Diniego di rettifica dell’atto di nascita per mancata interpretazione estensiva  della l. n. 40/2004

Di LUANA LEO -

Cass. ord. 04.04.2022

Con l’ordinanza in esame, la Suprema Corte ha avallato l’orientamento prevalente in tema di procreazione medicalmente assistita. Il caso di specie trae origine dalla richiesta mossa da due donne all’ufficiale di stato civile di rettificare l’atto di nascita che riportava una di esse come madre partoriente, al fine di conseguire l’indicazione della genitorialità della controparte, con la quale la prima intratteneva da tempo una solida relazione affettiva.

I due minori erano nati in Italia tramite il ricorso alla procreazione medicalmente assistita compiuta all’estero con il consenso scritto di ambedue le donne. Il rifiuto dell’ufficiale di stato civile ha indotto le parti ad avanzare ricorso davanti al Tribunale di Piacenza, con esito negativo. Avverso il reclamo, rigettato dalla Corte d’Appello di Bologna, le due donne hanno proposto ricorso per Cassazione, articolando ben otto motivi.

Con il primo ed il terzo motivo, le parti denunciano la nullità del procedimento per omessa partecipazione del pubblico ministero (art. 70 c.p.c.; art. 95, co. 2, d.P.R. n. 396/2000), e per avere affermato la legittimazione processuale del sindaco, il quale avrebbe dovuto rivestire il ruolo di mero soggetto audito (art. 96, co. 2, d.P.R. n. 396/2000). Tali motivi sono inammissibili: nei procedimenti ex art. 95 d.P.R. n. 296/2000 intrapresi da privati, la legittimazione passiva compete al sindaco; eventualmente, il Ministero dell’Interno è legittimato a spiegare intervento in causa e ad impugnare la potenziale decisione, in virtù della nota competenza ad esso spettante in materia di tenuta dei registri dello stato civile.

Il giudice di legittimità, altresì, ritiene infondata la doglianza di mancata partecipazione del pubblico ministero, poichè intervenuto nel giudizio di merito presentando conclusioni scritte.

Con il secondo motivo, le parti lamentano la nullità del procedimento per omesso parere del giudice tutelare. Il predetto motivo è infondato, in quanto l’art. 96, co. 2, d.P.R. n. 396/2000 prevede che il Tribunale possa richiedere il parere «se del caso».

Con il quarto motivo, si deduce la nullità del decreto impugnato per violazione e falsa applicazione dell’art. 1, r.d. n. 1611/1993: nell’ottica delle parti, il sindaco avrebbe dovuto avvalersi dell’Avvocatura dello Stato e non dell’Avvocatura comunale. Il motivo, invece, è inammissibile, denunciando un’eventuale nullità processuale coperta dal giudicato.

A ragion di logica, segue l’esame del sesto e del settimo motivo. Con il primo, si deduce la nullità della sentenza impugnata, per violazione e falsa applicazione degli artt. 2, 3, 30 e 31 Cost., oltre che degli artt. 8 e 9, l. n. 40/2004, nella parte in cui il decreto impugnato ha escluso la possibilità di considerare la procreazione medicalmente assistita quale modalità alternativa alla filiazione del genitore intenzionale prestante il consenso, in linea con l’adozione e la filiazione ordinaria. Con il settimo motivo, le ricorrenti lamentano sia la lesione del diritto fondamentale alla identità dei minori, sia del diritto alla vita familiare che dovrebbe essere ammesso anche rispetto alla discendenza intenzionale (artt. 117 e 11 Cost. e artt. 8 e 14 CEDU); esse, altresì, lamentano la discriminazione per motivi di genere e orientamento sessuale nei confronti della donna convivente prestante il consenso alla fecondazione eterologa con donazione di gamete maschile. La Cassazione, nel giudicare tali motivi inammissibili, concede una motivazione dettagliata e puntuale che – a parere di chi scrive – costituisce il “nucleo” della decisione in oggetto. Entrando nello specifico, la Suprema Corte marca la mancanza di elementi significativi tali da mutare l’orientamento tradizionale. Di recente, la giurisprudenza di legittimità ha respinto l’accoglimento della domanda di rettificazione dell’atto di nascita tesa ad ottenere l’indicazione in qualità di madre della minore, accanto a quella della madre gestante, anche della donna cui è appartenuto l’ovulo poi impiantato nella partoriente, giacchè in netto contrasto con l’art. 4, co. 3, l. n. 40/2004, che esclude il ricorso a tali tecniche da parte delle coppie omosessuali. I giudici di legittimità tengono a ricordare che l’intento del legislatore italiano è quello di circoscrivere l’accesso alle predette tecniche alle situazioni di infertilità patologica. Al contempo, deve escludersi un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 8 della legge sopramenzionata, considerato che una diversa interpretazione delle norme inerenti alla formazione dell’atto di nascita non è imposta dall’esigenza di colmare un vuoto di tutela (Cass., n. 6383/2022).

Con il quinto motivo, le ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione di varie disposizioni del Reg. UE n. 2016/679 sulla protezione dei dati personali, degli artt. 8 della Carta dei diritti fondamentali della UE, 2 Cost., e 8 CEDU, rispetto al diritto della prole minore e delle ricorrenti ad avere una corretta ed esatta rappresentazione dei propri dati personali. La richiesta di rinvio alla Corte di Giustizia – secondo i giudici di legittimità – non può essere accolta, essendo i quesiti stilati irrilevanti ai fini della decisione; peraltro, nell’interpretazione della normativa nazionale ad opera della Corte territoriale non affiora una violazione del principio di rappresentazione corretta ed esatta dei dati personali.

Infine, con l’ottavo motivo, le parti lamentano la condanna alle spese di lite per la mancata compensazione delle stesse e l’eccessività della liquidazione. La Cassazione, nel ritenere inammissibile l’ottavo ed ultimo motivo, precisa che la condanna alle spese di lite rientra nella decisione discrezionale ed incensurabile del giudice di merito. Per quanto concerne l’eccessività della liquidazione, la censura si traduce in generiche ed infondate critiche concernenti le valutazioni dei giudici di merito sulla «particolare importanza» ed il valore indeterminabile della causa. In definitiva, la Suprema Corte rigetta il ricorso.

Alla luce di quanto esposto, appare indispensabile compiere talune brevi considerazioni.  La Suprema Corte rigetta il ricorso presentato dalle due donne, in quanto i limiti stabiliti dalla l. n. 40/2004 non possono essere in contrasto con principi e valori costituzionali.

A tale proposito, appare opportuno segnalare l’assenza nella Costituzione Italiana di una disposizione che esplicitamente riconosca l’esistenza di un diritto alla procreazione.

In altri ordinamenti costituzionali, si registra una situazione diversa. Nella Costituzione portoghese, ad esempio, la tutela di tale diritto è indicata tra i compiti dello Stato, al quale spetta «regolare la procreazione medicalmente assistita, in modo da salvaguardare la dignità della persona” e “garantire, nel rispetto della libertà individuale, il diritto alla pianificazione famigliare» (art. 67, lett. d-e).

In seguito, la Corte Costituzionale ha ricondotto la possibilità di accedere alla tecnica di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo nell’ambito di esercizio del diritto all’autodeterminazione della coppia nelle decisioni procreative, intendendo per “coppia” quella formata da soggetti di sesso diverso e compatibile con la “società naturale” di cui all’art. 29 Cost.

Passando alla decisione in discussione, l’oggetto di attenzione della Corte di Cassazione – nell’ottica di chi scrive – consiste non tanto nella pretesa alla genitorialità, quanto invece nelle esigenze dei minori coinvolti. In concreto, i giudici di legittimità si preoccupano di assicurare prevalenza al best interest of the child.

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