L’automatica attribuzione del cognome paterno al vaglio della Consulta

Di MATILDE DE ANGELIS -

Comunicato Corte Costituzionelae 14 gennaio 2021

Con il comunicato stampa del 14 gennaio 2021, la Consulta ha reso noto di aver sollevato dinanzi a se stessa la questione di legittimità costituzionale dell’art. 262, comma 1°, c.c. Quest’ultimo dispone che se il riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio è stato effettuato da entrambi i genitori contemporaneamente, il figlio assume il cognome del padre. Tale automatismo è stato oggetto di numerosi interventi giurisprudenziali.

Il cognome, così come il nome, costituisce elemento identificativo di una persona (art. 2 Cost.) e indica la sua appartenenza ad una famiglia (art. 29 Cost.). La maggiore rilevanza accordata al cognome paterno è il portato di una tradizione romanistica di potestà maritale che, ad oggi, non trova riscontro nel comune sentire sociale. Già la Cassazione con ordinanza n. 13298/2004 aveva evidenziato che non esiste nel nostro ordinamento una disposizione diretta ad attribuire ai figli nati nel matrimonio il cognome paterno. A seguito della riforma della filiazione e dell’unificazione dello status di figlio, si è reso opportuno intervenire per individuare dei correttivi, di matrice giurisprudenziale, alla regola di cui all’art. 262 c.c.

Tra le prime pronunce occorre ricordare la n. 297/1996 con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo in esame nella parte in cui non prevede che il figlio naturale, nell’assumere il cognome del genitore che lo ha riconosciuto, possa ottenere dal giudice il riconoscimento del diritto a mantenere, anteponendolo, o a sua scelta, aggiungendolo a questo, il cognome precedentemente attribuitogli, ove tale cognome sia divenuto autonomo segno di riconoscimento della sua identità personale. La funzione sociale, e quindi pubblicistica, di quest’ultima impone di tenere in debita considerazione le situazioni in cui il nome abbia assunto connotazioni distintive di una data persona indipendentemente dal fatto che sia stato attribuito secondo le tradizioni. Per tali ragioni, la Suprema Corte, nella pronuncia n. 12641/2006, ha chiarito che non è consentito autorizzare l’uso del patronimico non solo quando possa derivare danno al minore, ma anche quando il cognome materno sia radicato nel contesto sociale in cui il medesimo vive, ed il precludergli di mantenerlo rappresenterebbe un’ingiustificata privazione di un elemento della personalità. Dunque, il giudizio sull’attribuzione del cognome non può essere basato su automatismi né sul favor tradizionalmente riconosciuto al patronimico.

Alla luce di quanto esposto, non sorprende, allora, la sentenza n. 286/2016, con cui la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma, desumibile anche dal raffronto degli artt. 237, 262 e 269 c.c. con la disciplina extracodicistica, nella parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli al momento della nascita, anche il cognome materno, atteso che siffatta preclusione pregiudica il diritto all’identità personale del minore e, al contempo, costituisce un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna finalità di salvaguardia dell’unità familiare.

Sul punto, la Consulta ritiene che vi sia ancora un automatismo da scardinare. Infatti, come si evince dal comunicato stampa del 14 gennaio 2021, prima di decidere se sia possibile per i genitori, di comune accordo, trasmettere al figlio il solo cognome materno, occorre definire se sia costituzionalmente legittima l’inevitabile attribuzione di quello paterno.

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