L’instaurazione di una stabile convivenza more uxorio non determina la perdita automatica ed integrale del diritto all’assegno divorzile

Di CHIARA VITAGLIANO -

Cass. civ., sez. VI, ord. 18 febbraio 2022, n. 5447

Con l’ordinanza in commento, la Corte di Cassazione torna ad affrontare il tema del riconoscimento di assegno divorzile in favore dell’ex coniuge che abbia instaurato una convivenza more uxorio.

All’origine della pronuncia vi è la sentenza con cui la Corte d’appello di Torino ha negato l’assegno divorzile in favore dell’ex moglie in ragione della sussistenza di una stabile convivenza con un terzo, intrapresa in epoca successiva alla cessazione della vita coniugale.

La moglie soccombente ha, così, proposto ricorso per Cassazione, affidandolo a due motivi, entrambi afferenti alla violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 6, l. n. 898/1970 e degli artt. 143, 148, 159 e 179 c.c. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c.

La Suprema Corte  ha accolto il ricorso proposto e, riprendendo il principio di diritto espresso dalla sentenza a Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 32198 del 5 novembre 2021, ha rilevato che: «L’instaurazione da parte dell’ex coniuge di una stabile convivenza di fatto, giudizialmente accertata, incide sul diritto al riconoscimento di un assegno di divorzio o alla sua revisione nonché sulla quantificazione del suo ammontare, in virtù del progetto di vita intrapreso con il terzo e dei reciproci doveri di assistenza morale e materiale che ne derivano, ma non determina, necessariamente, la perdita automatica ed integrale del diritto all’assegno».

Viene quindi confermato l’orientamento della Cassazione in virtù del quale l’instaurazione da parte dell’ex coniuge di una stabile convivenza non determina necessariamente la caducazione automatica e integrale del diritto all’ assegno divorzile.

La pronuncia in commento, si colloca, dunque, in perfetta linea di continuità con la recente posizione assunta dalla giurisprudenza di legittimità in tema di incidenza della stabile convivenza sull’assegno divorzile, ponendosi come punto di arrivo di un contrasto giurisprudenziale sorto fin dalla introduzione della disciplina del divorzio.

In particolare l’art. 5, comma 10, l. n. 898/1970 circoscrive la perdita del diritto all’assegno divorzile alla sola ed unica ipotesi in cui l’ex coniuge beneficiario contragga nuove nozze.

La mancanza di una apposita previsione normativa da cui discenda la caducazione automatica del diritto all’assegno divorzile all’instaurarsi di una convivenza more uxorio del coniuge beneficiario ha, dunque, stimolato l’intervento della giurisprudenza, la quale si è fatta carico di valutare l’incidenza della nuova situazione di fatto sull’esistenza del diritto all’assegno e sulla sua quantificazione.

Si sono delineati nel tempo diversi orientamenti, tutti accomunati dalla necessità di riconoscere rilevanza giuridica alla convivenza laddove la stessa sia dotata dei requisiti di stabilità e continuità.

L’orientamento più risalente, affermatosi fin dall’entrata in vigore della l. n. 898/1970 nel nostro ordinamento, sostiene che la convivenza more uxorio, pur se non esclude di per sé il diritto all’assegno di divorzio, può spiegare rilievo sulla determinazione della sua entità, se e nei limiti in cui comporti un miglioramento delle condizioni patrimoniali del coniuge beneficiario (Cass., n. 1477/1982; Cass., n. 2569/1986; Cass., n. 3270/1993; Cass., n. 13060/2002; Cass., n. 24056/2006; Cass., n. 2709/2009; Cass., n. 24832/2014).

Detto indirizzo si fonda sulla valorizzazione dei riflessi economici della nuova convivenza, la quale rileva sulla determinazione dell’assegno laddove si risolva, sul piano fattuale, in una fonte, effettiva e non aleatoria, di reddito.

Tale nuova relazione, tuttavia, essendo priva del carattere di stabilità proprio del vincolo coniugale, in quanto legata al perdurare di una mera situazione di fatto, non può dar luogo ad un’esclusione dell’assegno, ma soltanto ad una sua riduzione.

Il secondo orientamento, considerato intermedio, afferma che il rapporto di convivenza determina una sospensione temporanea del diritto all’assegno divorzile, il quale entra in uno stato di quiescenza, con possibilità di reviviscenza nel caso in cui venga meno la nuova relazione (Cass., n. 536/1977; Cass., n. 11975/2003; Cass., n. 17195/2011).

In tempi più recenti si è consolidato un terzo orientamento, inaugurato dalla pronuncia della Cassazione n. 6855/2015, e al quale si è uniformata la giurisprudenza successiva che afferma l’estinzione automatica, definitiva ed integrale del diritto all’assegno divorzile per effetto di una stabile convivenza da parte del beneficiario (così Cass. civ., 8 febbraio 2016, n. 2466 e Cass. civ., 12 novembre 2019, n. 29317).

L’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una convivenza dotata dei connotati di stabilità e continuità, incide non solo da un punto di vista economico, ma anche sotto il profilo ontologico, facendo venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge.

Tale ultimo indirizzo segna una netta censura rispetto agli approcci precedenti, in quanto afferma per la prima volta che l’instaurazione di una famiglia di fatto rescinde ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, sulla base di una estrema valorizzazione del principio di autoresponsabilità.

In particolare, la costituzione di una famiglia di fatto è espressione di una scelta libera e consapevole da parte dell’ex coniuge e si caratterizza per l’assunzione piena di un rischio di cessazione del rapporto; con esclusione, dunque, di ogni residua solidarietà post-matrimoniale con l’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo.

Detto consolidato orientamento è stato successivamente superato dalla Corte di Cassazione a Sezioni unite che, con la pronuncia del 5 novembre 2021, n. 32198, ha escluso la perdita automatica ed integrale del diritto di assegno divorzile per effetto dell’instaurazione da parte dell’ex coniuge di una stabile convivenza.

La Corte di Cassazione prende, dunque, le distanze dalla soluzione adottata dalla costante giurisprudenza sia di merito che di legittimità, sull’assunto che la tesi  della caducazione automatica e definitiva del diritto in ragione della convivenza di fatto del coniuge titolare di un assegno di divorzio, oltre a non essere supportata da alcun dato normativo, non essendo applicabile per analogia l’art. 5, comma 10, l. n. 898/1970, che circoscrive la perdita del diritto all’assegno divorzile alla sola e diversa ipotesi delle nuove nozze, risulta essere, altresì, incompatibile con la funzione stessa dell’assegno divorzile, come delineata dalla giurisprudenza più recente, che ha ribadito l’esistenza di una  solidarietà post-coniugale.

In particolare, con la  nota pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite n. 28287/2018, è stata confermata la funzione non solo assistenziale dell’assegno di divorzio, ma anche compensativa e perequativa rispetto ad eventuali sacrifici del coniuge, funzione che discende direttamente dalla declinazione del principio di solidarietà, in quanto volta a ripagare il coniuge richiedente  del contributo offerto alla formazione del patrimonio familiare e delle rinunce alle effettive possibilità di carriera e di crescita professionale effettuate, all’interno di un progetto comune, a beneficio dell’unione familiare.

Con l’assegno divorzile si deve, dunque, garantire il riequilibro della disparità delle condizioni economiche venutasi a creare a seguito dello scioglimento del matrimonio, tenendo conto del contributo prestato alla formazione del patrimonio familiare dai coniugi.

Nella prospettiva della confermata adesione alla tesi della natura composita, ed ulteriormente sviluppando i principi delineati nella suindicata sentenza del 2018, la Corte approda ad una soluzione interpretativa che esclude ogni radicale automatismo in ordine alla definitiva e integrale caducazione del diritto all’assegno di divorzio in conseguenza della nuova convivenza.

Difatti, il riconoscimento della  funzione composita contrasta con la caducazione automatica ed integrale del diritto all’assegno per effetto della nuova convivenza, atteso che, mentre l’instaurazione di una stabile convivenza decreta la fine della componente assistenziale, in virtù della rilevanza della famiglia di fatto e delle obbligazioni di assistenza che ne conseguono, altrettanto non può dirsi per la componente compensativa, la quale rappresenta una remunerazione per il contributo fornito e per i sacrifici personali profusi nello svolgimento dell’esperienza coniugale, che, come tale, rimarrebbe ingiustificatamente sacrificata in caso di caducazione integrale.

La portata assolutamente innovativa della decisione sta nell’aver ribadito la necessità di un rigoroso accertamento del giudice in relazione alla sussistenza, nel caso concreto, di tutti quei requisiti necessari per la riconoscibilità dell’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge, ancorché costui abbia intrapreso una nuova convivenza.

La scelta di dar luogo ad un nuovo progetto di vita con un terzo, difatti, non determina la perdita automatica dell’assegno divorzile, ma ne impone la revisione e incide sulla sua quantificazione, potendo far venire meno esclusivamente la componente assistenziale dell’assegno – in quanto il nuovo legame, sotto il profilo della tutela assistenziale, si sostituisce al precedente – ma non anche la componente compensativa-perequativa, espressione del principio di solidarietà post-coniugale.

In tali termini si esprime la Suprema Corte con l’ordinanza in commento, la quale, nell’accogliere il ricorso, si conforma all’innovativa pronuncia delle Sezioni Unite,  ribadendo il principio secondo cui : «Qualora sia giudizialmente accertata l’instaurazione di una stabile convivenza di fatto tra un terzo e l’ex coniuge economicamente più debole questi, se privo anche all’attualità di mezzi adeguati o impossibilitato a procurarseli per motivi oggettivi, mantiene il diritto al riconoscimento di un assegno di divorzio a carico dell’ex coniuge, in funzione esclusivamente compensativa. A tal fine, il richiedente dovrà fornire la prova del contributo offerto alla comunione familiare; della eventuale rinuncia concordata ad occasioni lavorative e di crescita professionale in costanza di matrimonio; dell’apporto alla realizzazione del patrimonio familiare e personale dell’ex coniuge. Tale assegno, anche temporaneo su accordo delle parti, non è ancorato al tenore di vita endomatrimoniale né alla nuova condizione di vita dell’ex coniuge ma deve essere quantificato alla luce dei principi suesposti, tenuto conto, altresì della durata del matrimonio».

Tale pronuncia, dunque, conferma il definitivo abbandono dell’orientamento secondo cui la stabile convivenza influisce  sia sull’an che sul quantum dell’assegno divorzile, propendendo per una lettura evolutiva  della fattispecie volta a contemperare la perdita della componente assistenziale – in conseguenza della scelta di ricostituirsi un diverso nucleo familiare, nell’ambito del quale l’ex coniuge potrà trovare e prestare reciproca assistenza morale e materiale – con la salvaguardia della componente compensativa, che non ha alcuna connessione con il nuovo progetto di vita, essendo finalizzata al riconoscimento del contributo fornito dal coniuge economicamente più debole all’interno della comunione familiare.

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