Nuova convivenza e mancata cessazione dell’assegno divorzile

Di LUANA LEO -

Cass. civ. Sez. Un. 05.11.2021.

Con la sentenza in commento, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione rigettano l’ipotesi della perdita dell’assegno divorzile nei confronti dell’ex coniuge che, pur convivendo stabilmente con un terzo, risulti essere sprovvisto di mezzi idonei per sopravvivere, in nome della funzione esclusivamente compensativa dell’assegno stesso.

Il caso di specie trae origine dalla decisione del Tribunale che, dichiarando la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto dai coniugi, affidava i figli minori alla madre determinando il contributo per il mantenimento dei figli a carico del padre e poneva a carico dell’ex marito l’obbligo di versare alla ex moglie un assegno divorzile di Euro 850,00 mensili.

A seguito di ricorso della controparte avverso la predetta decisione, la Corte di appello escludeva l’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile mensile, in ragione della dichiarata stabile convivenza della donna con un nuovo compagno dal quale aveva avuto una figlia. È opportuno segnalare come tale negazione discenda dall’esplicita volontà della Corte di appello di conformarsi al principio di diritto espresso dalla più recente giurisprudenza, secondo cui l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una comunità familiare, anche se di fatto, fa venire meno definitivamente ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’ex coniuge (Cass., n. 6855/2015). La formula che attesta l’inclusione della “famiglia di fatto” nell’alveo delle aggregazioni giuridicamente rilevanti è quella di “formazioni sociali” (art. 2 Cost.). Come risaputo, la “famiglia di fatto”, per annoverarsi tra le formazioni sociali tutelate dall’art. 2 Cost., deve presentare un certa grado di stabilità, e deve essere caratterizzata dall’abituale convivenza e dalla comunanza di vita e di interessi che, identificandola alla stregua di una comunità spirituale ed economica, e non solo affettiva, valgono a differenziarla da altre forme di rapporti precari ed instabili.

La donna articola quattro motivi di ricorso. In tale sede, interessa esaminare accuratamente solo

il secondo motivo, con il quale la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 10, l. n. 898/1970, nella parte in cui la Corte di appello di Venezia ritiene che «la semplice convivenza more uxorio con altra persona provochi, senza alcuna valutazione discrezionale del giudice, l’immediata soppressione dell’assegno divorzile». La ricorrente, poi, sottolinea di avere rinunciato, nei nove anni di durata del matrimonio, ad un’attività lavorativa, per dedicare il proprio tempo alla cura della prole e di essere legata economicamente all’attuale compagno, che, in quanto operaio, percepisce un reddito lavorativo di media entità, impoverito ulteriormente dal mutuo per l’acquisto della casa, presso la quale convivono anche i figli avuti dalla donna con l’ex marito.

Occorre segnalare la sussistenza di tre orientamenti, tutti accomunati dal riconoscimento di rilevanza giuridica alla convivenza e dall’affermazione della necessità di un accertamento giudiziale in merito alla stabilità di essa, cosicché possa spiegare i suoi effetti sul diritto a beneficiare dell’assegno di divorzio. Il primo orientamento, più risalente, sostiene che l’instaurazione di una convivenza stabile e duratura non comporta la cessazione automatica del diritto all’assegno di divorzio, che può essere eventualmente rimodulato dal giudice in virtù del nuovo quadro familiare.

Il secondo orientamento, considerato intermedio, ammette la sospensione del diritto all’assegno divorzile per tutta la durata della convivenza, che può riprendere vigore ove tale condizione venga meno, operando così una sorta di reviviscenza.

Infine, il terzo ed ultimo indirizzo segna una netta cesura rispetto agli approcci precedenti. Tale posizione si incentra sulla valorizzazione estrema del principio di autoresponsabilità: il diritto all’assegno di divorzio si estingue automaticamente in seguito all’instaurazione di una convivenza stabile e duratura. Sebbene tale orientamento sia stato accolto con favore dalla dottrina in ragione di un contesto sociale profondamente mutato, vi è chi ritiene che la soluzione proposta non convinca sotto il profilo dell’equità. In tale senso, infatti, risulta scorretto e iniquo sottrarre l’assegno al coniuge economicamente più vulnerabile, noto per avere sacrificato il proprio percorso professionale a vantaggio delle esigenze familiari, a fronte di una convivenza con altra persona. La dottrina, in virtù dell’affermazione della natura anche compensativa dell’assegno di divorzio (Cass., Sez. Un., n. 18287/2018), considera lesiva dei principi di uguaglianza e di libertà l’estinzione della compensazione in conseguenza delle scelte affettive del coniuge, dopo la fine del rapporto di coppia.

È interessante constatare come le Sezioni Unite ritengano il terzo orientamento non confortato dall’originario riferimento normativo, che delimita la perdita dell’assegno divorzile soltanto nella differente ipotesi delle nuove nozze. L’assenza di previsione normativa da cui discenda il venir meno del diritto all’assegno di divorzio all’instaurarsi di una convivenza di fatto non ammette il ricorso all’analogia, consentito dall’art. 12 delle preleggi solo ove manchi nell’ordinamento una specifica disposizione regolante la fattispecie concreta e si debba colmare un evidente vuoto normativo. Tuttavia, in tale circostanza, non si è di fronte ad una lacuna, ma a regolamentazioni diverse rispetto a situazioni eterogenee. Diversamente, si avrebbe un’analogia in malam partem, implicante la caducazione automatica di un diritto riconosciuto dall’ordinamento.

La Cassazione richiama la giurisprudenza costituzionale, impegnata ad estendere al convivente

le tutele o le cause di non punibilità previste per il coniuge, senza privare le due figure dei propri contorni caratteristici. In tale senso, infatti, si deve escludere l’equiparazione tra matrimonio e convivenza, avallata peraltro dall’insussistenza di «un’esigenza costituzionale alla piena parità di trattamento». Nell’ottica della Corte costituzionale, qualora la legge associa un’automatica perdita di tutela all’instaurarsi di una situazione, deve prevederlo espressamente; tuttavia, anche in presenza di una previsione esplicita, è richiesta cautela nell’applicare meccanismi automatici, che possono comportare una contrazione di tutela in ambito familiare.

Come risaputo, l’assegno di divorzio assolve una duplice funzione: assistenziale e perequativa (Cass., Sez. Un., n. 18287/2018). Seguendo il ragionamento delle Sezioni Unite, la caducazione del diritto all’assegno divorzile è incompatibile con la funzione compensativa dalla stessa esplicata. Il riequilibrio della disparità delle posizioni economiche non risponde alla necessità di garantire il medesimo tenore di vita, ma di sostenere il coniuge più debole, sprovvisto di mezzi adeguati o comunque impossibilitato a procurarseli. Una volta attestato ciò, la Sezioni Unite soffermano l’attenzione sulla questione principale: come possa incidere sull’esistenza del diritto all’assegno e sulla sua quantificazione l’instaurazione di una stabile convivenza di fatto da parte del coniuge beneficiario. Secondo la Cassazione, è impossibile ignorare che la costituzione di una famiglia di fatto – specialmente laddove nascano figli – costituisca espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, a cui corrisponde un’assunzione di responsabilità nei confronti del nuovo nucleo familiare. Una convivenza stabile richiede al nuovo compagno l’impegno a contribuire economicamente alle esigenze familiari. Tale impegno però non costituisce l’adempimento di un’obbligazione naturale, bensì di un reciproco dovere di assistenza morale e materiale. Per tale motivo, in presenza di prova dell’instaurarsi di tale stabile convivenza, sia nel giudizio volto al riconoscimento dell’assegno, che nel giudizio di revisione delle condizioni patrimoniali, viene meno il diritto alla componente assistenziale dell’assegno, anche per il futuro. Al contrario, non viene meno la componente compensativa, salvo che essa non sia stata già soddisfatta all’interno del matrimonio, in virtù della scelta del regime patrimoniale ovvero degli accordi sottoscritti al momento della scissione del nucleo. Ai fini dell’accertamento dell’incidenza della convivenza sul diritto all’assegno, il giudice dovrà considerare due elementi: la stabilità della convivenza e la sua decorrenza. Sul versante probatorio, incombe al coniuge onerato il compito di dimostrare l’esistenza di una nuova convivenza stabile in capo all’altro coniuge. A tale proposito, occorre precisare che il coniuge onerato dovrà limitarsi a provare l’altrui costituzione di una formazione sociale stabile, essendo esonerato dal fornire la prova di un’effettiva contribuzione di ciascuno dei membri nella sfera familiare. Infine, la Cassazione osserva come la funzione compensativa dell’assegno di divorzio mal si coniughi con un’erogazione periodica, tipica di una prestazione assistenziale. In definitiva, con la sentenza in esame, i giudici di legittimità cercano di sciogliere con maggiore accuratezza il nodo irrisolto tra solidarietà matrimoniale e nuova convivenza del coniuge debole.

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