La Parental Alienation come concetto giuridico anziché Syndrome

Di DONATO MAIORINO -

Cass. civ. ord. 17.05.2021

Con l’ordinanza in rassegna, la Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi della Parental Alienation Syndrome statuendo che la condotta tesa ad estraniare la figlia dal padre – sostanzialmente ricondotta alla cd. PAS, ovvero alla cd. sindrome della madre malevola – e la evidenziata conflittualità tra i genitori non costituiscono fatti pregiudizievoli per la minore, ove si tenga conto del controverso fondamento scientifico della sindrome PAS, della quale è ancora dubbia la sussumibilità tra le patologie cliniche.

Nella specie, la Suprema Corte ha accolto il ricorso di una madre contro l’affido “super-esclusivo” della figlia minore al padre, la revoca del contributo economico a carico di quest’ultimo, e la regolamentazione del diritto di visita. Nel riformare il decreto emesso dal Tribunale, il giudice di seconde cure aveva motivato per relationem la propria decisione sulla scorta degli elaborati dei due consulenti tecnici, i quali diagnosticavano la PAS in ragione di «condotte scellerate» della madre senza però indicarle né specificarle.

Orbene, se è vero che nell’individuazione del genitore che appaia il più idoneo a minimizzare il pregiudizio derivante dalla disgregazione del nucleo familiare bisogna tener conto dell’interesse superiore del minore, i giudici di legittimità hanno chiarito che è altresì vero che l’affidamento condiviso non può escludersi sulla base di un’astratta prognosi circa le capacità genitoriali fondata su qualche episodio grave, senza aver effettuato una valutazione più equilibrata – scevra da pregiudizi originati da postulate e non accertate psicopatologie –, diretta a migliorare i rapporti con la figlia in un periodo così delicato per il suo sviluppo fisiopsichico.

L’ordinanza de qua s’immette nel solco di un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale che, esprimendosi sul concetto di PAS, ne ha negato l’esistenza, statuendo che il giudice di merito, allorché abbia aderito alla diagnosi del consulente medico-psichiatra è tenuto a prendere espressamente posizione sulla fondatezza delle censure mosse dalle parti, ed inoltre – a fronte di una consulenza che presenti devianze dalla scienza ufficiale – deve verificarne il fondamento, ricorrendo alle proprie cognizioni scientifiche o anche avvalendosi di idonei esperti, dovendosi escludere la possibilità, in ambito giudiziario, di adottare soluzioni prive del necessario conforto scientifico e potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che intendono scongiurare (ex multis, v. Cass. civ., n. 7041/2013).

In definitiva, secondo la Suprema Corte, le asprezze caratteriali della ricorrente – peraltro, prive di valenza empirica – sono state stigmatizzate come espressione di una irrecuperabile incapacità genitoriale nei confronti della figlia, pur in mancanza di condotte, anche minime, di oggettiva trascuratezza o incuria. L’errore in cui è incorso il giudice di seconde cure, tipico di una giustizia “emotiva”, è quello di aver disposto l’affidamento “super-esclusivo” in virtù dell’“essere” piuttosto che del “commettere”. In altre parole, nel decreto oggetto d’impugnazione, il leit motiv del cd. “super-affido” è dato da “quello che è” la madre e non da “quello che ha fatto”, quale espressione tipica di una inammissibile valutazione di tatertyp, ovvero configurando, a carico della ricorrente, nei rapporti con la figlia minore, una sorta di “colpa d’autore” connessa alla postulata sindrome.

SCARICA DOCUMENTO IN PDF