontà degli ex coniugi regole eteronome, funzionali al prolungamento del rapporto anche dopo la cessazione del vincolo matrimoniale, perpetuando un orientamento maturato in diverso contesto storico – sociale, al tempo della famiglia mono reddito, basata su una netta distinzione dei ruoli di genere. L’auspicabile approvazione di uno dei tanti progetti di legge sugli accordi preventivi in ordine alle conseguenze economiche del divorzio, affluiti da vari settori della società civile[8], – molto frequenti in vari Paesi, sia anglosassoni sia dell’Europa continentale, come Germania, Austria, Svizzera, Francia e Spagna, dove svolgono una proficua funzione di deflazione delle controversie familiari[9] -, potrebbe conferire concreta attuazione al messaggio, altamente affrancatorio, di Aldo Moro sopra richiamato.

La stessa Magistratura, in occasione di una recente audizione parlamentare, ha ben messo in evidenza come da una attenta osservazione della prassi quotidiana emergano non solo le contraddizioni e le incongruenze del processo di divorzio attuale, che prolunga le controversie in tempi inaccettabili, ma altresì la grave iniquità delle regole di diritto vivente di matrice giudiziaria che “per molti versi appaiono superate dalla coscienza sociale e idonee a creare il conflitto piuttosto che a ridurlo”[10].

[1] Come aveva notato L. Mengoni, Nuovi orientamenti sul matrimonio civile, Ius, 1980, p. 106 ss., il processo di privatizzazione dell’istituto matrimoniale in Italia è stato avviato dall’introduzione del divorzio.

[2] M. Sesta, L’unicità dello stato di filiazione e nuovi assetti delle relazioni familiari, in Fam e dir., 2013, p. 235.

[3] M. N. Bugetti, La risoluzione extragiudiziale del conflitto coniugale, Milano, 2015, p. 15 ss..

[4] F. D. Busnelli, La famiglia e l’arcipelago familiare, in Riv. dir. civ., 2002, p. 520.

[5] Secondo A. C. Jemolo, Sul diritto di famiglia, in Scritti in onore di G. Scaduto, I, Padova, 1970, p. 553 ss. (p. 563), un diritto di famiglia statuale costituisce un “elemento eterogeneo” destinato a venire, sia pure lentamente, eliminato.

[6] Trib. Milano, sez. IX civ., decr. 15 – 16 aprile 2015, in Fam e dir., 2016, p. 496, con nota di B. Grazzini.

[7] Tar Lazio, sez. I – ter, sentenza 3 maggio – 7 luglio 2016, n. 7813, in Diritto e Giustizia – Quotidiano di informazione giuridica on line.

[8] Sul tema, tra i molti contributi, cfr. G. Oberto, Contratti prematrimoniali e accordi preventivi sulla crisi coniugale, in Fam. e dir., 2012, p. 99. A conferma del perdurante interesse per il problema si veda la proposta di legge Morani – D’Alessandro n. 2699 del 15 ottobre 2014 (modifiche al codice civile e altre disposizioni in materia di accordi prematrimoniali).

[9] Sul punto cfr. A. Fusaro, Marital Conctracts, Ehevertraege, Convenzioni e accordi prematrimoniali. Linee di una ricerca comparatistica, in NGCC, 2012, II, p. 475 ss..

[10] R. Rosetti, Le nuove prospettive del diritto di famiglia, in La magistratura, organo dell’associazione nazionale magistrati, consultabile on line in <www.associazionemagistrati.it>.

Tag:, ,