Mantenimento del figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente

Di LUANA LEO -

Cass. civ., sez. VI-1, ord. 3 febbraio 2022, n. 3426

Con l’ordinanza in commento, la Suprema Corte si pronuncia in materia di mantenimento della prole maggiorenne.

La vicenda prende le mosse dalla decisione della Corte di appello di confermare quanto statuito in primo grado: il pagamento a carico del marito dell’assegno di mantenimento in favore della moglie; il mantenimento (ordinario e straordinario) della figlia, ormai maggiorenne ma non economicamente autosufficiente e convivente con il padre. È esclusa, dunque, una partecipazione economica della madre, facendo leva sulle maggiori disponibilità del padre. Alla luce di ciò, quest’ultimo propone ricorso per Cassazione, articolato in quatto motivi.

Con il primo motivo, attinente alla mancata dichiarazione di addebito nei confronti della moglie, il marito denuncia la violazione degli artt. 143, 151 e 2697 c.c., nonché degli artt. 115 e 116 c.p.c.

Il secondo motivo, inerente al conferimento dell’assegno di mantenimento a beneficio della donna, evidenzia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 156 c.c.

Il terzo motivo – degno di rilievo ai fini che qui interessano – riguarda l’esclusione dell’onere della figura materna a contribuire al mantenimento della figlia maggiorenne e non economicamente autosufficiente: il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 2697 c.c. in tema di onere della prova e dell’art. 115 c.p.c., in tema di disponibilità delle prove. Infine, con il quarto motivo, il ricorrente denuncia l’omesso esame di un fatto determinante per il giudizio e la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 183, 184 e 221 c.c., sottolineando la mancata ammissione dei mezzi istruttori, diretti a comprovare la responsabilità della moglie in ordine alla rottura del rapporto coniugale.

La Corte di Cassazione accoglie esclusivamente il terzo motivo; i restanti sono dichiarati inammissibili.

Con riguardo al primo, la Suprema Corte afferma che il giudice di appello, nell’escludere l’addebitabilità della separazione alla moglie, ha tenuto presente quanto sancito in sede di legittimità. In primis, spetta alla parte che richiede l’addebito «l’onere di provare sia la contrarietà del comportamento dei coniuge ai doveri che derivano del matrimonio, sia l’efficacia causale di questi comportamenti nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza» (Cass., 5 agosto 2020, n. 16691); in secondo luogo, «il volontario abbandono del domicilio familiare da parte di uno dei coniugi, costituendo violazione del dovere di convivenza, è di per sé sufficiente a giustificare l’addebito della separazione personale, a meno che non risulti provato che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge o sia intervenuto in un momento in cui la prosecuzione della convivenza era già divenuta intollerabile e in conseguenza di tale fatto» (Cass., 15 gennaio 2010, n. 648; Cass., 8 maggio 2013, n. 10719; Cass., 29 agosto 2015; Cass., 15 dicembre 2016, n. 25966). A fronte di determinate circostanze rimaste incontestate, il giudice del gravame ha preso atto del fatto che l’interruzione della convivenza rappresentava il risultato di una crisi familiare sussistente da diverso tempo.

Il secondo motivo è inammissibile dal momento che sollecita il riesame del merito, senza riportare alcun fatto determinante di cui sia stato omesso l’esame e non si confronta con la statuizione in tema di assegno di mantenimento.

Il quarto motivo è inammissibile in ragione della sua aspecificità, per quanto concerne le istruttorie che non sarebbero state accolte. Come già ammesso in tale sede, «il ricorrente che denunci il difetto di motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di esso ha l’onere di provare specificatamente le circostanze oggetto della prova, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire il controllo della decisività dei fatti da provare […]» (Cass., 11 gennaio 2017, n. 19985).

Diversamente dai precedenti, il terzo motivo è fondato, poiché l’obbligo di mantenimento grava su entrambi i genitori, anche per il figlio maggiorenne, ove quest’ultimo non abbia raggiunto l’autosufficienza economica (Cass., 1° marzo 2018, n. 4811; Cass., 16 settembre 2020, n. 19299). In tale ottica, non assume rilievo la valutazione comparata dei redditi di ambedue le parti.

La pronuncia della Cassazione trova terreno fertile nel dettato costituzionale: l’art. 30 Cost. – in perfetta linea con l’art. 147 c.c. – impone l’obbligo di mantenimento, di istruzione e di educazione dei figli in capo ad entrambi i genitori. Da ciò ne scaturisce che tale obbligo non cessa automaticamente con il conseguimento della maggiore età, ma continua sino al raggiungimento dell’autosufficienza economica. La Costituzione delinea un chiaro ordine di priorità funzionale tra i doveri e i diritti dei genitori e marca esplicitamente il carattere strumentale dell’adempimento dei doveri genitoriali rispetto alla posizione dei figli, nel punto in cui ammette che è prima «dovere» e poi «diritto» dei genitori, mantenere, istruire ed educare i figli.

Occorre precisare – a parere di chi scrive – che la funzione dell’obbligo di mantenimento si concretizza in un generale dovere di cura, nonché di salvaguardia dello sviluppo della personalità del figlio. In concreto, il diritto al mantenimento deve essere identificato quale diritto fondamentale di solidarietà, riconosciuto al figlio a prescindere dal suo status.

Infine, si segnala che l’obbligo di mantenimento assume centralità soprattutto nei casi di disgregazione familiare.

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