Stato di abbandono del minore e recupero delle capacità genitoriali

Di LUANA LEO -

Cass. civ. ord. 31.12.2021 n. 42142

Con la pronuncia in commento, la Corte di Cassazione statuisce che i problemi di arretratezza cognitiva e culturale dei genitori non giustificano la decadenza dalla responsabilità genitoriale; al contempo, le criticità sopracitate non implicano la dichiarazione dello stato di adottabilità, nonché il provvedimento più radicale che possa essere assunto nei riguardi del minore, tale da recidere i suoi legami con la famiglia di origine ed integrarlo così in un nuovo nucleo.

La vicenda prende le mosse dalla sentenza del Tribunale per i minorenni di Lecce, che dichiarava lo stato di adottabilità dei minori, considerando le parti inidonee alla funzione genitoriale. In particolare, la figura materna aveva instaurato un rapporto extraconiugale, prendendo così le distanze dai figli; il padre risultava privo di risorse (anche intellettive); i nonni materni, invece, erano reputati inabili per incapacità di costante impegno e difetto di autonomia dell’iniziativa, diretta al recupero della figlia.

A seguito del rigetto dell’impugnazione da parte della Corte di appello di Lecce, il padre solleva ricorso per cassazione, adducendo sei motivi.

Con il primo motivo di ricorso, denuncia la mancata predisposizione di un progetto di intervento finalizzato a supportarlo nelle funzioni genitoriali.

Con il secondo motivo, invece, il ricorrente lamenta la mancata valutazione del rapporto padre-figli, oltre alla violazione del principio di eccezionalità del ricorso all’adozione cd. legittimante.

Il terzo motivo è incentrato sull’omessa considerazione di un elemento cruciale, ossia il cambiamento della condizione esistenziale del ricorrente e la concreta possibilità di sostanziali evoluzioni.

Di notevole spessore è il quarto motivo, con cui la figura paterna critica la pronuncia impugnata per aver basato la valutazione della sua inidoneità genitoriale in considerazione della scarsa capacità di «osservazione e ragionamento» e della sua «fragilità cognitiva», ricollegate alla bassa scolarizzazione, alla lunga permanenza in Germania (dai 16 ai 42 anni) e all’operato come bracciante agricolo.

In ultima analisi, con il quinto ed il sesto motivo, il ricorrente contesta rispettivamente la mancata considerazione della possibilità di evitare la rescissione del legame filiale tramite la c.d. adozione mite e la contraddittorietà ed inesistenza della motivazione.

La Cassazione accoglie le prime quattro censure, ritenendo assorbiti i successivi motivi. In primo luogo, la Suprema Corte pone in luce l’orientamento secondo cui il ricorso alla dichiarazione di adottabilità rappresenta solo un rimedio eccezionale e una «soluzione estrema», giacchè la l. 4 maggio 1983, n. 184 («Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori») tutela in via prioritaria il diritto del minore a crescere ed essere educato nel proprio nucleo familiare di origine, quale contesto più idoneo al suo armonico sviluppo psico-fisico.

Alla luce di ciò, il giudice di merito è tenuto ad attuare un giudizio prognostico diretto ad accertare la reale ed attuale possibilità di recupero delle capacità e competenze genitoriali, in relazione sia alle condizioni di lavoro, reddituali ed abitative, sia a quelle psichiche, da valutarsi, in caso di necessità, attraverso indagine peritale, estendendo tale verifica anche alla comunità familiare. La soluzione “estrema”, dunque, trova concretizzazione solo ove ogni ulteriore rimedio risulti inappropriato con l’esigenza dell’acquisto e del recupero del minore stesso. Tuttavia, nell’eventualità in cui l’ambiente familiare risulti inadatto al suo normale sviluppo psico-fisico, la rescissione del legame diviene l’unico strumento capace di scongiurare un maggiore pregiudizio; pertanto, in tale circostanza, ricorre la situazione di abbandono di cui all’art. 8, l. n. 184/1983. Di recente, quanto appena esposto è stato richiamato dalle Sezioni Unite per specificare che la dichiarazione di adottabilità di un minore, in virtù dell’art. 8 CEDU, dell’art. 7 della Carta di Nizza e dell’art. 18 della Convenzione di Istanbul, costituisce un extrema ratio imperniata sull’accertamento della definitiva non recuperabilità della capacità genitoriale, in presenza di fatti particolarmente gravi, indicativi dello stato di abbandono (art. 8, l. n. 183/1984), accertati nei confronti di entrambi i genitori (Sez. Un., n. 35110/2021).

Nell’ottica del giudice di legittimità, la Corte di appello non ha individuato opzioni alternative alla scelta più drastica; essa, poi, non ha tenuto in considerazione la presenza costante della figura paterna nella frequentazione dei figli presso la struttura di collocamento, come riferito dai servizi sociali e dalla consulente tecnica. La Corte di Appello, altresì, non ha tenuto presente il positivo mutamento della situazione lavorativa, abitativa e relazione del padre: egli lavora come bracciante agricolo e dispone di una abitazione pulita e ordinata, adiacente all’azienda. Peraltro, il giudice di seconde cure ha posto in luce quali elementi negativi nell’esercizio della funzione genitoriale talune circostanze relative al periodo pregresso.

In definitiva, la Corte di appello ha conferito rilievo a circostanze oggettivamente trascurabili, attinenti alla lacunosa dotazione cognitiva e alle notevoli carenze culturali ed espressive del ricorrente. Tale modo di procedere, pur indirizzato a proteggere il fanciullo, finisce con il ledere la dignità della persona. Alla luce di ciò, la Corte di Cassazione cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti (i conseguenti motivi, quinto e sesto, rimangono assorbiti), rinviando la causa alla Corte di appello, in diversa composizione.

In tale sede, appare opportuno esporre brevi considerazioni in ordine al concetto di “stato di abbandono del minore”. In primis, occorre precisare che tale concetto, presupposto della dichiarazione di adottabilità, trova spazio nella risalente l. n. 6972/1890, concernente l’assistenza ai poveri. In tale contesto storico, però, l’interesse delle istituzioni ai minori, non era finalizzato alla ricostituzione di un solido rapporto familiare alternativo a quello, inesistente o gravemente carente, del nucleo biologico, ma alla realizzazione di una serie di interventi, aventi natura amministrativa. Un radicale cambio di prospettiva si registra con la l. n. 431/1967, istitutiva della c.d. adozione speciale: lo stato di abbandono diventa il presupposto per un intervento ricostruttivo del legame familiare, in considerazione della consolidata affermazione – contemplata nella l. n. 184/1983 – del diritto del minore di vivere all’interno della comunità familiare, idealmente la propria, ma – quale extrema ratio – anche in un’altra.

In giurisprudenza, è ormai pacifico che lo stato di abbandono sussista non solo in caso di assoluta mancanza della famiglia di origine, ma anche quando il comportamento dei genitori, sostanziandosi in una mera insufficienza dell’apporto imprescindibile per lo sviluppo e la formazione della personalità del minore, pregiudichi o comporti pericolo di pregiudizio per la salute e l’armonico sviluppo fisico e psichico dello stesso. In concreto, il minore deve ritenersi “in stato di abbandono” laddove vi sia una oggettiva e non temporanea assenza di quel minimo di cure materiali, affetto e supporto psicologico necessario a consentirgli un normale sviluppo psico-fisico. Sebbene il legislatore non abbia accolto la concezione soggettiva o psicologica dell’abbandono, tale stato deve considerarsi evidente ed accentuato qualora il minore si senta solo ed emarginato e trascorra la sua infanzia in termini di vuoto affettivo.

È doveroso segnalare – a parere di chi scrive – che la legge non intende colpire il genitore “insensibile”, non interessato a occuparsi della propria prole. È la posizione del minore, e non quella dell’adulto, ad essere oggetto di specifica attenzione.

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