Affissione del Crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche e «ragionevole accomodamento»

Di MARIA ELENA RUGGIANO -

Cass. Sez. Un. 09.09.2021

Con la sentenza in commento le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si sono pronunciate, ancora una volta, sulla esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche. La questione, rimessa loro dalla Sezione lavoro, viene risolta con una decisione di indubbio interesse che, in tema di libertà di religione, in uno spazio pubblico qualificato, quale l’aula scolastica, indica una strada segnata dalla mitezza e dalla ragionevolezza che vede affidare alla valutazione dei singoli istituti scolastici, la decisione  della esposizione, sulle diverse istanze di studenti e docenti; tale decisione però, pur condivisibile, si presenta con i confini molto incerti e forse non è la strada più idonea.

Attraverso tale sentenza si chiude quindi la vertenza, avente ad oggetto il ricorso fatto da un docente di ruolo in materie letterarie, il quale invocando la libertà di insegnamento e di coscienza in materia religiosa, rimuoveva sistematicamente il Crocifisso presente nell’aula in cui si trovava per il tempo necessario allo svolgimento della lezione, rimettendolo poi al suo posto al momento di andarsene.

Con ordinanza del 18 settembre 2020, n. 19618, una sezione della Cassazione rimetteva alle Sezioni Unite la decisione di un ricorso contro la sentenza della Corte di Appello di Perugia chiarendo che ciò avveniva in contrasto con la delibera dell’assemblea degli studenti che, sollecitati ad esprimere un loro parere dal Dirigente scolastico, si erano espressi nel senso che il Crocifisso dovesse rimanere sempre appeso nelle aule durante lo svolgimento delle lezioni.

Il Dirigente scolastico chiamato a dirimere la questione infatti, fatta propria la decisione degli studenti, tramite un ordine di servizio aveva imposto a tutto il corpo docente di attenersi al deliberato dell’assemblea; in conseguenza di ciò la condotta del suddetto docente, non rispettosa del comando, era stata censurata dall’Ufficio scolastico provinciale il quale, il 16 febbraio 2009, aveva inflitto al medesimo la sanzione disciplinare della sospensione dall’insegnamento per trenta giorni poiché questo «invocando la libertà di insegnamento e di coscienza in materia religiosa, aveva sistematicamente rimosso il simbolo (il Crocifisso) prima di iniziare la lezione, ricollocandolo al suo posto solo al termine della stessa, ed  aveva anche proferito frasi ingiuriose nei confronti del dirigente, che pretendeva il rispetto delle disposizioni impartite in conformità al deliberato dell’assemblea di classe».

La Corte di Appello di Perugia aveva respinto il gravame proposto dal docente in base alle seguenti considerazioni:

  1. «doveva escludersi il carattere discriminatorio della condotta del Dirigente scolastico in quanto l’ordine di servizio licenziato dal medesimo era rivolto all’intero corpo docente e non solo al FC»;
  2. «l’esposizione del Crocifisso non è lesiva di diritti inviolabili della persona né è, di per sé sola, fonte di discriminazione tra individui di fede cristiana e soggetti appartenenti ad altre confessioni religiose». La Corte territoriale, sul punto, richiama la motivazione della sentenza CEDU per sostenere che «il simbolo è essenzialmente passivo e la sua esposizione nel luogo di lavoro, così come è stata ritenuta non idonea ad influenzare la psiche degli allievi, a maggior ragione non è sufficiente a condizionare e comprimere la libertà di soggetti adulti e ad ostacolare l’esercizio della funzione docente»”[1];
  3. Il Dirigente scolastico, inoltre, aveva imposto agli insegnanti solamente di tollerare l’affissione del Crocifisso nell’aula; la sua volontà non consisteva nel prestare ossequio ai valori della religione cristiana o di sollecitare la partecipazione a cerimonie con funzioni di carattere religioso, sicché il comportamento del ricorrente non era giustificato dalla percezione soggettiva di una violazione di diritti di libertà.

Avverso la decisione il docente ricorreva in Cassazione, lamentando la violazione del principio costituzionale di laicità dello Stato, oltre che delle norme di legge che assicurano il diritto alla libertà negativa di religione e alla libertà di coscienza dell’insegnante e del plesso normativo che tutela il lavoratore da condotte discriminatorie del datore di lavoro[2].

Le Sezioni Unite hanno, da un lato, concluso che la circolare del Dirigente scolastico, relativa alla esposizione del Crocifisso in aula «non integra una forma di discriminazione a causa della religione nei confronti del docente … perché, recependo la volontà degli studenti in ordine alla presenza del Crocifisso, il Dirigente scolastico non ha connotato in senso religioso l’esercizio della funzione pubblica di insegnamento, né ha condizionato la libertà di espressione culturale del docente dissenziente» e dall’altro, espresso principi assolutamente rilevanti stabilendo che:

  • «in base alla Costituzione repubblicana, ispirata al principio di laicità dello Stato e alla salvaguardia della libertà religiosa positiva e negativa, non è consentita, nelle aule delle scuole pubbliche, l’affissione obbligatoria, per determinazione dei pubblici poteri, del simbolo religioso del Crocifisso»;
  • «l’art. 118 del regio decreto n. 965/1924, che comprende il Crocifisso tra gli arredi scolastici, deve essere interpretato in conformità alla Costituzione e alla legislazione che dei principi costituzionali costituisce svolgimento ed attuazione, nel senso che la comunità scolastica può decidere di esporre il Crocifisso in aula con valutazione che sia frutto del rispetto delle convinzioni di tutti i componenti della medesima comunità, ricercando un “ragionevole accomodamento” tra eventuali posizioni difformi».

Dobbiamo sicuramente essere grati alla Suprema Corte per aver affrontato nuovamente il problema della libertà religiosa e le problematiche ad essa collegate con estrema sensibilità ed evidente equilibrio ma ad ogni buon conto si rende necessario un piccolo ragionamento.

Il contesto in cui si svolge la questione de quo è l’aula scolastica che consiste in uno spazio pubblico qualificato e la questione, come sopra detto, non fu posta dalle famiglie o dagli studenti ma dallo stesso docente che si vedeva negata la possibilità di togliere il Crocifisso dalla assemblea degli studenti.

Le Sezioni Unite, dapprima, hanno stabilito il presupposto normativo della delibera degli studenti rintracciandolo nel dettato dell’art. 118 del regio decreto 30 aprile 1924, n. 965 e dell’art. 119 del regio decreto 26 aprile 1928, n. 1297[3] chiarendo che «l’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche non è prevista da alcuna disposizione di rango legislativo, ma è, essa stessa affidata e appesa a un quadro normativo fragile, sia per il grado non primario della fonte che detta esposizione contempla, sia, soprattutto, per l’epoca pre – costituzionale della emanazione della relativa disciplina, un epoca segnata, tra l’altro, da un confessionalismo di Stato e da una struttura fortemente accentrata e autoritaria dello Stato stesso». Pur non esistendo una previsione normativa riguardante le scuole superiori la Corte le inserisce nelle previsioni suddette poiché il regio decreto deve essere letto «secondo la strutturazione del sistema scolastico al momento della introduzione della disciplina.

Conclusa tale  fase di ricerca le Sezioni Unite hanno poi voluto verificare se le basi normative individuate siano ancora valide e applicabili alla luce del nuovo assetto costituzionale repubblicano, improntato al principio di laicità dello Stato e alla separazione tra la sfera civile e quella religiosa e, in tale ottica, si è ritenuto necessario fare una interpretazione dei regi decreti «in senso conforme alla Costituzione e alla legislazione che dei principi costituisce svolgimento e attuazione».

Ci si addentra quindi nella parte più spinosa e delicata della pronuncia poiché vero è che nel diverso quadro costituzionale in cui ci troviamo oggi, rispetto ai regi decreti, «l’esposizione autoritativa del Crocifisso nelle aule scolastiche non è compatibile con il principio supremo di laicità dello Stato e l’obbligo di esporre il Crocifisso è l’espressione di una scelta confessionale». Per le Sezioni Unite «il Crocifisso di Stato nelle scuole pubbliche entra in conflitto anche con un altro corollario della laicità: l’imparzialità e l’equidistanza che devono essere mantenute dalle pubbliche istituzioni nei confronti di tutte le religioni».

Ragione per cui, l’esposizione del Crocifisso non è più un atto dovuto, non potendone imporre la presenza e la disposizione ex art. 118 del Regio decreto n. 965/1924 «va interpretata nel senso che l’aula può accoglierne la presenza allorquando la comunità scolastica interessata valuti e decida in autonomia di esporlo, nel rispetto e nella salvaguardia delle convinzioni di tutti, affiancando al Crocifisso, in caso di richiesta, gli altri simboli delle fedi religiose presenti all’interno della stessa comunità scolastica e ricercando un ragionevole accomodamento che consenta di favorire la convivenza delle pluralità».

La Corte ha voluto renderci una “interpretazione evolutiva” capace di tramutare l’obbligo in facoltà ispirandosi ad un principio di “universalismo concreto” aperto alla “pluralità dei simboli” e teso alla ricerca di una “soluzione mite”, rimandando le scelte alla decisionalità momentanea se non all’arbitrio «alla luce delle concrete esigenze, nei singoli istituti scolastici, con la partecipazione di tutti i soggetti coinvolti e con il metodo della ricerca del più ampio consenso».

Se da un lato, fortunatamente quindi, la Corte non prende in considerazione l’ipotesi del “muro bianco”[4] in quanto afferma che «la laicità italiana non è neutralizzante: non nega le peculiarità e le identità di ogni credo e non persegue un obiettivo di tendenziale e progressiva irrilevanza del sentimento religioso, destinato a rimanere nella intimità della coscienza dell’individuo. La laicità della Costituzione si fonda su un concetto inclusivo e aperto di neutralità e non escludente di secolarizzazione»; dall’altro la stessa apre a quel muro definito “barocco”[5] tramite «l’affissione di simboli di altre fedi religiose o di altri convinzioni ideali o filosofiche presenti in classe» e nel fare ciò, sconfessa se stessa, quando afferma che «il Crocifisso, proprio in quanto espressivo di una esperienza religiosa, descrive anche uno dei tratti del patrimonio culturale italiano e rappresenta una storia e una tradizione di popolo. L’Italia ha infatti profonde radici cristiane, intrecciate con quelle umanistiche. Lo testimoniano – è stato autorevolmente affermato – le sue città e i suoi antichi borghi … le sue cattedrali, la sua arte». È in ciò, che troviamo la singolarità del Crocifisso rispetto a simboli di altre religioni, soprattutto le nuove, che possono risultare astratti e incomprensibili ai più e non giustificare la loro inclusione in un arredo pubblico.

La peculiarità del Crocifisso lo libera anche da capacità di proselitismo e propaganda, come riconosciuto dalla stessa Corte, quando afferma che «il Collegio rimarca, seguendo l’insegnamento della Grande Camera nel caso Lautsi, che il Crocifisso appeso al muro di un’aula scolastica è un simbolo essenzialmente passivo, poiché non implica da parte del potenziale destinatario del messaggio alcun atto, neppure implicito, di adesione ad esso. Nella sua fissità e nella sua dimensione statica, esso non pretende osservanza e riverenza. Parla soltanto a chi, credente o non credente, si pone rispetto ad esso in atteggiamento di volontario ascolto».

Il ragionevole accomodamento inteso «come ricerca, insieme, di una soluzione mite, intermedia, capace di soddisfare le diverse posizioni nella misura concretamente possibile, in cui tutti concedono qualcosa facendo, ciascuno, un passo in direzione dell’altro» poteva essere forse formulato in maniera diversa, nella consapevolezza che un’apertura a tutti i simboli religiosi messi “sullo stesso piano”  non trova giustificazione proprio per il quid pluris che porta con sé il Crocifisso e che gli conferisce la posizione di unicum tra i tanti simboli che possano esistere. D’altronde parte della dottrina ritiene da tempo che sia «discutibile sciogliere il nodo della esposizione istituzionalizzata dei simboli religiosi ricorrendo a soluzioni miti fondate sulla decisione discrezionale della maggioranza della comunità interessata della questione. La materia dei rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose è infatti riservata allo Stato, il quale deve fissarne i principi essenziali, garantendone l’uniforme applicazione sul territorio nazionale onde evitare che si disperdano nei meandri delle rivendicazioni e dei bizantinismi locali»[6].

Non si rifiuta certamente in questa sede la strada condivisibilissima, del “ragionevole accomodamento” ma si vuole tenere lo sguardo rivolto alla giurisprudenza della Corte EDU e alla legislazione in materia di diritti umani dove si segnala che «sebbene la Corte di Strasburgo abbia più volte riconosciuto nel pluralismo una condizione essenziale per la realizzazione di uno Stato democratico, il pluralismo della scuola incontra un limite nel margine di apprezzamento lasciato agli Stati contraenti … il pluralismo nella scuola è delineato come divieto di indottrinamento e, dunque, essenzialmente come libertà di pensiero e mancanza di ogni imposizione ideologica nell’insegnamento impartito. L’indottrinamento è stato il punto di riferimento per risolvere anche le note controversie relative all’esposizione di simboli religiosi nelle scuole pubbliche, laddove la Corte ha effettuato una valutazione della forza indottrinante degli stessi, in termini di capacità di condizionamento delle coscienze degli studenti, per poter stabilire se la loro esposizione fosse da ritenersi contraria alla Convenzione o meno. Tale valutazione ha condotto, come è noto, a ritenere il Crocifisso un simbolo essenzialmente passivo a cui non si può attribuire una influenza sugli alunni paragonabile a quella che può avere un discorso didattico o la partecipazione ad attività religiose e, dunque, a considerare la sua esposizione nelle aule delle scuole pubbliche non contraria al principio di libertà religiosa ed educativa»[7].

Per tutto quanto sopra detto, la decisione della Corte rischia di non essere puntuale in ordine alla precisazione del concetto di “ragionevole accomodamento” e di aprire la strada ad arbitri di dubbia validità.

           

[1] Si veda Corte EDU, 18 marzo 2011.

[2] Si veda sul punto la Direttiva 27 novembre 2000 n. 2000/78/CE recepita in Italia dal d.lgs. 9 luglio 2003, n. 216.

[3] Si riferiscono agli arredi nelle aule scolastiche rispettivamente delle scuole secondarie di primo grado (ex scuole medie) e della scuola primaria.

[4] Si vedano M. Bignami, Il Crocifisso nelle aule scolastiche dopo Strasburgo: una questione ancora aperta, in AIC, 3 giugno 2011 e E. Rossi, Laicità e simboli religiosi in Atti del Convegno annuale AIC, “Problemi pratici della laicità agli inizi del secolo XXI”, Napoli, 26 e 27 ottobre 2007.

[5] M. Bignami, Il Crocifisso nelle aule scolastiche dopo Strasburgo, cit.

[6] S. Baldassarre, Brevi considerazioni a margine della proposta di legge n. 387 del 2018 “Disposizioni concernenti l’esposizione del Crocifisso nelle scuole e nelle pubbliche amministrazioni”, in Stato, Chiese e Pluralismo confessionale, 2019, 12, p. 11.

[7] Si vedano sul punto gli artt. 9 e 14 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e l’art. 2 del Protocollo addizionale della stessa ed ancora, in giurisprudenza, Corte EDU, 18 marzo 2011, ric. n. 30814/06, Lutsi e altri c. Italia; Corte EDU, 15 febbraio 2001, ric. n. n. 42393/98, Dahlab c. Svizzera.

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