La risoluzione del Parlamento europeo sui diritti delle persone intersessuali

Di FEDERICO AZZARRI -

Il 14 febbraio 2019 il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione sui diritti delle persone intersessuali [(2018/2878(RSP)) http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P8-TA-2019-0128+0+DOC+XML+V0//IT].

Il documento è ispirato all’intento di sensibilizzare gli attori comunitari e gli Stati membri verso le istanze di tutela riconducibili a quei soggetti che alla nascita presentano caratteristiche sessuali fisiche non corrispondenti ai canoni medici o sociali del corpo femminile o maschile, manifestando variazioni dello sviluppo sessuale a livello primario (ove interessino gli organi genitali interni ed esterni, nonché la struttura cromosomica e ormonale) e/o a livello secondario (quando riguardino aspetti come la massa muscolare, la distribuzione dei capelli e la statura).

In ordine di tempo, la risoluzione segue, forse non a caso, un recente, importante, intervento del legislatore tedesco, che, in ottemperanza a una decisione del Bundesverfassungsgericht del 10 ottobre 2017, con la legge 18 dicembre 2018 (Gesetz zur Änderung der in das Geburtenregister einzutragenden Angaben) ha modificato la disciplina dello stato civile, prevedendo la facoltà, per le persone intersessuali, di avvalersi di due ulteriori opzioni, rispetto all’alternativa maschile-femminile, onde indicare il proprio sesso nel registro delle nascite, potendo cioè scegliere tra lasciare in bianco il campo relativo al Geschlecht (secondo quanto già era previsto da una regola introdotta nel 2013), oppure (e in ciò sta la novità) compilarlo con l’indicazione “divers”.

Il testo del Parlamento europeo, sulla scia anche di altri documenti delle Nazioni Unite, stigmatizza, anzitutto, il frequente ricorso a trattamenti chirurgici e cure mediche a cui i neonati intersessuali sono sottoposti, anche quando tali azioni non siano necessarie per evitare un pericolo alla salute del bambino, ma siano motivate essenzialmente dall’adeguamento estetico dei caratteri sessuali al sesso ritenuto prevalente. Interventi del genere, evidentemente, avvengono senza il consenso dell’interessato (e talvolta senza nemmeno una piena informazione dei genitori) e si traducono in atti invasivi che possono avere conseguenze fisiche e psicologiche serie destinate a proiettarsi lungo tutta la vita del soggetto, i cui diritti fondamentali subiscono una lesione aggravata, in particolare, da talune circostanze che sono puntualmente rilevate tra i considerando. La prima è che le persone intersessuali spesso scoprono solo casualmente, e dopo molti anni, la loro intersessualità, ignorando altresì di essere state oggetto di interventi chirurgici e trattamenti sanitari; la seconda, poi, è che alcune di queste persone non si identificano comunque col genere assegnato clinicamente, e una simile evenienza pone l’esigenza di restituire a tali soggetti un potere di autodeterminazione giuridica del proprio sesso libero da ogni condizionamento esterno.

Sulla base di queste (e altre) premesse, il Parlamento europeo «condanna fermamente i trattamenti e la chirurgia di normalizzazione sessuale; accoglie con favore le leggi che vietano tali interventi chirurgici, come a Malta e in Portogallo, […] incoraggia gli altri Stati membri ad adottare quanto prima una legislazione analoga [e] sottolinea la necessità di fornire una consulenza e un sostegno adeguati ai minori intersessuali e alle persone intersessuali con disabilità, nonché ai loro genitori o tutori, [onde] informarli pienamente sulle conseguenze dei trattamenti di normalizzazione sessuale».

Sul piano dello stato civile, viene poi messa in luce l’importanza di prevedere, da parte degli Stati membri, procedure flessibili di registrazione delle nascite, e di disciplinare «il riconoscimento giuridico del genere sulla base dell’autodeterminazione»; in quest’ottica, dovrebbero essere agevolate anche le procedure per il mutamento anagrafico di sesso, nonché per il cambio del nome sul certificato di nascita e sui documenti di identità.

Da questo punto di vista, la normativa tedesca sopra ricordata, pur non essendo esente da talune critiche, in particolare per quanto attiene al profilo procedimentale, rappresenta senz’altro un modello ragionevole con cui anche il legislatore italiano potrebbe intanto confrontarsi. Allo stesso modo, pure la normativa francese sul cambio di nome e sul mutamento di sesso (v. i nuovi artt. 60 ss. code civil), interamente fondata sull’autodeterminazione individuale, esprime del pari un interessante esempio in vista di possibili riforme della nostra l. 164/1982, sollecitate anche dei più recenti orientamenti della giurisprudenza costituzionale.

Infine, il provvedimento del Parlamento europeo si chiude con l’esortazione a riconoscere, in tutta l’Unione, tra i motivi illegittimi di discriminazione, anche quello fondato sui caratteri sessuali, invitando al contempo tutte le parti interessate a condurre gli studi sull’intersessualità in una chiave sociologica piuttosto che clinica e, con specifico riferimento alla Commissione, a non sostenere economicamente progetti di ricerca in campo medico «che contribuisc[a]no ulteriormente alla violazione dei diritti umani».

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