Status filiationis “cristallizzato” e diritto del padre alla verità biologica

Di REMO TREZZA -

Corte cost., sent. 25 giugno 2021, n. 133

Sommario: 1. Le questioni di fatto da cui muove la rimessione degli atti alla Corte costituzionale. – 2. I parametri invocati e le argomentazioni consequenziali. – 3. L’art. 263, comma 3, c.c. quale regola in possibile “contrasto” con i principi costituzionali e l’inevitabile parallelismo con l’art. 244 c.c. – 4. Il diritto del padre alla verità biologica. – 5. Considerazioni conclusive.

 

  1. Le questioni di fatto da cui muove la rimessione degli atti alla Corte costituzionale.

Il giudizio di merito dal quale è scaturita la rimessione degli atti alla Corte costituzionale in termini fattuali può essere sintetizzato come segue.

  1. Z. ha impugnato – nel giudizio a quo – con atto di citazione notificato il 7 agosto 2019, il riconoscimento del minore M. Z., per difetto di veridicità, chiamando in giudizio la madre, R. C., che ha aderito all’impugnazione[1]. È stata, inoltre, disposta la nomina di un curatore speciale del minore[2].

L’annotazione del riconoscimento è avvenuta il giorno stesso della nascita della bambina (intervenuta in data 4 agosto 2010) e solo nel novembre 2018 la madre ha confidato all’autore del riconoscimento di aver avuto, nel 2009, una breve relazione con una terza persona. Questo ha indotto B. Z. a sottoporsi ad esami ematici[3], all’esito dei quali ha scoperto che il dato scientifico smentiva la sua paternità biologica. A tal punto, tutte le parti hanno chiesto concordemente la rimozione dell’atto di riconoscimento della paternità, effettuato in contrasto con la verità biologica.

Stando così i fatti, sia per l’autore del riconoscimento, sia per la madre sono decorsi i termini previsti dall’art. 263, comma 3, c.c. Ciò ha comportato, dunque, la “impossibilità” per il padre di esercitare il suo diritto alla “verità biologica” in quanto l’azione risultava essere intempestiva ai sensi dell’art. 263 c.c. così come modificato dall’art. 28, comma 1°, d. lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, sia sotto il profilo del primo termine (un anno), sia sotto quello del secondo termine (cinque anni).

  1. I parametri invocati e le argomentazioni consequenziali.

Per le ragioni fattuali su esposte, il Tribunale ordinario di Trento ha ritenuto di sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 263, comma 3, c.c.[4], in riferimento agli artt. 3, 76 e 117, comma 1° Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU).

Per il giudice a quo, infatti, il comma 3 del citato art. 263 c.c.[5] è costituzionalmente illegittimo nella parte in cui non consente che, per l’autore del riconoscimento, il termine per proporre l’azione di impugnazione decorra dalla «conoscenza della non paternità».

Il giudice rimettente ha censurato la norma che, per l’autore del riconoscimento, fa decorrere il dies a quo, relativo al termine annuale, dalla mera scoperta dell’impotenza al tempo del concepimento o, in alternativa, dall’annotazione del riconoscimento sull’atto di nascita. Inoltre, l’azione non sarebbe dovuta – a suo dire – essere impedita dal decorso di un termine, come quello quinquennale, che trascorre a prescindere dalla conoscenza della non paternità.

In punto di rilevanza, ha osservato la Corte costituzionale[6], l’impugnazione è risultata intempestiva, pur avendo la disposizione transitoria di cui all’art. 104, comma 10, d.lgs. n. 154/2013[7], previsto, per i casi di annotazione del riconoscimento avvenuta prima dell’entrata in vigore della nuova disciplina, un differimento dei termini di cui all’art. 263 c.c. alla data dell’entrata in vigore del citato decreto legislativo (7 febbraio 2014)[8]. La notifica dell’atto di citazione era, infatti, avvenuta il 7 agosto 2019 e, a quella data, risultavano decorsi sia il termine annuale, sia – per pochi mesi – quello quinquennale, sicché solo sollevando la questione di legittimità costituzionale il giudice a quo ha ritenuto di poter passare all’esame nel merito della domanda[9].

Infine, sebbene l’azione da parte del figlio risulti imprescrittibile (art. 263, comma 2, c.c.), il favor per l’impugnazione espresso dal curatore speciale del minore non avrebbe inciso sulla rilevanza[10].

In punto di non manifesta infondatezza, invece, il giudice a quo ha considerato l’art. 263, comma 3, c.c. contrario non solo all’art. 8 della CEDU, e quindi all’art. 117, comma 1°, Cost., ma anche agli artt. 3 e 76 Cost.[11].

Innanzitutto, ha reputato insussistente qualsivoglia ragionevole motivo per il quale il termine decorra dalla conoscenza della non paternità «solo in caso di impotenza». Inoltre, ha fermamente denunciato l’irragionevole disparità di trattamento fra la disciplina che, ai sensi dell’art. 244, comma 2, c.c., regola i termini per proporre l’azione di disconoscimento della paternità e la più rigida normativa contemplata dal comma censurato per l’impugnazione del riconoscimento. Il termine annuale nell’art. 244 c.c. decorre dalla prova di una pluralità di fatti, tra i quali la scoperta dell’adulterio della moglie al tempo del concepimento[12]; viceversa, la disciplina censurata in tema di impugnazione del riconoscimento nulla prevede in relazione alla specifica ipotesi di ignoranza – da parte del padre – della relazione della madre con altri uomini al tempo del concepimento[13].

Vi sarebbe stato, poi, nel caso di specie, anche contrasto con l’art. 76 Cost., per eccesso di delega[14]. Infine, la norma censurata sarebbe stata in contrasto con l’art. 117, comma 1°, Cost., relativamente al parametro interposto di cui all’art. 8 CEDU[15].

  1. L’art. 263, comma 3, c.c. quale regola in possibile “contrasto” con i principi costituzionali e l’inevitabile parallelismo con l’art. 244 c.c.

La riforma dell’art. 263 c.c., introdotta con il d.lgs. n. 154/2013, ha innovato – in maniera profonda – la precedente disciplina, nell’ambito di una novella legislativa che, pur avendo mantenuto distinte le azioni di stato, si è ispirata all’obiettivo di eliminare ogni discriminazione tra i figli nel rispetto dell’art. 30 Cost.[16].

Al precedente regime in materia di impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità, tutto improntato al favor veritatis[17], è subentrata una regolamentazione che ha notevolmente rafforzato l’esigenza di stabilità dello status filiationis e di tutela del figlio[18].

La modifica del dato normativo è stata, poi, accompagnata da illuminanti e sapienti interventi della Corte costituzionale, che ha provveduto a precisare la necessaria sussistenza di uno spazio di bilanciamento in concreto fra gli interessi implicati, affidato alla valutazione giudiziale[19].

Sullo sfondo, dunque, di un’azione nella quale il giudice non procede ad un mero accertamento della verità biologica, ma opera un bilanciamento in concreto tra gli interessi coinvolti, si sono collocate le questioni poste dal rimettente, il quale ha dubitato della legittimità costituzionale della disciplina relativa al duplice termine con cui l’art. 263, comma 3, c.c. filtra la possibilità, per l’autore del riconoscimento, di far valere in giudizio uno degli interessi che entrano nel bilanciamento (ovvero la verità biologica)[20].

Secondo l’argomentazione del rimettente, l’art. 263, comma 3, c.c. avrebbe ecceduto i limiti tracciati dalla legge delega, differenziando la disciplina del dies a quo, relativo al termine annuale, rispetto alla previsione che regola, per il “padre coniugato”, la decorrenza dello stesso termine nell’azione di disconoscimento della paternità[21].

L’art. 263 c.c., così come modificato, va inquadrato in una prospettiva storico-funzionale. Quando vigeva l’art. 235 c.c. (ora abrogato), che ammetteva il padre coniugato a dimostrare la non paternità soltanto dopo aver provato una serie di fatti idonei a superare l’allora presunzione di concepimento[22], la Corte costituzionale aveva già dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 244 c.c., nella parte in cui, regolando il termine annuale, non aveva previsto che esso potesse decorrere anche dalla scoperta dell’adulterio[23], nonché dalla conoscenza dell’impotenza[24].

Con la novella introdotta dal d.lgs. n. 154/2013, la disciplina relativa alla prova oggetto del disconoscimento di paternità ha subìto l’eliminazione del filtro di ammissibilità con l’abrogazione dell’art. 235 c.c., sostituito dalla semplice previsione dell’art. 243-bis, comma 2, c.c., secondo cui «chi esercita l’azione è ammesso a provare che non sussiste rapporto di filiazione tra il figlio e il presunto padre». Tuttavia, la nuova regolamentazione della prova non si è riverberata sulla disciplina del termine annuale, che è stata adeguata esclusivamente alla giurisprudenza costituzionale[25]. L’art. 244 c.c. prevede, infatti, che il termine annuale decorra per il padre dal momento della nascita del figlio[26], oppure dalla prova della conoscenza dell’adulterio o dell’impotenza a generare al tempo del concepimento. In sostanza, le precedenti ragioni, che integravano il filtro di ammissibilità, continuano a dover essere provate.

È emerso – seguendo le argomentazioni della Corte nel caso che ci occupa – come l’art. 263, comma 3, c.c. abbia preso a modello proprio le regole dettate dall’art. 244 c.c. e si sia, poi, limitato a considerare la sola scoperta dell’impotenza al tempo del concepimento, quale dies a quo alternativo a quello dell’annotazione del riconoscimento[27].

Proprio su tale punto, il giudice rimettente ha censurato la norma per non aver previsto la decorrenza del termine annuale dalla conoscenza tout court della non paternità, a prescindere dalla causa da cui essa dipenda, sollevando un duplice dubbio di legittimità costituzionale, con particolare riferimento all’art. 3 Cost[28].

Inoltre, la Corte ha rilevato che l’art. 263 c.c. regola qualsivoglia ipotesi di impugnazione per difetto di veridicità, abbracciando tanto casi di riconoscimento effettuato nella consapevolezza della non paternità[29], quanto ipotesi in cui il consenso all’atto personalissimo si fondi sull’erronea supposizione del legame biologico[30].

La disciplina censurata si pone, dunque, in contrasto con quanto affermato in precedenti pronunce della Corte, che hanno ritenuto irragionevole far decorrere il termine annuale quando il padre non era a conoscenza dei fatti oggetto della prova[31].

Passaggio decisivo della sentenza in esame è quello in cui la Corte ha messo in evidenza che la norma censurata possa comportare una irragionevole disparità di trattamento rispetto alle regole dettate per il padre che intenda far valere la verità biologica, impugnando il riconoscimento, e quelle previste per il padre che agisca per il disconoscimento di paternità.

Il padre non coniugato può dimostrare solo l’impotenza, onde far decorrere il termine annuale da un dies a quo diverso rispetto all’annotazione del riconoscimento; il padre coniugato può, invece, avvalersi anche di altre prove, tra cui quella dell’adulterio, onde sottrarsi al dies a quo che altrimenti decorre dalla nascita[32]. È in tale considerazione che si prospetta un deficit di ragionevolezza della norma, creando una disparità più che tra figli nati fuori dal matrimonio e figli nati nel matrimonio, tra padri non biologici di figli – per loro inconsapevolmente “legittimi” – e padri biologici di figli – per loro stessi tali.

  1. Il diritto del padre alla verità biologica.

Questione soltanto lambita dall’ordinanza di rimessione e poco argomentata dalla Corte costituzionale[33], è relativa alla “eventuale” illegittimità costituzionale dell’ultimo periodo del comma 3 dell’art. 263 c.c. nella parte in cui prevede il termine di cinque anni dal momento del riconoscimento oltre il quale il padre non potrà più esercitare l’azione per difetto di veridicità.

Se un padre venisse a scoprire, anche dopo tale termine, che il proprio figlio non sia biologicamente suo, non potrà esercitare il diritto fondamentale alla “verità biologica” perché il legislatore, nella sua discrezionalità, ha ritenuto che lo status filiationis dovesse cristallizzarsi a favore del minore, il quale, una volta raggiunta la maggiore età, potrà tranquillamente esperire tale azione che, nei suoi confronti, risulta essere imprescrittibile.

Il diritto alla verità biologica, di cui risulta essere titolare il padre, però, rischia di affievolirsi – di per sé è già affievolito – rispetto al diritto del figlio minore a mantenere lo status filiationis.

Una simile disposizione, a lungo andare, potrebbe certamente stridere con i principi costituzionali. O si afferma un diritto assoluto alla protezione del minore nei confronti di un padre che comunque scopre di non essere biologicamente tale o si dovrà propendere per una soluzione certamente più ragionevole che contempli l’idea per cui al padre spetti in ogni caso il diritto a rivalutare la sua posizione paterna nei confronti di un figlio che scopre “non biologico”, specie se frutto di un atto adulterino (per molto tempo nascosto) che la norma censurata non contempla affatto[34].

La questione è centrale. La Corte costituzionale, nel caso di specie, ha dichiarato soltanto l’illegittimità costituzionale della norma censurata nella parte in cui non prevede che, per l’autore del riconoscimento, il termine annuale per proporre l’azione di impugnazione decorra dal giorno in cui ha avuto conoscenza della non paternità, senza nulla argomentare sulla eventuale illegittimità del termine quinquennale.

  1. Considerazioni conclusive.

Alla luce di quanto detto, appare evidente come l’art. 263 c.c. debba essere riformulato secondo il dictamen fornito dalla pronuncia in commento, specie rivalutando la possibilità di intervenire sul termine quinquennale che potrebbe da un lato affievolire il diritto del padre alla verità biologica e rafforzare il diritto del minore alla conservazione dello status filiationis. Bisognerebbe, dunque, intervenire sulla disciplina del difetto di veridicità, cercando di appianare le discrepanze fattuali tra gli artt. 244 e 263 c.c.

Pur avendo ritenuto infondata la questione relativa alla possibile illegittimità costituzionale del termine quinquennale, la Consulta ha osservato come la Corte EDU[35] abbia censurato alcuni meccanismi impeditivi di azioni di impugnazione dello status filiationis, ove al legittimato non fosse imputabile l’inerzia, ma non ha ritenuto rilevante l’interpretazione fornita osservando che il caso di specie non fosse correlato in maniera inscindibile alle fattispecie normative oggetto dei giudizi ad essa sottoposti, che si riferiscono a termini (semestrali o annuali) decisamente più brevi rispetto a quello quinquennale previsto dall’art. 263, comma 3, ultima parte, c.c.

Ad avviso di chi scrive, non è l’ampiezza del termine a rendere “ragionevole” una norma, ma ex adverso, la sua completa eliminazione in tutti quei casi in cui un padre scopra che un figlio non sia stato frutto della sua identità biologica e genetica.

La Corte ha ritenuto preferibile l’interpretazione in base alla quale un così lungo decorso del tempo (cinque anni dal riconoscimento) radichi il legame familiare e sposti il peso assiologico, nel bilanciamento attuato dalla norma, sul consolidamento dello status filiationis, in modo da giustificare che la prevalenza di tale interesse sia risolta in via automatica dalla fattispecie normativa[36].

A tal uopo, è auspicabile un intervento legislativo di sistema, ove si pongano in rilievo i due diritti (verità biologica e cristallizzazione dello status filiationis) e si cerchi di addivenire ad una reductio ad unum dell’identità biologico-paternale (valevole anche per la madre). Si pone, dunque, la necessità di formulare una lettura assiologicamente improntata alla parificazione degli status, ove il termine tombale quinquennale possa essere superato – con riferimento alla decorrenza – dalla conoscenza della non biologicità del figlio (favor veritatis), al fine di evitare una paternità imposta ed un nascondimento legale della verità biologica.

[1] Per i profili strettamente processuali, si rinvia a Cass. civ., sez. I, 7 gennaio 2021, n. 95.

[2] Sul punto, per una ricostruzione più specifica del quadro fattuale, si rinvia ai paragrafi da 1 a 5 della sentenza in commento.

[3] In merito agli esami ematici (test del DNA) ai fini della configurabilità della relazione biologica padre-figlio, si rinvia a L. Caenazzo, A. Comacchio, P. Benciolini, L’indagine di paternità: inquadramento normativo, premesse scientifiche e riflessioni etico-deontologiche nel caso di richiesta avanzata da privati, in Dir. fam., 2008, p. 1613 ss.

[4] Come modificato dall’art. 28, comma 1°, d.lgs. n. 28 dicembre 2013, n. 154 (Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell’articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219).

[5] Ai sensi dell’art. 263, comma 3, c.c.: «L’azione di impugnazione da parte dell’autore del riconoscimento deve essere proposta nel termine di un anno che decorre dal giorno dell’annotazione del riconoscimento sull’atto di nascita. Se l’autore del riconoscimento prova di aver ignorato la propria impotenza al tempo del concepimento, il termine decorre dal giorno in cui ne ha avuto conoscenza; nello stesso termine, la madre che abbia effettuato il riconoscimento è ammessa a provare di aver ignorato l’impotenza del presunto padre. L’azione non può essere comunque proposta oltre cinque anni dall’annotazione del riconoscimento». Riguardo all’azione per difetto di veridicità, si rinvia a M. R. Scotti, Status personae e impugnazione del riconoscimento del figlio per difetto di veridicità, in Il foro napoletano, 2014, p. 28; A. Candido, Favor veritatis o favor minoris? L’impugnazione del riconoscimento scientemente non veritiero in una recente pronuncia della Corte costituzionale, in Rivista AIC, 2020, 6, pp. 353 ss.; M. N. Bugetti, L’impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità nel prisma della nuova filiazione, in Familia, 2020, pp. 315-366.

[6] Si faccia riferimento al paragrafo 3.1 della sentenza in commento.

[7] Sul regime transitorio della norma, si rinvia a Cass. civ., sez. I, 26 giugno 2014, n. 14556, secondo cui: «Appare evidente, dunque, che alla regola della immediata applicabilità – con salvezza del giudicato – disposta dalla norma di cui al settimo comma, la norma di cui al nono comma introduce una deroga per la quale il termine di proponibilità (secondo la dottrina, ma di “prescrizione”, secondo la Relazione illustrativa) opera solo a far tempo dall’entrata in vigore della riforma (“…decorrono dal giorno …”). La lettura innanzi proposta è, d’altra parte, espressamente enunciata anche nella Relazione illustrativa al D. Lgs. n. 154 del 2013, nella quale si afferma che l’art. 104 detta le disposizioni transitorie che, nel rispetto del principio dell’intangibilità dell’eventuale giudicato formatosi prima dell’entrata in vigore della legge delega, prevedono in quali limiti debbano essere applicate le nuove disposizioni».

[8] Il giudice a quo, nell’opinione della Corte, ha ricostruito in maniera completa il quadro normativo, dando conto della norma transitoria di cui all’art. 104, comma 10, d.lgs. n. 154/2013, secondo la quale «[f]ermi gli effetti del giudicato formatosi prima dell’entrata in vigore della legge 10 dicembre 2012, n. 219, nel caso di riconoscimento di figlio annotato sull’atto di nascita prima dell’entrata in vigore del presente decreto legislativo, i termini per proporre l’azione di impugnazione, previsti dall’art. 263 e dai commi secondo, terzo e quarto dell’art. 267 del codice civile, decorrono dal giorno dell’entrata in vigore del medesimo decreto legislativo». Il rimettente, in particolare, ha chiarito che il meccanismo di differimento, previsto dalla citata norma, non ha, comunque, impedito la scadenza di entrambi i termini, rispetto ai quali ha sollevato le questioni di legittimità costituzionale. Va specificato, per una più compiuta analisi della questione, che il giudice a quo abbia censurato il solo art. 263, comma 3, c.c. e non anche l’art. 104, comma 10, d.lgs. n. 154/2013, in quanto ha chiesto una integrazione della prima disposizione, che facesse decorrere il termine a partire da un momento – la scoperta della non paternità – che, nel caso oggetto del giudizio, si era verificato dopo l’entrata in vigore della l. n. 219/2012. Si legga, sul punto, il paragrafo 4 del considerato in diritto della sentenza in commento.

[9] Sempre in punto di rilevanza, il giudice a quo ha sostenuto che le questioni non avessero potuto essere superate in ragione dell’intervento adesivo di soggetti diversi dal padre. Il pubblico ministero, inoltre, avrebbe avuto legittimazione ad agire nell’azione di disconoscimento di paternità, ai sensi dell’art. 244 c.c., ma non nell’impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità. Parimenti, l’intervento adesivo della madre non sarebbe stato risolutivo, essendo anche la sua azione decaduta. Sul punto, si legga il paragrafo 3.1 del ritenuto in fatto della sentenza in commento.

[10] Secondo il rimettente, la legittimazione all’esperimento dell’azione non sarebbe spettata al curatore nominato dal giudice istruttore, ma avrebbe richiesto, nel rispetto dell’art. 264 c.c. (come modificato dall’art. 29, d.lgs. n. 154/2013), una designazione effettuata a seguito di una procedura camerale, ai sensi dell’art. 737 c.p.c., assumendo sommarie informazioni ed acquisendo anche il parere del pubblico ministero, che deve verificare se l’impugnazione corrisponda all’interesse del minore.

[11] Si prenda in esame il paragrafo 4 del ritenuto in fatto della sentenza in commento.

[12] Sul punto, si rinvia a Cass. civ., sez. I, 9 febbraio 2018, n. 3263, secondo cui: «La scoperta dell’adulterio commesso all’epoca del concepimento – alla quale si collega il decorso del termine annuale di decadenza fissato dall’art. 244 c.c. (come additivamente emendato con sentenza n. 134 del 1985 della Corte costituzionale) – va intesa come acquisizione certa della conoscenza (e non come mero sospetto) di un fatto rappresentato o da una vera e propria relazione, o da un incontro, comunque sessuale, idoneo a determinare il concepimento del figlio che si vuole disconoscere, non essendo sufficiente la mera infatuazione, la mera relazione sentimentale o la frequentazione della moglie con un altro uomo». Sul punto, più recentemente, è intervenuta Cass. civ., sez. I, 21 febbraio 2019, n. 26285, per cui: «L’imprescrittibilità dell’azione di disconoscimento di paternità proposta dal figlio, introdotta dall’art. 244, quinto comma, c.c. come riformulato dall’art. 18 del d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, si applica, in quanto non esclusa dalle disposizioni transitorie di cui all’art. 104, commi 7 e 9, del medesimo d.lgs., anche ai giudizi già pendenti alla data di entrata in vigore della nuova normativa».

[13] Cfr. paragrafo 4.1 del ritenuto in fatto.

[14] Secondo il giudice rimettente, infatti, la differenziazione – per il padre “apparente”, rispetto al padre coniugato – del termine per contestare il rapporto biologico col figlio “apparente”, introdotta dall’art. 28, d.lgs. n. 154/2013, che ha modificato l’art. 263 c.c., appare di dubbia costituzionalità. L’eccesso di delega di cui si discute è rispetto all’art. 2, comma 1°, l. 10 dicembre 2012, n. 219 (Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali). Cfr. paragrafo 4.2 del ritenuto in fatto.

[15] Secondo l’interpretazione offerta dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo circa la norma che regola il diritto al rispetto della vita privata e familiare, l’esigenza di bilanciare, in maniera conforme al principio di proporzionalità, il citato interesse con altre istanze contrapposte verrebbe pregiudicata da regole che a priori limitano eccessivamente la possibilità di contestare la paternità. Cfr. il paragrafo 4.3 del ritenuto in fatto.

[16] Cfr. art. 2, comma 1°, l. 10 dicembre 2012, n. 219.

[17] A tal uopo, si rinvia a V. Mazzotta, Favor veritatis o favor minoris?, in Il Familiarista, 12 settembre 2017, per la quale: «Il principio del favor veritatis non si pone in conflitto con quello del favor minoris, poiché la verità biologica della procreazione costituisce una componente essenziale dell’interesse del minore, che si traduce nell’esigenza di garantire ad esso il diritto alla propria identità personale, la cui tutela rientra nell’ambito dei diritti fondamentali della persona riconosciuta dalla Costituzione. È indubbio il valore positivo dell’accertamento della verità, allorché non contrastata da elementi idonei a far presumere il rischio di concreto pregiudizio, nel caso in cui non è posto in discussione il valore della positiva relazione genitoriale con il padre legale, né è possibile compiere alcuna valutazione negativa in ordine al profilo del padre biologico. Il padre “sociale” non è legittimato a chiedere che il figlio conservi il proprio cognome, trattandosi di una decisione spettante esclusivamente al minore interessato, in considerazione della natura personalissima del diritto al nome». Sul punto, si rinvia inoltre, a A. Gorgoni, La rilevanza della filiazione non genetica, in Persona e Mercato, 2017, 3, p. 53 ss.

[18] Sul punto, si rinvia a G. Matucci, La dissoluzione del paradigma della verità della filiazione innanzi all’interesse concreto del minore, in Forum costituzionale, 15 febbraio 2018, pp. 1-14.

[19] Cfr., sul punto, Corte cost., n. 272/2017. Da ultimo, Corte cost., n. 127/2020. Tali pronunce hanno evidenziato che l’art. 263 c.c. sottende «l’esigenza di operare una razionale comparazione degli interessi in gioco, alla luce della concreta situazione dei soggetti coinvolti», posto che «la regola di giudizio che il giudice è tenuto ad applicare in questi casi [deve] tenere conto di variabili molto più complesse della rigida alternativa vero o falso (sentenza n. 272/2017)».

[20] Cfr. paragrafo 5 del considerato in diritto della sentenza in commento.

[21] La Corte costituzionale, scandagliando la censura proposta, ne ha dichiarato la non fondatezza per la seguente ragione (cfr. paragrafo 6.1 del considerato in diritto della sentenza in commento). L’art. 2, comma 1°, l. n. 219/2012 ha stabilito, quale principio generale, l’esigenza di «eliminare ogni discriminazione tra i figli, anche adottivi, nel rispetto dell’articolo 30 della Costituzione», statuendo, poi, alla lettera a) del medesimo comma la «sostituzione, in tutta la legislazione vigente, dei riferimenti ai “figli legittimi” e “figli naturali” con riferimento ai “figli”, salvo l’utilizzo delle denominazioni di “figli nati nel matrimonio” e di “figli nati fuori del matrimonio” quando si tratta di disposizioni a essi relative». Infine, con specifico riferimento all’impugnazione del riconoscimento, ha previsto, alla lettera g) del citato comma, la modifica della disciplina «con la limitazione dell’imprescrittibilità dell’azione solo per il figlio e con l’introduzione di un termine di decadenza per l’esercizio dell’azione da parte degli altri legittimati». Sulla base delle disposizioni richiamate – ha affermato la Corte – non si può sostenere che al legislatore delegato fosse preclusa la possibilità di mantenere distinte azioni demolitorie dello status filiationis, purché l’esito – in conformità con l’art. 30 Cost. – non conducesse ad una discriminazione in pregiudizio al figlio nato fuori dal matrimonio. In definitiva, il legislatore delegato non solo ha introdotto – come espressamente richiesto dalla delega – l’imprescrittibilità dell’azione a beneficio del solo figlio, nonché un termine impeditivo dell’azione per gli altri legittimati, ma ha anche contemplato – come nel disconoscimento della paternità – un ulteriore termine riferito al padre. Tale norma, d’altro canto, non comporta in alcun modo una discriminazione in pregiudizio al figlio nato fuori dal matrimonio. A suffragio delle sue argomentazioni, la Corte ha ripreso un suo precedente in tema di “eccesso di delega”, sottolineando come questo non sia un caso che possa configurarsi tale. «La previsione di cui all’art. 76 Cost. non osta all’emanazione, da parte del legislatore delegato, di norme che rappresentino un coerente sviluppo e un completamento delle scelte espresse dal legislatore delegante, dovendosi escludere che la funzione del primo sia limitata ad una mera scansione linguistica di previsioni stabilite dal secondo. Il sindacato costituzionale sulla delega legislativa deve, così, svolgersi attraverso un confronto tra gli esiti di due processi ermeneutici paralleli, riguardanti, da un lato, le disposizioni che determinano l’oggetto, i princìpi e i criteri direttivi indicati dalla legge di delegazione e, dall’altro, le disposizioni stabilite dal legislatore delegato, da interpretarsi nel significato compatibile con i princìpi e i criteri direttivi della delega. Il che, se porta a ritenere del tutto fisiologica quell’attività normativa di completamento e sviluppo delle scelte del delegante, circoscrive, d’altra parte, il vizio in discorso ai casi di dilatazione dell’oggetto indicato dalla legge di delega, fino all’estremo di ricomprendere in esso materie che ne erano escluse (sentenza n. 194/2015 e sentenze nn. 182 e 50/2014)». Tra le sentenze più recenti in materia, si veda Corte cost., n. 212/2018.

[22] Ad esempio, la non coabitazione in quel periodo, o, nel medesimo arco di tempo, l’impotenza o l’adulterio o la dissimulazione della gravidanza o della nascita.

[23] Cfr. Corte cost., n. 134/1985.

[24] Cfr. Corte cost., n. 170/1999. A sostegno ulteriore, si veda Corte cost., n. 134/1985, che si esprime in termini di «irragionevole esclusione del diritto del padre di agire per il disconoscimento, nel caso di scoperta dell’adulterio oltre un anno dopo la nascita del figlio, poiché l’azione sarebbe inutiliter data». Inoltre, qualche anno dopo, la giurisprudenza della Corte si era attestata sulla irragionevolezza ulteriore di una previsione che negava l’azione a chi «non [era] stato a conoscenza di un elemento costitutivo dell’azione medesima». Cfr., sul punto, Corte cost., n. 170/1999. Non va nemmeno sottaciuta l’illuminante pronuncia per la quale «[i]l subordinare […] l’accesso alle prove tecniche, che, da sole, consentono di affermare se il figlio è nato o meno da colui che è considerato il padre legittimo, alla previa prova dell’adulterio è, da una parte, irragionevole, attesa l’irrilevanza di quest’ultima prova al fine dell’accoglimento, nel merito, della domanda proposta; e, dall’altra, si risolve in un sostanziale impedimento all’esercizio del diritto di azione garantito dall’art. 24 della Costituzione» (così, Corte cost., n. 266/2006).

[25] Sul punto, si rinvia a E. Errigo, Prova genetica, verità biologica e disconoscimento di paternità tra evoluzione normativa e funzione, in Ordines, 2019, 1, pp. 234-249; L. Lenti, La costituzione del rapporto filiale e l’interesse del minore, in Jus civile, 2019, 1, pp. 1-26.

[26] O, in caso di lontananza in quel momento, dai fatti previsti dall’art. 244, comma 3, c.c.

[27] Si veda il paragrafo 7.1.2 del considerato in diritto della sentenza in commento.

[28] I duplici motivi possono così essere sintetizzati. Il giudice a quo ha rilevato l’irragionevolezza del richiamo esclusivo alla scoperta dell’impotenza, posto che il padre può ben ignorare (e non avere ragioni per sospettare) la non paternità, anche in ipotesi diverse da quella citata. Tale censura reca con sé il dubbio di una irragionevole disparità di trattamento tra chi possa dimostrare la propria impotenza e chi non sia affetto da tale patologia. Sembrerebbe, infatti, proprio uno di quei casi c.d. “ad irragionevolezza intrinseca della norma”. Inoltre, ha contestato l’irragionevole disparità di trattamento rispetto alla disciplina sul disconoscimento di paternità, che contempla, oltre alla scoperta dell’impotenza, un più ampio novero di fatti, la cui dimostrazione fa decorrere il dies a quo del termine annuale. Cfr., sul punto, il paragrafo 7.1.2 della sentenza in commento.

[29] Si rinvia nuovamente a Corte cost., nn. 127/2020 e 272/2017.

[30] La Corte, sul punto, ha sottolineato che «mentre può ritenersi non irragionevole che il termine annuale decorra dall’annotazione del riconoscimento per chi abbia posto in essere l’atto nella consapevolezza della non paternità biologica, per converso, evidenzia una palese irragionevolezza far decorrere il medesimo termine dall’annotazione del riconoscimento, per chi ignorasse il difetto di veridicità, limitando la possibilità di far valere la decorrenza del termine dalla scoperta della non paternità alla sola ipotesi dell’impotenza. Ne discende una irragionevole disparità di trattamento fra autori del riconoscimento, che possano provare l’impotenza, e autori del riconoscimento non affetti da tale patologia, che siano parimenti venuti a conoscenza della non veridicità della paternità biologica, quando oramai sia decorso il termine annuale conteggiato a partire dall’annotazione del riconoscimento». Cfr. il paragrafo 7.2.1 della sentenza in commento.

[31] Si vedano le già richiamate Corte cost., nn. 170/1999 e 134/1985. In merito all’onere probatorio, sul punto, si veda Corte cost., n. 170/1999, ove si legge che: «l’onere probatorio che vigeva nella disciplina sul disconoscimento della paternità riguardava fatti quali l’adulterio o l’impotenza al tempo del concepimento, viceversa, unico ed esclusivo oggetto della prova nell’impugnazione del riconoscimento ex art. 263, comma 1°, c.c., è – ed è sempre stato anche prima della riforma del 2013 – la mera non paternità biologica. È, dunque, dalla scoperta della non paternità che deve decorrere il termine annuale di decadenza dall’azione per l’autore del riconoscimento, onde evitare l’irragionevolezza di negare l’azione a chi «non [era] stato a conoscenza di un elemento costitutivo dell’azione medesima».

[32] Sul punto, si veda Corte cost., n. 133/2021. Nella sentenza, infatti, si legge: «Anche a fronte di tale diversità di trattamento, che finisce per rendere più stabile lo status filiationis sorto al di fuori del matrimonio rispetto a quello del figlio concepito o nato durante il matrimonio, deve, dunque, ritenersi fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 263, comma 3, c.c., nella parte in cui non prevede che il termine annuale di decadenza decorra per l’autore del riconoscimento dalla mera scoperta della non paternità, che in sé abbraccia qualsivoglia ragione l’abbia determinata. In tal modo, si garantisce al padre non coniugato una disciplina sul termine di decadenza annuale dall’azione, che presenta una latitudine analoga a quella spettante al padre coniugato, pur se questi, per sottrarsi alla decadenza del termine, è onerato dalla prova delle singole ragioni di sospetto o di acquisita certezza della non paternità, individuate dall’art. 244, co. 2 e 3, c.c. D’altro canto, non può certo ritenersi costituzionalmente vincolata l’esatta riproduzione nella disciplina dell’impugnazione del riconoscimento di tali singole ragioni previste dall’art. 244 c.c. per il disconoscimento della paternità (…). Appare, invece, decisivo che il superamento dell’irragionevolezza insita nell’art. 263, comma 3, c.c., avvenga, per l’autore del riconoscimento, nel segno di un coordinamento tra la disciplina del termine di decorrenza dell’azione e l’oggetto della prova che, nell’impugnazione del riconoscimento, è la mera dimostrazione della non paternità biologica».

[33] Si faccia riferimento, infatti, alla veloce disamina della questione nel paragrafo 8.1 della sentenza in commento.

[34] Cfr. il paragrafo 7.3 del considerato in diritto, ove si legge: «Quanto sopra premesso evidenzia che la norma censurata comporta una irragionevole disparità di trattamento anche nel confronto tra le regole dettate per il padre che intenda far valere la verità biologica, impugnando il riconoscimento, e quelle previste per il padre che agisca per il disconoscimento di paternità. Il padre non coniugato può dimostrare solo l’impotenza, onde far decorrere il termine annuale di decadenza da un dies a quo diverso rispetto all’annotazione del riconoscimento; il padre coniugato può, invece, avvalersi anche di altre prove, tra cui quella dell’adulterio, onde sottrarsi al dies a quo che altrimenti decorre dalla nascita». Apre, dunque, la Corte ad una c.d. “incostituzionalità annunciata”?

[35] Cfr. Corte EDU, sentenza 10 gennaio 2007, Paulìk contro Slovacchia; Corte EDU, sentenza 24 febbraio 2006, Shofman contro Russia, Corte EDU, sentenza 10 settembre 2018, Doktorov contro Bulgaria. La Corte costituzionale, nella sentenza in esame, ha dato atto di tali pronunce, affermando come sia certamente vero che, nell’interpretazione del diritto al rispetto della vita personale e familiare, la Corte EDU, in vari precedenti, ha ritenuto che non realizzino un bilanciamento proporzionato, tra gli interessi rilevanti, discipline volte a far decorrere un termine di prescrizione per l’impugnazione dello stato di filiazione dal momento costitutivo dello stesso, anziché da quello in cui il richiedente abbia maturato la consapevolezza della sua possibile non paternità: «rather than from the moment the applicant became aware that he might not be the father of the child» (Corte EDU, sentenza 10 settembre 2018). In particolare, con riguardo alla legislazione bulgara, la Corte europea ha contestato la rigidità di previsioni che non consentissero di prendere in considerazione le circostanze individuali di persone che risultassero decadute per motivi a loro non imputabili. Sul punto, cfr. il paragrafo 8.1 del considerato in diritto della sentenza in esame.

[36] Sul punto, infatti, la sentenza afferma: «Nessuna censura di non proporzionalità può, dunque, muoversi – anche nel coordinamento fra l’interpretazione dell’art. 8 CEDU, offerta dalla Corte EDU, e il quadro dei principi costituzionali – alla scelta operata dal legislatore che, nella sua discrezionalità, ha ritenuto di sacrificare l’interesse dell’autore del riconoscimento, a far valere in via giudiziale l’identità biologica, a beneficio dell’interesse allo status filiationis consolidatosi dopo cinque anni dal suo sorgere». Cfr. il paragrafo 8.1 della sentenza: è proprio questo parte della sentenza che deve essere superata da un attento e consapevole bilanciamento dei diritti in gioco, di cui nelle conclusioni si è cercato di dare atto.

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