Trasferimento di beni immobili in sede di separazione personale dei coniugi o divorzio

Di BIAGIO VIGORITO -

Cass. civ., Sez. Un., sent. 29 luglio 2021, n. 21761

Con la sentenza in commento, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno statuito che «al fine di trasferire immobili (da un coniuge all’altro o a favore dei figli) in sede di separazione o divorzio, è sufficiente l’atto giudiziario che ratifica l’accordo di separazione o di divorzio, non essendo invece più necessario l’intervento del notaio».

La pronuncia è di notevole portata, in quanto interviene a far luce su un tema estremamente dibattuto in giurisprudenza, ponendo alcuni fondamentali punti fermi.

La Cassazione, infatti, offre un importante ed atteso intervento chiarificatore, in un contesto giurisprudenziale non univoco, mostrando di confermare l’orientamento consolidatosi negli anni che tende a guardare con favore il ruolo svolto dall’avvocato e dal giudice nei procedimenti di separazione e di divorzio[1].

Il Supremo Collegio, prima di affrontare la questione relativa alla forma e al contenuto che devono assumere i verbali di causa per realizzare trasferimenti immobiliari nonché riguardante la loro idoneità ad essere resi pubblici attraverso il mezzo della trascrizione, ha mostrato di confermare la possibilità stessa di prevedere trasferimenti di beni mobili o immobili in sede di separazione o di divorzio

La Corte ha affermato come sia da ritenere del tutto incontroversa l’ammissibilità di siffatti trasferimenti nell’ambito degli accordi di separazione o di divorzio. In tale contesto, infatti, al fine di provvedere al mantenimento del coniuge o dei figli minori o maggiorenni non autosufficienti, è ben possibile prevedere un trasferimento in loro favore.

Per i giudici di legittimità «è di per sé valida la clausola dell’accordo di separazione che contenga l’“impegno” di uno dei coniugi, al fine di concorrere al mantenimento del figlio minore, di trasferire, in suo favore, la piena proprietà di un bene immobile, trattandosi di pattuizione che dà vita ad un “contratto atipico”, distinto dalle convenzioni matrimoniali ex art. 162 c.c. e dalle donazioni, volto a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico, ai sensi dell’art. 1322 c.c. (Cass., 17 giugno 2004, n. 11342)».

Per la pronuncia in parola, dunque, un tale trasferimento dà luogo ad un contratto che, seppur atipico, è da ritenere perfettamente valido in quanto diretto a realizzare interessi meritevoli di tutela ai sensi dell’art. 1322 c.c.. Il coniuge tenuto all’adempimento dell’obbligo di mantenimento dell’altro o dei figli, pertanto, al fine di adempiere allo stesso potrebbe, negli accordi di separazione o di divorzio, sia assumere l’obbligo di trasferire la proprietà di un bene o altro diritto reale, sia procedere direttamente alla cessione con effetto immediato.

Una clausola di tal tipo inserita all’interno degli accordi di separazione o di divorzio, infatti, in quanto idonea a soddisfare gli interessi delle parti e a regolare consensualmente gli aspetti economici legati alla crisi della vita coniugale, deve essere ritenuta meritevole di tutela ai sensi dell’art. 1322 c.c..

Una siffatta pattuizione, dunque, può legittimamente essere prevista in luogo della previsione di un assegno periodico, in quanto espressione di autonomia contrattuale[2].

Tale accordo, per il Supremo Collegio, è finalizzato a dare regolamentazione alle concrete modalità di adempimento di una prestazione dovuta per legge e non integra gli estremi della liberalità donativa ma assolve ad una funzione solutorio-compensativa dell’obbligo di mantenimento di cui all’art. 6, l. n. 898/1970. Inoltre, nel caso in cui negli accordi di separazione non sia stato previsto il diretto trasferimento del bene ma la sola assunzione dell’obbligo di trasferimento, detto obbligo è suscettibile di esecuzione in forma specifica ai sensi dell’art. 2932 c.c..

Chiarito preliminarmente questo aspetto, le Sezioni Unite hanno fatto luce su un secondo, fondamentale, punto, sul quale la giurisprudenza aveva mostrato di assumere atteggiamenti non univoci. La Corte, infatti, ha precisato che per la validità di tali trasferimenti è sufficiente il decreto di omologazione degli accordi di separazione o la sentenza di divorzio, non occorrendo formalizzare gli stessi all’interno di un atto notarile[3].

I giudici di legittimità, in particolare, risolvendo il contrasto che si era creato all’interno della giurisprudenza, hanno affrontato la questione della validità del trasferimento immobiliare alla luce di quanto previsto dall’art.29, comma 1-bis, l. 27 febbraio 1985, n. 52, in virtù del quale «gli atti pubblici e le scritture private autenticate tra vivi aventi ad oggetto il trasferimento, la costituzione o lo scioglimento di comunione di diritti reali su fabbricati già esistenti, ad esclusione dei diritti reali di garanzia, devono contenere, per le unità immobiliari urbane, a pena di nullità, oltre all’identificazione catastale, il riferimento alle planimetrie depositate in catasto e la dichiarazione, resa in atti dagli intestatari, della conformità allo stato di fatto dei dati catastali e delle planimetrie, sulla base delle disposizioni vigenti in materia catastale. La predetta dichiarazione può essere sostituita da un’attestazione di conformità rilasciata da un tecnico abilitato alla presentazione degli atti di aggiornamento catastale. Prima della stipula dei predetti atti il notaio individua gli intestatari catastali e verifica la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari».

La sopra richiamata disposizione richiede, dunque, ai fini della validità del trasferimento e a pena di nullità del medesimo, la necessità di inserire nell’atto traslativo di unità immobiliari urbane l’identificazione catastale dell’immobile, il riferimento alle planimetrie depositate in catasto e la dichiarazione, resa in atto dagli intestatari, della conformità dei dati catastali e delle planimetrie allo stato di fatto; inoltre il notaio rogante, ai sensi della disposizione in parola, è obbligato ad individuare gli intestatari catastali e a verificare la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari (c.d. “allineamento catastale oggettivo e soggettivo”).

Tali prescrizioni, per le Sezioni Unite, devono essere rispettate, a pena di nullità del trasferimento, anche all’interno dell’accordo traslativo adottato in sede di separazione consensuale o di divorzio congiunto.

In passato tale aspetto era estremamente discusso. I principali problemi, infatti, riguardavano la forma dell’atto traslativo (che, ex art. 29, comma 1-bis, l. n. 52/1985, deve essere quella dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata) e la sua idoneità alla trascrizione.

In merito alle richiamate questioni, la Corte ha precisato che «è evidente che il verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi redatto dal cancelliere ai sensi dell’art. 126 c.p.c., che – per intanto – realizza l’esigenza della forma scritta dei trasferimenti immobiliari, richiesta dall’art. 1350 c.c., è – come dianzi detto – un atto pubblico avente fede privilegiata, fino a querela di falso, sia della provenienza dal cancelliere che lo redige e degli atti da questi compiuti, sia dei fatti che egli attesta essere avvenuti in sua presenza»[4].

Le Sezioni Unite, quindi, risolvendo i contrasti sorti fino a quel momento nella giurisprudenza, hanno statuito che il cancelliere, esattamente come il giudice, riveste la qualifica di pubblico ufficiale e lo svolgimento delle formalità relative all’udienza, ivi compresa la stesura del verbale, rientra nell’esercizio di una pubblica funzione (art. 357 c.p.); ciò sta a significare che gli atti redatti o formati con il suo concorso, nell’ambito delle funzioni al medesimo attribuite e con l’osservanza delle formalità prescritte dalla legge, costituiscono atti pubblici ai sensi dell’art. 2699 c.c. e, conseguentemente, rientrano nella previsione di cui all’art. 29, comma 1-bis, l. n. 52/1985 e sono titoli idonei alla trascrizione ex art. 2657 c.c..

Quanto invece agli incombenti relativi alla verifica della coincidenza dell’intestatario catastale con il soggetto risultante dai registri immobiliari previsti dall’ultima parte dell’art. 29, comma 1-bis, l. n. 52/1985, la Corte ha affermato che essi «possono essere eseguiti dall’ausiliario del giudice, sulla base della documentazione che le parti saranno tenute a produrre, se del caso mediante un protocollo che ciascun ufficio giudiziario – come accade già in diversi Tribunali – potrà predisporre d’intesa con il locale Consiglio dell’Ordine degli Avvocati».

L’attestazione in merito alla c.d. conformità soggettiva, dunque, potrà essere eseguita direttamente dal cancelliere sulla base degli atti prodotti dalle parti e delle dichiarazioni dalle medesime rese ai sensi dell’art. 29, comma 1-bis, l. n. 52/1985 ed il mancato compimento, da parte dell’ausiliario, dell’ulteriore verifica circa l’intestatario catastale dei beni trasferiti e la sua conformità con le risultanze dei registri immobiliari, non producono nullità del trasferimento.

 

 

[1] In questo senso nella giurisprudenza di merito possiamo ricordare, fra le altre, la sentenza del Tribunale di Pordenone del 16 marzo 2017, che ha disposto la trascrizione nei registri immobiliari di un atto di trasferimento della casa coniugale da un coniuge all’altro pattuito in sede di separazione mediante negoziazione assistita.

[2] In tal senso, v. anche Cass. civ., 21 febbraio 2006, n. 3747 e Cass. civ., 23 settembre 2013, n. 21736, secondo cui una pattuizione di tal tipo non può ritenersi affetta da nullità, non ponendosi in contrasto né con norme imperative né con diritti indisponibili.

[3] La Corte si è espressa sull’ipotesi in cui l’accordo preveda l’immediato trasferimento del bene e non anche in ordine all’ipotesi in cui esso si sia limitato a prevedere l’obbligo di trasferire: in tale ultimo caso, infatti, nessun problema potrebbe presentarsi, giacché il trasferimento avrà luogo dopo la sentenza di divorzio o il decreto di omologazione della separazione in virtù di un atto notarile regolarmente registrato e trascritto.

[4]A tal proposito, cfr. Cass. civ., 12 gennaio 2009, n. 440 e Cass. civ., 11 dicembre 2014, n. 26105.

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