Decadenza dalla responsabilità genitoriale per negligenza

Di MARIO RENNA -

Cass. civ., sez. I, ord. 15 luglio 2021, n. 20246

La Corte di Cassazione si è pronunciata sul tema della decadenza dalla responsabilità genitoriale ai sensi dell’art. 330 c.c., confermando quanto già disposto nei giudizi di merito: la conclamata inidoneità della madre ad esercitare le responsabilità di cui era gravata – soprattutto per quanto riguardava l’educazione del minore, affetto da disturbi cognitivi e relazionali – induceva il Tribunale per i minorenni, prima, e la Corte d’appello, poi, a dichiarare e confermare la decadenza dalla responsabilità genitoriale.

La ricorrente contestava con un preciso motivo di ricorso la sussistenza dei presupposti per l’adozione del provvedimento di decadenza, in quanto assunto esclusivamente sulla base del suo stato di salute. Per i giudici di legittimità, si tratterebbe di una «impropria richiesta di rivisitazione del merito, così da realizzare una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito». Risulta, quindi, preclusa alla parte la revisione degli accertamenti compiuti dagli organi giurisdizionali di merito. Inoltre, nel caso di specie, la Corte d’appello aveva opportunamente evidenziato le carenze materne: la madre, oltre a  non sottoporsi scrupolosamente ai trattamenti per la cura dei problemi mentali da cui era affetta presso il Centro di salute mentale territorialmente competente, trasgrediva i doveri genitoriali, non curando l’adempimento degli obblighi scolastici del figlio, così ostacolandone l’inserimento e «vanificando ogni altro percorso psico-pedagogico funzionale al superamento delle condotte inappropriate del minore». A seguito dell’inserimento in comunità, invero, il minore acquisiva maggiore autonomia e sicurezza.

Il provvedimento ablativo della responsabilità genitoriale risulta essere stato correttamente adottato sulla scorta della complessiva condotta negligente da parte della madre (la quale si opponeva, inoltre, ai ripetuti tentativi di supporto ed assistenza alla medesima forniti), fonte di grave pregiudizio per l’equilibrio del minore.

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